La madre negata

Memoir sociale

Introduzione

La madre negata nasce da una ferita personale, ma non parla solo di me. Parla del rapporto tra individuo e potere, tra maternità e giudizio, tra dignità vissuta e identità imposta. Parla di ciò che accade quando una donna non viene più guardata come persona intera, ma come caso, diagnosi, etichetta.

Questo non è un testo neutro. Non pretende di esserlo. È una confessione, una ricostruzione, una presa di parola. Nasce dall’esperienza di una maternità ostacolata, della stigmatizzazione psichiatrica, del conflitto con le istituzioni e della solitudine che si apre quando la propria verità non trova ascolto.

Ho scelto di scriverlo non per chiedere compassione, ma per lasciare traccia. Per dare forma a una vicenda che, nel suo essere personale, tocca questioni più grandi: la libertà, la fragilità, la legittimità del dissenso, il prezzo che si paga quando non ci si lascia definire docilmente dagli altri.

Chi leggerà troverà pagine dure, imperfette, a tratti incandescenti. Le lascio così, perché vengono da un punto in cui il dolore non è ancora teoria pura, ma vita attraversata. E tuttavia proprio da questo attrito nasce la necessità di scrivere: non per chiudere una storia, ma per strapparla al silenzio.

Prefazione

Come scrittrice sono felice di poter premettere che in famiglia non sono l’unica a provarci. Sono figlia d’arte. Mio padre è un uomo in gamba che oggi fa lo scrittore. Ha lavorato per multinazionali della metalmeccanica, è plurilaureato e poliglotta – parla sei lingue fluentemente. Abita a M. da quando mia madre gli ha chiesto il divorzio, ricevendo in cambio di questo un affidamento di controllo preventivo nei suoi confronti degli assistenti sociali, quale supervisione su noi due figli. In pratica, il Giudice avrebbe volentieri dato l’affido esclusivo a mio padre. E l’avrebbe preferito. Ma per quei tempi una sentenza eventuale di totale affido ad un padre anziché ad una madre sarebbe stata uno scandalo. Erano solo i “mitici” anni Novanta. Ma noi ci siamo andati molto vicini. Perché dico ciò?

Come dico sempre il divorzio è stato quanto mi abbia fatto soffrire di più nella vita. Capita che cambi carattere, per sembrare più forte sei costretta a costruirti attorno una corazza. Ad otto anni. Poi un uomo ti svergogna in modo davvero ignorante davanti ai tuoi amici, cui per vergogna e stigma cui non sai ancora dare un nome perché sei troppo giovane non avrai ancora detto che i tuoi sono così… “Divorziati.” Perché poi quell’uomo si piazza lì. Davanti alla pista dove stai pattinando con loro. Due mesi dopo l’improvvisa fine della tua famiglia unita. Come è capitato ad Amleto, il principe danese che aveva appena perduto suo padre e così il senno. Inutile far finta di niente. “Elena!” E’ un amico che mi chiama. “C’è un uomo là che ti fissa!” Niente da fare, non posso fare altro che fuggire via alla chetichella, nascondermi e piangere. E’ il compagno di mia madre, quello nuovo. 

Oggi a 39 anni mi ritrovo con un genitore che amo e mi ama, e un genitore che vorrebbe vedermi morta. Coinvolgere me in un percorso coatto in psichiatria che dura ad oggi da vent’anni è la conseguenza diretta del divorzio.

Ma c’è stato solo un sacerdote che una volta mi ha detto con franchezza: “Tua madre con due figli di cui uno disabile non avrebbe mai dovuto scegliere di lasciare tuo padre. Ci sarebbe stato bisogno di due genitori.”

Da quando ero diventata maggiorenne e avevo scelto di emanciparmi sanamente dalla famiglia, avrei voluto inseguire un sogno. Quello di diventare attrice in Danimarca. Purtroppo è stato proprio in Danimarca, nella terra di Amleto il “falso folle,” che il destino mi ha giocato un pessimo scherzo: ho avuto un episodio oniroide indotto da sostanze stupefacenti che qualcuno ad una festa tra amici mi aveva messo nel bicchiere. Allora è arrivata un’ambulanza al teatro della città di Aarhus dove lavoravo con la mia legittima compagna di viaggio. Sull’ambulanza il personale ha mostrato subito un mandato: quello per un accertamento sanitario su noi due. Al reparto di psichiatria E., la mia compagna, mi ha tradita e per assolversi dalle accuse ha usato ogni mezzo pur di incriminare me incredula sebbene fossi in preda a un trip. E così visto che sono andata pure in agitazione hanno trattenuto me. Dopo tutto ciò mio padre mi avrebbe riportato in Italia ma non mi ha tolto nessuno un ricovero della durata di una settimana piuttosto traumatico e lontana dal mondo da me conosciuto, in un viaggio che non è ad oggi ancora finito. Un tunnel che non vede una luce al suo fondo, attraverso il quale sono accompagnata solo dal peso di una diagnosi grave che non mi rappresenta affatto e mi ha trascinata in una spirale di ricoveri anche coatti a ripetizione e stigma sociale. Una diagnosi che ha bruciato la mia giovinezza e mandato in frantumi i miei sogni, tra cui quello di poter praticare la maternità e trovare un lavoro stabile. Che ha compromesso i rapporti con tutti i miei familiari e creato diffidenza con i miei amici di sempre e circondata solo di solitudine. Tra i ghiacci, laddove si parlava una lingua che conoscevo ma non era la mia, c’era veramente del marcio!

Dal 2007 al 2023 si è creato e ri-alimentato spontaneamente all’infinito un equivoco intorno al mio caso: visto che sembravo proprio sana di mente e io affermavo di esserlo appieno, allora ogni volta che non volevo saperne di soggiacere alle terapie e non mi recavo a prendere i farmaci oppure fuggivo se sapevo che sarebbe arrivata un’ambulanza, quelli intervenivano con più forza, con mia madre “lancia in resta.”

A 21 anni mi sono ufficialmente ritirata dagli studi per andare a convivere. Il ragazzo era un giovane della mia stessa età, con un problema legato all’uso di sostanze, che in seguito avrebbe risolto. Ma il dato importante che non ho potuto non a caso dimenticare è che a causa della convivenza di due anni durata con lui, ho scoperto che “mettendomi insieme” a un uomo, sarebbe stato possibile sentirsi più al sicuro rispetto alle dinamiche familiari pregresse, compresi i ricoveri e le continue liti con mia madre. Logico. Una spinta verso una sana emancipazione arreca un grande beneficio, sul piano dell’indipendenza personale. 

Da adulta, per due anni sono stata in cura presso il centro di salute mentale della città di M., in carico ad una dottoressa che si sarebbe dedicata alla libera professione, in seguito. Visto che ero in odore di maternità, – giovane e fidanzata, – mi ha indicato che se avessi voluto avere un bambino mi sarebbe bastato concordare e programmare assieme. Ma se è vero che tutte le mamme che sono in carico al centro di salute mentale hanno a casa con sé i loro figli, chissà per quale motivo la vita ha scelto me, perché fosse smentito questo semplice assioma.

Il mio fidanzato di allora si chiamava A. Ci siamo conosciuti nel 2012 ed ero già in terapia. Quando la dottoressa del centro di salute mentale brava è andata a svolgere la libera professione, dopo che si sono susseguiti molti turnover di personale, avevano finalmente scelto il medico giusto. Quello più crudele. In parole povere, una versione 2.0 di Don Rodrigo. Il dottor P.

Ricordo che una paziente di P. quando una delle tante volte mi sono liberata di lui, mi ha seguita fino a casa mia nella città di B., dalla città di M., in treno, per pregarmi a gesti e grida di indicarle come riuscissi a sbarazzarmi del centro di igiene mentale… Fino a questo punto era grande la misura della fama dell’efferatezza di P.!

Fatto sta che era mia abitudine recarmi con A. a Torino, a Roma, a Rimini sempre alla ricerca di vie d’uscita da una situazione che si sarebbe cristallizzata sempre più intorno a me come una crisalide, mentre la tela vertiginosa del ragno della psichiatria avrebbe finito per divorarmi come un moscerino. Un moscerino nel sistema.

Nella fattispecie, giovane incosciente e sempre battagliera con A., il secondo A., ci recavamo presso medici atipici, dissidenti, complice l’avanzare dell’era della comunicazione, l’era di internet e degli smartphone, che rendeva più facile reperire informazioni. 

Ma la pacchia durava solo per poco tempo. Prima o poi mia madre tornava alla carica, visto che non le andava a genio quello che facevo. E nella fattispecie era una vera persecuzione se il medico dissidente avesse guarda caso firmato il foglio di dimissioni dal Centro di igiene mentale, per poi non somministrare più farmaci. E nemmeno a P. andava a genio quello che facevo per sfuggire le sue grinfie con A.

E’ stato nel 2017 che al monastero di Camaldoli mi sono allora venuti a prendere con l’auto-ambulanza della Misericordia per portarmi alla CRA. Nella vita facevo la catechista. Tutto qui. E credevo che sarei diventata una suora perché sentivo una forte vocazione. Io oggi non so più se c’entra Dio davvero in ciò che è capitato in seguito e anche se ogni tanto qualche bestemmia la dico anch’io per troppo dolore credo ancora di sì.

Ero di nuovo internata al reparto di psichiatria, nel corso del più sofferto e terribile ricovero subìto nella mia intera vita. P. sembrava indeciso e giocava a fare Dio. Si gingillava tra più possibilità e sballottava me come un pacco postale tra una realtà assistenziale ed un’altra. Di fatto, non sapeva se piazzarmi alla CRA, oppure al cosiddetto “repartino.” Nella mia “immensa” cultura psichiatrica, posso affermare che in una delle tre regioni dove sono stata ricoverata in Italia, con “repartino” banalmente ci si riferiva con questo vezzeggiativo tagliente ironicamente al famigerato reparto di psichiatria, che incuteva terrore a chi vi entrava e… Non sapeva se e quando ne sarebbe uscito. In gergo tecnico, si dice SPDC (diagnosi e cura.) Invece per chi non lo sapesse, la CRA è una struttura riservata agli anziani. Ho indagato privatamente se fosse idonea e legale la mia ammissione in tale struttura, persino. Pare di no. Pazienza. Quando uno come P. si sente preso per i fondelli, è lecito aspettarsi qualunque cosa da parte sua.

Con P. con il suo culo sodo al caldo, ecco che ero alla CRA, poi di nuovo in reparto, poi alla CRA. Ero così esausta che pur di uscire dalla situazione che stava perdurando ormai da dieci lunghi (!) mesi ho accettato di diventare beneficiaria di quello che era un presagio di morte per la mia ostile fierezza: la pensione di invalidità. L’ho fatto per mostrarmi collaborativa e ottenere le dimissioni. Non disdegno dire che devo essere stata bombata di farmaci come un elefante, all’epoca. Ero stremata. Sfinita dalle infinite giornate tutte uguali. Con mezz’ora di tempo per usare lo smartphone. Una guardiola dove per ricevere le attenzioni necessarie per ottenere una bottiglietta d’acqua da un’infermiera cicciona è necessario aspettare minuti interi in preda alla sete. Dove ti dicono frasi come: “Ti insegno io a fare la spesa. Ti insegno a stendere.” Come se tu non abitassi in una casa tua, prima. Come se tu fossi un essere strano. Una nullità. Dove nessuno ti conosce. Dove puoi uscire da quelle mura solo per prendere un caffè una tantum alla settimana. E dove tutte le scuse sono buone da parte del personale per andare in ferie, quando invece si starebbe parlando delle tue sospirate dimissioni. Dove nessuno si prende cura di te. Ma dove qualcuno pretende di aiutarti… Dove non sai mai se sei stata tu a sbagliare qualche calcolo in quell’incubo che si chiama vita. Tutto ciò anche se sai che sei innocente. 

Durante il ricovero del 2017 non facevo altro che pregare. Se volete sapere come sono uscita viva da quell’”annus terribilis” posso dire che ho pregato così tanto che ho incontrato una donna, la suora volontaria dell’ospedale, che veniva a distribuire la comunione ai pazienti ogni giorno. Alberta De Flora. Ed è stata lei a farmi uscire dall’ospedale. Non solo. E’ stata lei a farmi uscire, quando sarei stata destinata ad una vita in Comunità. Quando l’avevo saputo, beh… E’ stato allora che ho cominciato a nutrire un forte desiderio di maternità. Se avessi potuto esprimere un desiderio all’epoca, infatti… Questo sarebbe stato avere un bambino. Se ci fosse stata un’ultima cosa che avrei voluto fare prima di essere ricoverata per sempre e dire addio al mondo reale, dopo la lotta che avevo vanamente combattuto, prima di darmi per vinta, sarebbe stato un figlio. 

Alberta ci ha messo una “buona parola” con il primario et voilà, eccomi improvvisamente catapultata sul treno per casa, incredula. Passarono tre mesi ed ero incinta di E. Ho concepito con A. mia figlia al primo tentativo. Al sesto mese io e A. ci siamo sposati, di comune accordo, anche se in separazione dei beni. Ma nel corso dello stesso mese, come la puntura dello scorpione vendicativo ecco che mi trovavo a B. in una giornata piovosa sotto un portico su via Indipendenza a ripararmi e mi è arrivata la telefonata del dr. P.: “La informo che è stata segnalata necessariamente ai servizi sociali, per via del suo stato interessante.” Cosa comportava? 

Noi festeggiavamo il baby shower, il matrimonio, poi la nascita e tutti allora ci recavamo all’Ospedale di S., dove avevamo scelto di far nascere E. lontana dagli ospedali più attenzionati dalla psichiatria e il veleno della segnalazione di P. ha cominciato a spandere i suoi effetti mortiferi. Mi hanno ricoverata in psichiatria per abitudine e prassi come in questi “casi” e hanno affidato E. ad una famiglia esterna, per nove mesi semplicemente. In scioltezza. Mi hanno alienato l’affetto della famiglia di A., che ha deciso per la rottura del nostro matrimonio tre anni dopo e io mi sono messa con un altro uomo che mi avrebbe picchiata varie volte. Lui mi sbatteva semplicemente in faccia epiteti poco carini come “pazza,” “schizo,” “psicopatica.” Ed altri. Mi feriva immensamente. Però ascoltava. Ascoltava la mia versione. Devo dire che non è stato facile. Ci siamo lasciati infatti. Sì, in seguito a una denuncia per maltrattamenti da parte mia. 

La follia per me è un tarlo che cresce nella mente fino a sfiorare qualche area troppo sensibile, esposta, fragile. La follia è contraddistinta da una certa imprevedibilità.

Non mi basta sapere che la farmacopea genera miliardi e miliardi ogni anno di fatturato. Non mi basta sapere che la psichiatria sia un luogo al limite con la giurisprudenza e che si avvalgano di essi in “ibrido” allora altri ufficiali giudiziari, tali quali sono anche gli psichiatri. Che sia un meccanismo di controllo sociale. Se vuoi, anche di sperimentazione di nuovi farmaci da immettere sul mercato grazie ai ricoverati in psichiatria, che vengono usati come cavie designate gratis. Viene quasi il dubbio che la ricerca stia cercando qualche ricetta farmaceutica e sperimenti in questo modo becero sui poveri che ci cascano. Qual è la verità?

Ricordo bene che nell’anno in cui mi sono sposata io si è sposato pure P. Una strana coincidenza inquietante, solo una coincidenza, certo, niente di più. Ma se a questa aggiungi che mentre io ero ricoverata alla CRA nel corso di una visita ho notato che dietro di sé P. aveva ostentato un sacchetto dell’eremo di Camaldoli, con dentro qualche prodotto erboristico del monastero che amavo così tanto e avevo frequentato in prima persona, questo mi è sembrato il vile trofeo che avrebbe dovuto rappresentare proprio la sua vittoria su di me. 

Come se non fossi una donna ma una criminale, con il tempo mi hanno lasciata sola tutti. Con il mio farmaco mensile, la mia condanna eterna. Il rito, il memoriale, il tatuaggio sulla mia carne da macello di madre negata.

La madre negata

Prima parte

Capitolo 1

La malattia mentale come l’allegria non era altro se non un umore, un’energia particolare, ed era diversa in ogni persona. E che l’energia potesse essere malata o malvagia o addrittura malata e malvagia io questo… Non lo condividevo. Perché semmai poteva declinarsi in diversi modi. Ma l’energia non poteva mai essere nociva. Non quella… Umana. Non quella naturale. L’energia veniva dal profondo cuore dell’uomo. E anche se si fosse chiamata odio, in un dato istante, avrebbe avuto pur sempre la dignità di ogni sentimento. Che fosse lecito intervenire sull’odio, come sull’amore, sulla noia, beh… Poi, era una palese assurdità. Avrebbe potuto essere adatta a me, non a te, questa o quell’energia ma per questo motivo non significava che fosse lecito chiamarla alla stregua di una “malattia” questa energia che era la follia. L’energia era luce. L’energia era vita. Dignità. E la vita, l’energia, la luce del cuore si trasmetteva offrendosi declinata e modulata nel suo arcobaleno di colori di cuore in cuore con semplicità e gratuitamente. Chi poteva pretendere così di cambiare il mio rosso in blu, con la presunzione che il blu fosse meglio del rosso a me non piaceva. Non sarei stata più io quel blu. O in quel blu comunque il mio rosso sarebbe stato meno puro. Sarei diventata un’altra persona. Io non avevo scelto di cambiare. L’aveva scelto qualcuno esterno al posto mio. Gli psicofarmaci che mi avevano dato avevano fatto questo… Siccome qualcuno era pagato per farlo. Chi mi aveva iniettato veleno blu e deformato così la mia luce mi aveva rattristata. Io mi piacevo. Il dottore mi aveva giudicata. Chi avrebbe potuto chiamare malato il signor Rosso solo perché non è il signor Blu? 

E mi sentivo un po’ persa anch’io in questa civiltà dove sembrava che nessuno sapesse esattamente dove stava andando e ognuno viveva “al momento” abitando un’emozione che durava un istante e poi abbandonava, lasciando un vuoto immenso in un su e giù che prima o poi, come se nulla fosse, lo intrappolava.

Avrei tanto voluto fare teatro. E invece? Facevo pulizie. Da mia madre. Da anni. Come accadeva ogni due giorni, mi trovavo anche quel dì davanti all’ampia porta di ciliegio della casa di mia madre. Essa si apriva da anni pesante e solenne davanti a me, ogni volta, quando andavo a fare le pulizie. Queste erano il compromesso che avevamo trovato per andare d’accordo. In cambio di denaro, tra di noi era tutto davvero più facile. Ovvio. Semplificato come il regime di una delle partite iva di cui lei era stata manager nell’ente statale nel quale aveva lavorato per tutta la vita. 

Il terribile, piccolo viso – un viso sfizioso, candido, struccato e sorridente a forma di cuore, è apparso come una luce troppo intensa che si fosse accesa un tantino troppo bruscamente, nella penombra naturale che dava all’ingresso della sua grande casa un aspetto quieto. Mi sono schermata gli occhi. Ho notato la pelle vellutata che anche quasi a settant’anni continuava a curare quotidianamente e non ho potuto esimersmi dal provare un senso di meraviglia e rifiuto al contempo. Mia madre aveva il primato di farmi sentire brutta e prepotente solo al suo cospetto. Quella prepotenza era un comportamento che riservavo esclusivamente a lei. E lei era riuscita nel compito di farmi sentire colpevole della mia prepotenza, con il mutismo feroce che la contraddistingueva e i pettegolezzi con il parentado. Il parentado che non mi rivolgeva la parola da anni. Questi silenzi e assenze persistenti erano così palesemente aggressive tuttavia da avermi persuasa che non fossi io ad essere sbagliata. Avevo addosso il discredito di mia madre. Lei superava in ogni istante questo discerdito grazie all’ipocrita sorriso acqua e sapone e soave che adesso era lì, davanti a me e mi riempiva di rabbia. Era così ogni volta. E mia madre era un tipo all’antica: purtroppo nessuno dei suoi genitori le aveva insegnato a farsi un esame di coscienza ogni tanto. Era come se gravasse su di me il peso delle mie e anche delle sue colpe perché io, contrariamente ero una donna delicata e sensibile come una farfalla. Una farfalla che ogni volta anziché essere chiamata da sua madre a volare veniva costretta a morire.

Ma mia madre tradiva costantemente i suoi veri sentimenti. Mi aveva lasciata troppe volte sola a vedermela con i debiti a fine mese e mi negava le spese più irrisorie. Così era “piegandomi” sotto il peso terribile della sua negligenza mascherata e impenitente che era riuscita a guadagnarsi tutto il mio rispetto. Erano tante le volte che senza riuscire a versare una lacrima dentro di me invocavo Dio. Avevo ormai superato il limite della decenza per la perdita di mia figlia, la diagnosi psichiatrica e tutto ciò che avevo vissuto a causa sua come avrei potuto negare a me stessa che se era vero che se da un lato avrei dovuto diventare ricca e abbandonare definitivamente il nido in fondo non ero nessuno per giudicarla? O almeno, che non ero nessuno… Ormai da tempo. Almeno da quando avevo perso appunto pezzi di etica sul mio cammino. Da quando qualcosa si era rotto in me. Dal ritrovamento di un brutto “pensiero” lasciato sul retro della mia bicicletta.

Mia madre era convinta ottusamente che mi facesse bene frequentare la sua casa e mi aveva trascinata grazie alla forza del suo ascendente odiosissimo a fare le pulizie. Questo a sua volta si nutriva della mia costante confusione. La mia confusione si generava della frequenza delle liti mai riparate. Sembrava una strada senza ritorno e io anelavo il giorno che mia madre sarebbe morta non per cattiveria ma perché non ne potevo più di essere coinvolta in quelle che erano dinamiche solo “sue” che non avrei voluto mi riguardassero più da troppi anni. Senza il mio stesso consenso, i miei piedi ogni giorno andavano da lei e mi svuotavano di senso e al di fuori di quel senso trovavo solo tanta angoscia, come quella di un cane incatenato a un’auto su un’autostrada. In pratica, avevo tanta sofferenza dentro tale che non potevo più vivere la mia quotidianità senza un costante sentimento di oppressione al petto. Appena mi è apparso il suo visino ho detto:

“Mamma, dobbiamo parlare.”

Non appena mi sono infilata dentro l’appartamento ho immerso i miei occhi castani nei suoi simili ai miei ma più segnati e maturi. Più caldi. Sono sgusciata davanti a lei con un movimento strisciante come per farmi notare, che già sarebbe stata pronta a darmi le spalle e andare in cucina a continuare quanto stava facendo. Non per mancanza di ospitalità, chiaro. Come no. Lei era sicura di sé, semplicemente: sicura che tanto l’avrebbe avuta sempre vinta. E visto che era vero, poteva permettersi ogni genere di disattenzione. Tanto tutt’al più avrei fatto una delle mie scenate e poi mi sarebbe passata.

Era vero e questo mi rendeva schiava delle sue scelte. E questo la rendeva irraggiungibile ai miei occhi. Ed era una sensazione dolceamara essere in un vicolo cieco costretta ad essere inchiodata al muro ogni volta a una pena senza limite, se non la morte naturale del mio aggressore. Perché?

Cosa avrei dovuto fare? La mia mentalità cattolica di provenienza mi imponeva di non sottrarmi ma il mio cuore era spappolato.

In quel momento ad esempio avrei tanto voluto ricevere un’accoglienza diversa. In quella e in tutte le occasioni a casa sua avrei voluto un’accoglienza, un trattamento… Diverso. Mi aspettavo sempre qualcosa di diverso da lei. Qualcosa che non era mai arrivato in cui io continuavo a sperare e non sarebbe mai arrivato, ormai lo sapevo e ne ero convinta. Ma non potevo fare a meno ogni volta di illudermi che qualcosa sarebbe cambiato prima o poi. Che tra di noi sarebbe andato tutto bene finalmente. Che non avrei provato più quel rancore, risentimento di cui avevo smarrito le ragioni in un groviglio di memorie tese e annodate che facevano ancora scintille pericolose ogni tanto nel mio cuore ferito dai mille litigi e torti reciproci. Allora ho sentito lo sterno che mi doleva.

Avevo sbattuto non senza una certa fatica la porta alle mie spalle. Tanto per dare l’idea che fosse una giornata importante. Ma ero certa che questa volta avrei attirato davvero le sue attenzioni. Che sarei entrata nelle sue grazie e sarei uscita dal suo potere ipnotico. Ma mia madre era già stanca di sentire le mie ragioni e quanto avrei avuto da dire, ancora prima che cominciassi a parlare.

Sono incinta.” Ho proferito queste parole sommessamente con lo sguardo puntato sul suo viso, in attesa di poterne vedere bene la reazione. Avrei tanto voluto avere la mia Reflex con me.

Ma ora non sapevamo già più cosa dirci. Così io mi sentivo già scombussolata.

Sarebbe stato impossibile contare tutte le volte che avevo immaginato quel momento, con mia madre che scoppiava a piangere di gioia dopo un momento di esitazione e mi metteva le braccia al collo.

Invece: “Chi è il padre?” Mi ha chiesto lei con freddezza alienata. Solo in quel momento ho notato che aveva riflettuto attentamente prima di parlare. Si trattava del massimo del calore che sarebbe stata in grado di dimostrare davanti a una notizia del genere.

Non avrei mai smesso di sperare che fosse cambiata per magia. Era questo il mio difetto. Così: “Beh, non sei felice?” Ho detto. E lei era preparata e refrattaria alla mia disperata speranza.

“No. Te lo prenderanno gli assistenti sociali.” Ha proferito questa frase integralmente con un tono di ovvietà disarmante. Mi ha ferita così candidamente che sono sprofondata amaramente in un solo istante a ripescare nella memoria qualche risorsa utile a rispondere, perché non trovavo più il coraggio di rispondere ma ero comunque pronta alla lite. Ero stata abituata da lei a litigare, per ogni cosa, in fondo. Dopo essere rimasta per un istante a bocca aperta non ho potuto fare a meno di cominciare a scivolare irrimediabilmente nella lista delle giustificazioni. Giustificazioni per qualcosa che volevo con tutta me stessa: un bambino e una seconda possibilità. Avevo già cominciato a disperare intimamente di nuovo. Si era icrinato di nuovo un osso già sbriciolato nel mortaio di un gioco di noia infinita, il suo gioco. E alla fine ho detto:

“Ha detto il mio avvocato che non c’è pericolo per il bambino. Ma… c’è un “ma.”” Ho atteso invano che si generasse interesse nello sguardo di mia madre. Ma quando ho notato che questo si faceva sempre più scettico e aggressivo anziché curioso, semplicemente sono andata avanti con il ghiaccio nelle vene: “Non ho più chi riconoscerà il bambino.”

Mia madre ha abbassato lo sguardo e come se stessi tirando fuori io le parole dalla bocca di lei, per la prima volta è intervenuta. E’ intervenuta come se fosse sua intenzione mostrarsi seccata, come se quella conversazione fosse una delle mie solite discussioni “sterili,” come se sapesse già come sarebbe andata a finire, come reagendo a una “lagna delle mie.” Tanto lei sapeva come “prendermi” e la “cattiva” ero io. Già, ma se la mia seconda gravidanza, quella che avevo tanto desiderato… Sarebbe andata a rotoli di chi sarebbe stata la responsabilità, questa volta? 

Forse di entrambe, con la differenza che io mi sarei addossata questa e anche il senso di colpa mentre lei sarebbe uscita vincitrice.

Io capivo e non capivo mai le sue intenzioni veramente ed ero improvvisamente terrorizzata dalla sua ostilità mascherata. Era ogni volta come ricevere per la prima volta una pugnalata, sensazione che invece conoscevo benissimo. Ha chiesto stancamente in modo pedante come sapeva fare, con la sua voce metallica, pronta a colpire con precisione chirurgica: “E cosa farai?”

Ho risposto, investita dal suo sguardo ipnotico: “Mi fai il terzo grado.”

Poi sono scoppiata a piangere. “Mamma…” L’ho implorata. “Ci sarà bisogno del tuo aiuto. Io…”

“No.” Sono rimasta ghiacciata. Mi aspettavo aggiungesse altro invece con un pizzico di tenerezza si è messa a stonare la sua melodia tragica preparando con mani esperte il caffè per me.

Ho continuato a piangere e implorare: “Non puoi lasciare che anche il tuo secondo nipote entri nelle mani degli assistenti sociali. Mamma, ti prego!”

E mia madre: “No. Te l’ho già detto. Io ho già tuo fratello, tuo nonno, te cui badare.” Era molto ferma. E io sapevo già che non sarei mai riuscita a convincerla. Non avevo mai vinto nemmeno una discussione. Era stato frustrante e adesso che era finita, nel giro di pochi minuti, era tutto così surreale e assurdo che ero inondata da un capogiro e la mente continuava a ripetermi frasi distruttive come: “Una madre vera non si comporterebbe così. Una madre ama. Una madre va incontro ai suoi figli nella difficoltà. Una madre c’è.” E mi sono sentita ancora una volta sfortunata, trascurata, bambina. Il problema era che in quel momento lei non mi dava tempo e non compativa il mio dolore. Era fredda, preparava il caffè e la sua presenza non mi dava modo di assaporare e attraversare l’ennesimo momento di densa sofferenza che mi aveva investita frontalmente. Tuttavia mi sono limitata a dire: “Tutte scuse.” Poi ho preso la porta e dopo una crisi di nervi del tutto insufficiente a rappresentare la dose d’amarezza che avevo in corpo, incontenibile e motivata sono tornata a casa mia, furibonda e tristissima. Se fosse stato vero, che ero incinta, sarei stata pronta a chiedere a qualche amico di improvvisarsi da padre. Ma non avevo amici che l’avrebbero voluto, a parte uno.

Non mi sarei mai abituata a quel trattamento ignobile. Io non ero uno zero. Io esistevo. Credo che fosse per questo motivo che anche se rotta dentro e fiaccata fino al midollo continuavo a rivolgermi a lei. Ma sbagliavo perché ne sarei uscita perdente se mi fossi accartocciata fino a morire. E qualche volta sinceramente temevo che sarebbe andata a finire proprio così. 

C’era una sola cosa che sapevo: una gravidanza non è un semplice capriccio e non si liquida in due minuti in una famiglia sana. Sebbene nessuno avrebbe concordato con me, perché mia madre in assoluto agli occhi di tutti era sana e io no, avrei avuto un bambino. Ma come?

Se c’era una cosa che non avrei mai avallato sarebbe stato essere definita da lei nel corso della mia vita. Eppure era quanto le permettevo di fare, perché ero buona fino all’autodistruzione.

Alcuni giorni dopo ero affetta da polmonite. Sono entrata in auto per recarmi in farmacia a comprare un antibiotico e mi sono accorta cominciando a chiacchierare con il mio accompagnatore di avere un filo di voce, così flebile tale da sembrare una moribonda. E mi sono accorta che è proprio così che van le cose, prima o poi: non lo sai ma ti ritrovi al creatore. Ed è strano ma ho pensato alla morte per la prima volta come a qualcosa di inatteso che coglie alla sprovvista e a tradimento e ho pensato che avevo ancora voglia di vivere. Ma ero estremamente inibita. Mi ritrovavo così, allora, con questo fior fiore di “esperienza” dentro, a scrivere pagine intrise di dolore e poi andavo a fare la spesa, comunemente. E sarà banale ma chi mi vedeva per strada non avrebbe potuto sapere ciò che avevo visto e vissuto. E tanti mi sembravano crudeli solo perché a pelle non mi sembravano capire. Ma poi parlavo con loro, magari perché avevo il cane con me e loro pure. I due animali si incontravano, ci scoprivamo simpatici anche noi. Ma sopravvivere a uno stigma così grande non era cosa da farsi grazie agli sconosciuti di quartiere che non conoscevano in fondo nulla di me più di quanto avrebbe potuto essere il mio bel faccino, tutt’al più e qualche dettaglio extra, se va bene. A volte mi domandavo come fosse possibile nelle mie condizioni accettare di andare a fare la spesa. Di entrare in un bar dove il servizio era scadente. Mescolarmi a questa umanità che mi aveva ferita con una… Leggiadria che di base era richiesta in tutte quelle comuni operazioni quotidiane, quale attitudine necessaria se è vero che lo scopo di fare la spesa o recarsi in una qualsivoglia attività è quella di mantenere i propri vizi, il proprio status quo, il proprio corpo attivo. Insomma, trovavo incompatibile la mia condizione con la sopravvivenza a volte. Lo trovavo aberrante ma mi riempiva di vertigine e spesso non trovavo una sola ragione in me al fatto di sopravvivere in un mondo che non sentivo avesse meritato la mia felicità. Ero una delle famose mamme a cui avevano strappato la figlia. Il caso peggiore di tutti. L’unico che non si era mai risolto né smosso dalla sua sede incancrenita da quando era scoppiato il caso “Bibbiano.” Eppure… La vita era più forte. Incatenata in questo pantano fino alle ginocchia, costretta a vivere… A vivere anche se “così.” Con tutti i timori legati al dato inquietante di aver accumulato solo fallimenti, negli anni. Nella vita matrimoniale, in quella sociale, professionale; con la prole, con la famiglia d’origine, con quelle acquisite. Dunque? Cosa aspettarmi dal domani? Questa era la domanda che risuonava da giorni immemori nella mia mente. Un’eco di speranza che emergeva dal profondo, anche se distante mille nodi dalla sua fonte originaria, mi sfiorava l’immaginazione inibita. L’immaginazione non muoveva un solo passo dalla sua sede, era ferma. Immobile. Indecisa. Doveva fare forza per sbloccarsi ma era inerme, abbattuta nelle forze. 

“Forse ho bisogno d’aiuto.” Mi sono detta. E in quel momento mi sono accorta che se era vero che non avrei mai chiesto aiuto né a uno psichiatra né a un terapeuta, ero completamente abbandonata a me stessa. La mia famiglia, in fondo, non c’era. Solo mio padre. E infatti mi prendevo cura del nostro rapporto quotidianamente, anche se si trattava di un rapporto quasi del tutto telefonico. E quando non ci sarebbe più stato? “E’ la naturale passività intrinseca alla maturità.” Mi sono risposta, scacciando quel pensiero tremendo.

“Sono così goffa e imbranata…” Ho pensato. Scimmiottavo un comportamento più sicuro di me e strafottente dalla tenera età di dodici anni e non avevo mai smesso. Eppure… Avevo la sensazione che qualcosa all’epoca dei fatti narrati fosse più semplice. Era la “maturità.” 

Ero entrata nel bar che non mi piaceva solo perché avevo un bisogno disperato di un caffè per tirarmi su, con il pensiero di Archie, il mio cane, che era a casa da solo e della responsabilità sul tornare presto. In quel momento mi sono sentita osservata, rapita via mio malgrado nell’attenzione. Ergo infastidita. Mi sono accorta che non ero capace in quella fase di fare nemmeno la scelta più insignificante. Perché non avevo avuto la saggezza di scegliere un altro bar? Quel bar in fondo non mi piaceva affatto. E mi sono incolpata. Incolpata e incolpata, per aver commesso l’ennesimo errore che in una giornata già così irta di turbamento nero mi sarebbe costato un peggioramento della mia condizione mentale, per quanto lieve e impercettibile. “Peggiorerà.” Quel pensiero avrebbe innescato un effetto valanga sicuramente.

Ho messo su una “maschera” e davanti al cane ho sorriso per dargli gioia quando sono rientrata a casa, dopo tre piani di scale con il fiatone. Lui ha cominciato a giocare. Mi ha costretta a chinarmi più volte sotto il mobile del soggiorno, dove regolarmente finiva il suo osso al pollo. Dopo anni di cure al mio cucciolo energico e “super-osannato”, il mio corpo non reggeva più tanta energia. Mi è venuta voglia di chiamare qualcuno ma avrei fatto un torto proprio ad Archie, il mio unico amico. Lui detestava il telefono.

Proprio in quel momento è irrotto da oltre le pareti del nostro appartamento un assai più acuto rumore, che ho riconosciuto istantaneamente. Non il telefono, bensì il pianto fragoroso del neonato che aveva rallegrato su, al quarto piano da alcuni mesi, la vita della famigliola. E del condominio. Beh, non proprio tutto. Infatti Archie si era appena coperto il volto con una zampa come disturbato e aveva sospirato nel sonno. 

Mi preoccupava quel passeggino che occupava sempre lo spazio nel sottoscala dello stabile. Occupare l’area comune mi sembrava un privilegio, mi faceva arrabbiare. Lo spostavo sempre un pochino… Impercettibilmente. Non sapevo esattamente come mai lo facessi ma mi faceva sentire viva, come se avessi un peso nella vita della famigliola. Con la dolce signora che il primo giorno mi aveva incontrata sulle scale ed era inorridita ed esterrefatta era rimasta immobile, muta a osservarmi nel buio mentre io mi chiedevo che cosa avessi fatto. E non ho ancora capito cosa avessi fatto, allora. E’ possibile che avesse sentito parlare di me o che forse si fosse scandalizzata perché doveva fare un bambino. O almeno… Credo che fosse una delle due; quando passava per le scale la chiamavo signora Neutroni. Scherzavo con il mio cane e con una piccola pernacchia sorda la chiamavo così, con questo soprannome: aveva un’aria così neutra quando ci incontravamo per le scale ed era così sofisticata e silenziosa che non avrebbe potuto meritare che avessi coniato per lei un nome più azzeccato. Questo era l’unico modo che avevo di vendicarmi del suo ombroso, misterioso silenzio. Un silenzio ostinato e immotivato che durava da anni. Se fosse stato dovuto ad un fattore naturale di diffidenza tra vicini, sarebbe stato un modo davvero originale di dimostrarlo. Io ero stata molto gentile con tutti… All’inizio. Trascurando gli episodi che erano capitati negli ultimi tempi, insomma. Ad esempio il caso di quella donna che mi aveva rincorsa per mandarmi a quel paese fino al pianerottolo di mia pertinenza, oltre la porta. Perché? Ma naturalmente solo perché non l’avevo considerata, quando aveva fatto di tutto per attirare la mia attenzione… Sempre che fosse stato vero che stesse sbracciando quando si suppone che ci fosse stato quel giorno un danno elettrico da riparare, nella nostra comune scala. Era stato un modo, il mio, di prendermi una rivincita, certo. Ma questa signora in fondo aveva detto che fossi stata io a buttare dell’umida polvere di caffè giù dalla finestra. Esattamente, già. Proprio così. A colui che mi ha riferito il fattaccio. Il mio allora compagno, A. Detesto dire ex. Il motivo? Era una rana dalla bocca più che aperta spalancata. E non era affatto vero. Lo giuro, potete credermi. E’ così. Chissà come mai nessuno mi credeva mai e si tornava inesorabilmente sempre al punto 1… Cioè: ero la scoppiata del condominio io e se c’era qualcuno a cui poter dare la colpa di tutto, quella sarei stata sempre e per sempre io. 

Ma non ho ancora dedicato nemmeno una riga alla caposcala. La famigerata Strega. E va bene, questo soprannome è segreto. Nessuno sa che la chiamo così. Così come è vero anche che mi ha fatto salire un’ansia che ricordavo di aver provato solo davanti ai Carabinieri ai tempi dei TSO che mi mandava mia madre per ragioni analoghe. 

La Strega non aveva figli. Lavorava 12 ore al giorno, anche nei week-end. Si serviva del suo ruolo di caposcala come una terapia legata alla socialità. Non era sporadico vederla nel vialetto a dialogare con gli operatori delle pulizie e gli idraulici, i termisti. Litigava con tutti. E si serviva di mia madre per mettermi all’angolo. Adorava bypassare me. Sì, mi bypassava perché aveva capito che per farmi male avrebbe dovuto andare alla fonte del mio malessere: mia madre. E mia madre, naturalmente, faceva sempre ciò che le suggeriva lei, come una vera coppia. Di Streghe, appunto! E nonostante si trovasse nel suo appartamento strategicamente piazzato al piano 1 dello stabile solo nel giorno di riposo, (non l’avevo ancora individuato attentamente,) riusciva comunque a rompere le crespelle nello stomaco. Letteralmente. Fino alla nausea. Mi ero sempre fatta domande sul suo conto senza mai mancarle di rispetto ma ho perso ogni ritegno quando ho visto F., il più sorridente del condominio, un infermiere da bene, un ragazzo del sud che sa come si gestiscono queste situazioni complicate, che litigava aspramente con lei al cancellino e le dava della psicopatica. F., l’unico amico che ho in tutto il condominio – o almeno… Credo. A quanto pareva, la Strega litigava proprio con tutti. Quindi, per non essere difforme dalla norma, ho cominciato a considerarla anch’io una pazza e a trattarla di conseguenza alla stregua di una pazza.

Dopo questi accadimenti un giorno mi ha apostrofata. Ha osato dire che non portavo abbastanza fuori di casa il cane. Che non mi vedevano più accompagnarlo fuori… I vicini. Ah! Come se fosse stata opportunamente in combutta con qualcuno di questi, lei. Suppongo alludesse tra le righe appunto alla signora che mi aveva rincorsa al pianerottolo, appunto. L’ho capito perché da quando la Strega si è fatta giustizia con me anche la signora bionda del pianerottolo mi è salita. Non di nuovo al piano, no, nella mia considerazione! Perché quando suo marito mi ha fatto cadere degli aghi di pino sulla testa, giacché stavo superando il cancello e passavo sotto quel pino, il marito si stava arrampicando su una scala per recuperare qualche gattino del cazzo. E ho sentito la voce della signora bionda. Lo avvertiva. Era pacata. In pratica, credo che parlino. Bla bla bla. Loro che potevano farlo, lo facevano comunque anche se era sbagliato. Sbagliato come aggiustare cose che non dovevano essere aggiustate, per alcun motivo. A volte ciò che è rotto è rotto in un certo modo e quello è il suo modo di sopravvivere a una frattura peggiore. Io che non potevo sparlare, se non potevo era perché non avevo mai osato. Ma adesso avevo deciso di cominciare, a mia volta, ad aprire il libro dei miei peccati. Già, per contrastare il furto. Sì, quello della mia innocenza.

Insomma, ero arrivata in quel condominio con le migliori intenzioni ed ora non c’era più pace. Sono stata costretta a recarmi in montagna, con il mio cane. Mi sono presa una gastro psicosomatica. La Strega aveva minacciato di chiamare l’ASL. Sì, non solo. Io per correre ai ripari ho raccontato un sacco di balle all’amministratore. Ad esempio che conservavo traccia delle passeggiate con il mio cane, grazie al GPS annesso al collare, per un totale di almeno 4 giri al giorno. E anche se non era perfettamente vero, io a spasso con il mio cane ci andavo anche 6 volte durante la giornata. Adesso che questa storiaccia è finita e io sono tornata a casa con Archie, ne faccio anche 10. Mi ha fatto andare nel panico la Strega. E’ così che una volta ho voluto fare la mia parte e le ho segnato la porta con la sua chiave preferita: quella del cancellino. So che è la sua preferita perché una volta me l’ha requisita. Già e un’altra volta ancora sosteneva che fossi stata io a manomettere il cancellino, ne ha convinto con una facilità disarmante mia madre e me l’ha requisita, come se fossi una stupida. 

Un dettaglio: non era difficile convincere mia madre che fossi colpevole. Di alcunché.

Naturalmente non avevo mai fatto niente del genere.

Ma quel giorno memorabile la mia chiave comunque ed è entrata nel legno leggermente morbido e ha creato una fessura. Poi ho cominciato ad allargarla, mentre godevo. Che bella sensazione… 

A fare piccoli danni ho cominciato grazie all’esempio di quello scoppiato di A., con cui ho convissuto 4 anni interminabili. Era un uomo robusto e brusco, mi malmenava ogni tanto e mi chiamava schizo. Io ci rimanevo molto male. Gli rispondevo a tono, chissà perché. Non riuscivo più a dominarmi, alla fine era un putiferio. La casa. La casa… Apparteneva a mio nonno. Era quella della mia famiglia. Abbiamo vissuto nella casa della mia famiglia e quell’energumeno me l’ha massacrata. Così l’ho mandato via, con una denuncia che se non gli fosse costata la galera non avrei ritirato sapientemente, in fondo. Adesso abitava chissà dove. In montagna. Mi ha detto qualche suo amico che faceva fatica a trovare amici. Vorrei anche vedere… Quel suo amico avrebbe voluto venire a letto con me, come tanti del resto. Lo credo perché appena mi sono lasciata con mi stava addosso come non farebbe mai un vero amico. E’ stato allora che ha cominciato a pervadermi la tristezza. Esatto. E’ stato quando ho capito che dopo A. era finita la prima parte della mia vita e alla soglia dei miei primi 40 anni avrei dovuto ricominciare cose che altri hanno costruito da sempre. Ed ero in buona compagnia, come si suol dire, va bene. Ma quella compagnia non mi piaceva affatto. Io avevo sempre aspirato a grandi imprese. E adesso qualcosa dentro di me mi suggeriva che non potevo più permettermi nemmeno una sola delle aspirazioni di prima. 

C’erano il fruttivendolo, lo statale, l’amico d’infanzia, l’amico di lunga data, lui, l’uomo delle pulizie condominiali. Una lista di attesa interminabile allo studio della mia compagnia. Eppure, ciò che non avrebbero potuto capire costoro era che non ero nata ieri. Non mi facevo più prendere in giro come una ragazzina. Non ero più così ingenua. E mi ero arroccata pesantemente sulla mia posizione, come un barbagianni. Come un avvoltoio. Non scendevo dal mio piedistallo di pero. Non volevo uomini nella mia vita ormai.

Come avrei potuto spiegare loro chi ero, in fondo? Una a cui hanno tolto una figlia per via di una pesante diagnosi… Psichiatrica? Grave? 

I vicini origliavano le mie smancerie con il cane e ridacchiavano. Li ho sentiti. Non avevano capito che il mio cane era la mia famiglia. Io in parte lo facevo apposta. Le smancerie, sì… Erano una tattica che avevo trovato per rassicurare al di là delle pareti che ero prevedibile. I vicini si erano abituati da tempo a questa modalità, in fondo. E ognuno avrebbe le sue idiosincrasie, in fondo. Ed ero certa che origliassero, sì. Un giorno è accaduto un fatto insopportabile, al limite con le molestie. Stavo facendo sesso con il mio compagno dimentica di ogni guaio e alla fine, quando lui ha avuto un coito si è udito un forte colpo di tosse misto a risata oltre la parete. 

Ho scritto all’amministratore. La cosa più grave era che non sapevo chi fosse stato. Sono andata su tutte le furie. Mi sono recata accesa come una torcia al piano di sopra e nella scala accanto, alcune settimane dopo. Già, alcune settimane dopo ero ancora infuocata. E’ stato così che ho scoperto che la mogliettina perfetta del quarto piano si chiamava in un certo modo. So il suo nome, sì. Proprio così. Era vero e nessuno me l’avrebbe tolto. E il marito? Non l’ha ammesso. Nessuno ha ammesso. Ho scritto all’amministratore una lettera imbarazzatissima. “Si saranno messi a ridere… Che razza di sensibilità” e quale scarsa serietà, mi sono detta. Io sono al limite della disperazione, mi sono detta. E’ solo tragico e qui c’è una marmaglia che se la ride.

In fondo, nessuno di loro sarebbe stato così onesto, tanto da ammettere il proprio torto, qua. Né io ero così convincente, lo ammetto. In pratica, ho sprecato fiato e fatto una doppia figura del cavolo. Ma su una cosa avevo ragione: che il mio compagno si sarebbe presto stancato di quel clima soffocante, della casa antiquata e mal messa. Dell’ambiente statico e ostile. In una parola, di me. E dopo quell’episodio le nostre liti familiari sono peggiorate e sono tornate anche le botte, più e più volte…

Infine, dirò anche che se il mio cane fosse stato accolto come si deve in questo condominio solo un anno e mezzo prima mese più mese meno forse non avrebbe preso la fastidiosa abitudine di abbaiare furiosamente a tutti. Se sentiva che qualcosa strideva o era in conflitto con il sentire della sua padrona, abbaiava furiosamente. E io ero una difficile. Una di quelle che si faceva desiderare molto prima di ispirare simpatia. 

Inizialmente credevo si trattasse di un suo modo di fare la guardia al condominio. Invece si sentiva insicuro. Nessuno l’aveva accolto bene. Ricordo che si comportavano tutti come se fosse scandaloso avere un cucciolo se i due padroni non vanno d’accordo. Come se i padroni fossero stati loro. E la Strega, naturalmente, era in prima linea. Da vera caposcala. Era “il cucciolo che faceva pipì sul pavimento.” Ma non lo sapevano questi ignoranti che i cuccioli a due mesi e mezzo non controllerebbero lo sfintere? Avrei voluto vederli, a due mesi e mezzo, senza il pannolino. Poi il cucciolo che “lasciato in casa solo ogni tanto ululava.” Ma al mio posto quanti sarebbero stati più bravi di me a gestire contemporaneamente una convivenza alla sua amara conclusione, un cucciolo tra le braccia e un licenziamento? Anche il licenziamento c’è stato, già. Credevo che sarei andata a vivere insieme al mio allora compagno. Già.

La Strega? Lei fermava i passanti nel vialetto di casa nel giorno del suo riposo lavorativo, allungava un dito ad uncino al mio cane, la perfida. Faceva questo al mio cane e lui era attratto e scodinzolava e credeva buone le sue intenzioni, piccolo, tenero, ingenuo cucciolo di quindici mesi! Avrebbe voluto accattivarsi la sua buona fede, per poi fare mostra di indifferenza verso di me, la sua padrona. Per chiamare l’ASL. Perché credeva che avrebbe potuto prendersi cura del mio cane meglio di me. O che chiunque avrebbe potuto farlo! E sapete com’è finita? Ho coinvolto un avvocato. E’ stato così che ha cessato di offendere. Peccato che fosse paga. Peccato che avesse già vendicato a quel punto la sua amica, quella che mi ha inseguita fino al pianerottolo.

Archie è arrivato ad odiare i bambini. Se è vero che mi avevano tolto una figlia, non credevo che il motivo fosse stato solo la percezione della mia tensione, al cospetto dei bambini. Era stato per colpa della famiglia residente al secondo piano. Quella piccola peste della figlioletta mimava uno spavento teatrale come potrebbe fare solo una vera attrice, un’attrice egocentrica per giunta… Se Archie a sei mesi abbaiava contro di lei. Era un cane da caccia. Un cane! Dio santo, ma non si sapeva come sarebbero i cani? Così, in un giorno in cui mi sentivo particolarmente di buon umore di recente ho chiesto all’uomo ambiguo che casualmente è padre di questa ragazzina che avrà sei anni al secondo piano di montare un mobile in casa mia. Ha detto di sì. Si è presentato? No… Logico!

Oggi la ragazzina aveva un’espressione aspra e spocchiosa se mi incontrava per le scale. E la faccia che aveva mi dava come la sensazione che fosse davvero una famiglia strana la sua. Come sarebbe stato possibile altrimenti che quei genitori fossero così idioti tanto da non saper infondere abbastanza sicurezza a una figlia di sei anni, tanto che ella potesse non avere timore di un cucciolo… Un cucciolo di due mesi e mezzo!

Ma questa casa piaceva tanto ad Archie. Lui era bolognese. A me piangeva il cuore al solo pensiero di lasciare la casa. Ma sarebbe stato meglio. E stavo per ricevere un accredito piuttosto consistente. Trattavasi del conguaglio dell’INPS. Non lo stipendio. Non avevo un lavoro. Facevo solo la scrittrice. Ogni tanto, per hobby.

Ero malvista. E in più ero sola, ora. Insomma, un bersaglio facile per le critiche violente, le etichette. Etichette su etichette su etichette che sarebbero andate ad appesantire il cerotto che sotto tutte le etichette avrebbe dovuto implementare la guarigione di una ferita che semplicemente non era mai esistita veramente. La ferita di una diagnosi che non sentivo vera, né mia.

E poi c’erano lì il benzinaio, il barista, l’uomo del Labrador nero e grasso che abitava nello stabile del negozio di telefonia. Una volta mi avevano cacciata dal negozio di telefonia. Esasperato l’omino incaricato alla vendita mi aveva gridato contro che avrei avuto sempre richieste “strane.” Questo solo perché una volta mi ero recata a chiedere un aiuto per fare una scelta tra due cordless. Fatto sta che i due cordless apparivano identici, se non per un dettaglio che a lui sembrava insignificante, solo che quello che possedeva questo dettaglio costava di più. Io che contavo i centesimi e in più mi insospettivo davanti a tutto tanto per non far discriminazioni, ho drizzato le “antenne”. Non quelle del cordless… Forse avrebbe solo voluto farmi spendere di più, visto che sembrava così sbrigativo. Così non cedevo di un millimetro e forse davvero l’omino non ne sapeva di più. Ma allora perché non ammettere che era solo un dipendente del cazzo in quel negozio, che doveva la sua fortuna al mero fatto di trovarsi sulla via E.? Perché non si è rivolto a un titolare, se ne avesse saputo di più? Non si faceva di tutto pur di accontentare e dar ragione ai clienti a quei tempi? Le cose a quanto pare erano cambiate. 

Anche nei ristoranti a volte ti cacciavano. Sì, ad esempio se facevi caciara. Era capitato a qualcuno che conoscevo. Non conoscevo più molte persone. Già, ma io potevo concordare con questi semi-sconosciuti che me l’avrebbero detto che avevano lavorato nel team di qualche ristorante, che i ristoratori erano gente beffarda e truffaldina. La storia che ti potevano sputare nel piatto a me dev’essere accaduta. Tante volte. Mi dispiacerebbe solo se fosse accaduto a mio padre. Al cinese esagerava sempre. Eravamo una famiglia affezionata. Sì, insomma. Noi tre… Mio fratello, mio padre ed io quando andavamo al ristorante mangiavamo come dei maiali, ogni volta la stessa storia di cui ridacchiare. Come dei cretini! Era divertente. Ne ridevo ancora tra me se ci ripensavo. Al momento mio padre era bloccato a casa sua per un’operazione ma non vedevo l’ora di rivedere lui e mio fratello al cinese. Pretendevamo sempre come dei veri sadici che i camerieri ci portassero tutte le portate “alla maniera dei cinesi.” Quelli si domandavano cosa significasse. Razzista o meno, i cinesi avevano sempre un sacco di clienti e facevano fatica a coordinarsi allora mio padre poteva prendersela. E visto che si trattava di un cliente danaroso i cinesi sembravano seccati ma sopportavano volentieri la tortura della risatine e noi stavamo bene. Ce la godevamo! Capitava circa una volta ogni due settimane normalmente. Ma adesso mio padre si era operato all’ernia iatale. Iatale. Sì, esatto… Quella detta inguinale. Una posizione delicata che meritava rispetto.

A ben pensarci, avevo lavorato anch’io in un ristorante. Sì, quello di quella stronza di mia suocera ed ecco, sì, l’avevo provato sulla mia pelle: i camerieri, i cuochi, gli aiuto-cuochi, i runner… I gestori, non parliamone! Erano tutti dei bastardi. Nel senso che non appena potevano si chiudevano la tendina del cavolo dietro le spalle in cucina e si trovavano a commentare il modo di mangiare, gestire, il comportamento, la parlata, la risata. E non c’era scampo. Ogni cliente era oggetto di pettegolezzo. Se uno aveva il braccino corto alla cassa poi e non allungava la mano al momento di prendere lo scontrino “come si conveniva” oppure lesinava sul resto e non aveva disponibile la monetina diventava automaticamente l’oggetto di una grassa risata. E’ così che si lavorava nelle cucine d’Italia. Divertendosi!

E questo mi riempiva di amarezza. Perché ero rimasta a guardare sempre educatamente sin dalla mia prima storia “questi” che si divertivano. Mi riferisco a tutti… Quelli che mi avrebbero messa da parte poi. Mia suocera, il mio ex marito. Lo avrebbe fatto anche mia figlia, quando sarebbe stata grande. Come se fossi stata una donna trascurabile io. 

Allora perché me la prendevo spietatamente con la Strega? Il mio ex lo diceva sempre: era palese che avessimo molto in comune, in fondo. Ad esempio quel modo di parlare logorroico. Solo che lei aveva la mania di attaccare bottone e farsi i fatti degli altri… Così gli risponderei, se fosse rimasto con noi. All’epoca non potevo mica dirglielo, che ero sempre stata io la prima, l’originale, autentica con un vocabolario semplicemente vasto. La mia passione per l’etimologia e in particolare quella del Greco, studiato a menadito quando ero al Liceo chi gliela spiegherebbe più? Non avevamo mica un rapporto alla pari. E allora come mai ci stavo, al punto di mettermelo in casa? Mi menava, sì. E’ vero. Ma mi faceva tanta compagnia. 

Mi è crollato il mondo addosso come se ne è andato. Dopo la denuncia, sarebbe stato impossibile andare avanti. E si sapeva, la “kriptonite” per una vera donna come me erano le barriere fisiche. Non sopportavo gli impedimenti, amavo solo condividere. Sempre condividere. Tutto. Ravvicinatamente. C’era stato chi avevo odiato e che aveva chiamato dipendenza la nostra relazione, solo perché ero stata educata dal mio primo vero, grande amore ad una certa modalità di interazione. Non avevo mai dimenticato la sua lezione in me. Ero stata innamorata solo di lui. Come immortalata e conservata in vitro da lui, che lo volessi o no. Dopo di lui, sempre partner peggiori. E tutti con iniziale “A!” Un caso? Una “collezione” di uomini?

Il benzinaio era un tipo oscuro sempre di un irritante buon umore che strideva con il mio stato d’animo, condizionato inevitabilmente dalla sua presenza assidua presso la pompa, che limitava la visuale alla finestra di casa mia. Casa mia, sì, che si trovava appunto… Dietro. In una posizione decisamente svantaggiata. Non sapevo perché nutriva un discreto senso di superiorità. Suppongo che avrebbe saputo qualcosa che io ignoravo. Sembrava saperla lunga. A volte sparlava con quello del Labrador nero e grasso. Un tizio cui una volta avevo lanciato il mio solito anàtema da brava “mamma di cane:” “Dovresti tenere legato il tuo cane, proprio come fanno tutti!” Ma invece di fare come facevano tutti, il tale mi ha sfidato così: “Denunciami!” Lì per lì sono rimasta di stucco. Ho cambiato lentamente strada, a piccoli passi indecisi. Ho fatto retro front tremante e paralizzata con tutta quella rabbia nel petto che stava per esplodere e voleva esplodere. E ho balbettato, dopo un silenzio troppo lungo per non sembrare inibita, schiumante come ero, bloccata: “Dimmi il tuo nome, se ne hai coraggio!” Far west, proprio sotto la chiesa del Corpus Domini, insomma. E la cosa più irritante in quel caso è stata proprio che l’avevo degnato di così tante energie da parte mia e attenzioni in quel momento, che quello che si è sentito Dio era… Lui. Il maledetto!

Nel nostro quartiere la chiesa del Corpus Domini mi ricordava ogni giorno quando ci passavo con il mio cane anche che poteva fare la pupù senza che fosse raccolta. Me l’aveva insegnato quello che era stato il mio migliore amico, prima che mi negasse il riconoscimento del bambino che avrei portato in grembo, se il nostro progetto di co-parenting fosse andato in porto. Cosa che non sarebbe mai avvenuta e che ha spiegato il mio distacco da lui. 

Mi aveva portata nella città di M. a trovare mia figlia assieme ad Archie, lui aveva fatto i bisogni educatamente nell’aiuola circostante un alberello, all’angolo tra due viali e il mio amico ha esclamato: “Puoi lasciarla lì. Non disturba.” Ero felice per la prima volta da tempo. Raccogliere i bisogni poteva essere anche una soddisfazione per qualche feticista. Ma non per me. Trattenere il cane senza avere la prontezza di poterlo braccare se intravede qualche cane e scatta all’attacco? No… Troppo complicato tutte le volte. Così, visto che io la vedevo bianco o “nero” avevo smesso di raccoglierla, sempre che non si trovasse proprio sul marciapiede. Perché “disturbava.” Anche se abitavamo proprio a due passi dai Carabinieri e questi ci conoscevano già tutti, per via della denuncia per maltrattamenti al mio ex moroso, il mio amico era autorevole. Era uno che lavorava per la squadra di calcio cittadina in pianta stabile e faceva pure l’infermiere. Credo che avesse addirittura l’indeterminato. Guadagnava molto, era inquadrato. Un tipo bonario ed empatico, insomma. Pacato. Amichevole. Intelligente. Già… E per quanto potrebbe anche non sembrare non mi piaceva affatto come uomo. Né fisicamente, in tutta onestà… Né al di là della semplice amicizia che durava da quando avevamo sei anni e c’eravamo conosciuti sullo scivolo sotto casa, quando eravamo vicini di casa. C’eravamo ritrovati da adulti. Lui super-realizzato all’apice della carriera calcistica come allenatore e io spiantata. Perfetto. Ci siamo già passati. Credevo di fare bella figura sempre io. Forse dovevo fare un recap. Valeva solo per i colloqui di lavoro, ora. Già. Dovevo aggiornare il “database” in my heart ora. Lo odiavo? No. Lo rispettavo. Credevo che avrei nutrito un pizzico d’invidia se avessi avvicinato mai uno che vive come lui. Che si pagava ogni sfizio. Ogni mutuo, ogni drone di proprietà e il giardino privato. Uno che quando io ho mandato via A., si è messo con una donna che aveva lasciato l’ex marito per amor suo. Un pochino credevo che amasse me. In fondo sarebbe stato carino. Già. Ma non ce l’avrei fatta ad andare a letto con lui. Non mi piaceva la sua testa. Sì, proprio la testa in senso stretto. Concreto e fisico. Non aveva molti capelli. Alle donne potevano piacere i difetti. Non questi… Difetti. No, non a me. Sì… Capisci? Ero imbarazzata. Ora, certamente si trattava di un dettaglio e non volevo diventare sempre più esigente come aveva finito per fare mia mamma, prima di finire con uno semplice ma pieno di soldi. O almeno così avrebbe detto lei… Tuttavia dirò che non si trattava del mio tipo ideale. Mi dispiaceva se non aveva tutti i capelli ma ciò significava che sarebbe stato bello, semplicemente… Prima che li perdesse. Avrebbe potuto rispondermi che avevo delle belle zampe di gallina sotto un occhio solo e che ridevo storta ed era così che avevo un emisfero del cervello più sviluppato dell’altro ed ergo scoliosi. Tutto collegato, lo giuro! Vedi come sono elastica? Non faccio mistero di me! La verità in fondo è che avrei trovato qualunque scusa ma un uomo non lo volevo proprio più, dopo le botte.

E il Corpus Domini era un ricordo anche per un secondo motivo. Avevo organizzato lì un corso di teatro, come Dio comandava. A puntino. Avevo pubblicizzato tutto sui social e raccolto anche delle belle adesioni. Numerose. Gli allievi scalpitavano letteralmente. Ma ho litigato con la catechista principale e il corso non è andato in porto. Se qualcuno mi avesse spiegato prima come si farebbe a litigare proprio con una catechista illibata io non avrei saputo farlo meglio comunque. Questo sarebbe un altro modo per dire che quando il mio cane faceva i bisogni davanti al Corpus Domini avevo ben due motivi buoni per pentirmi, se poi Dio mi guardava e io non raccoglievo.

Il benzinaio mi metteva in soggezione e condizionava ogni volta che uscivo. Ed il punto era… Che ero obbligata a passare davanti alla pompa. Non c’erano altre vie alternative, quando dovevo anche solo uscire di casa! La situazione che si configurava quale la peggiore di tutte era quando uscivo con Archie. Perché non volevo che notasse il mio disappunto davanti a un uomo così maledettamente catalitico, accidenti! Glielo avrei trasmesso… Come era potuto accadere che avesse preso il sopravvento nel mio animo, questo pompiere? Non c’eravamo mai nemmeno rivolti la parola e ci guardavamo già in tralice lo stesso. A dire il vero erano passati ben 4 anni dalla prima volta che c’eravamo guardati in cagnesco. Esattamente nel primo giorno del nostro arrivo a B. C’era qualcosa che non ispirava in me. Diffidenza. 

Allora visto che eravamo così connessi in una silente osservazione reciproca e costante e ci odiavamo altrettanto silenziosamente senza un perché apparente, silenziosamente io ogni mattina per dispetto andavo a finire nel bar del ragazzo “muscoloso.” Bingo! Lui sì che mi dava un senso di protezione, con quelle braccia tornite e il “core” piatto e anelastico. Si trovava sempre sulla via E., proprio accanto al lavasecco e accanto al negozio di telefonia. Il benzinaio mi seguiva con lo sguardo, mentre io mi avvicinavo al bar, con il suo sorrisetto che si smorzava appena, allora… Impercettibilmente. C’ero abituata e facevo allora delle finte. “Entro, non entro, entro, non entro.” Guardavo l’orologio, prendevo tempo. Alla fine entravo sempre ma io credevo che così avrei saputo creare suspance, ansia in quel benzinaio corrotto con le major del petrolio. Naturalmente si capisce che ci andavo sempre quando il negozio di telefonia era chiuso ancora, regolarmente al mattino prima delle 9 con Archie in fase di passeggiata o sola subito dopo. Avrebbe potuto notarlo il dipendente e avere la conferma così che fossi davvero strana come aveva affermato. 

Al bar prendevo un calzoncino prosciutto cotto e formaggio che costava di più. Più delle paste salate vuote burrose si intende. E un caffè semplice che sorbivo con un movimento circolare di caffè fumante e aspirazione dell’odorino civettuolo e sapientemente il mio soffio che faceva circolare il fumicino tutto intorno alla tazza, rigorosamente con le spalle rivolte al prossimo per conservare un’aura di maggiore mistero e riservatezza. Ma qualcuno mi si avvicinava regolarmente troppo. E non mi piaceva essere spintonata, urtata. Ignorata. Così, in quei casi chiudevo un occhio. No, non in senso figurato. Chiudevo proprio l’occhio. Per concentrarmi meglio, già. Mettevo una barriera a ciò che poteva entrare nel mio campo visivo, anche per un’angolatura minima. C’era chi lo sapeva e lo trovava minaccioso. Io me ne fregavo. Serviva solo a concentrarmi meglio. Ma se ancora altro entrava dall’altra parte per l’altro occhio allora mostravo leggermente la… Lingua. Non sopportavo di essere “invasa.” La vista era un organo troppo sensibile in me. Ero una donna che si turbava facilmente. Qualcuno doveva aver pensato che io fossi un’assassina, credo. 

Ma si trattava di tic? Non propriamente. Si trattava di scelte intenzionali, per ridurre l’attrito con il mondo che mi circondava e avrebbe potuto turbarmi. Hai presente quei bambini che si tappano le orecchie per non udire qualche ramanzina sgradevole, se vogliono mostrare avversione e non hanno scelta se si sentono sopraffatti? Overwhelmed? Quella ero io. Sì. E poi uscivo dal bar senza aver guardato se qualcuno mi avesse notata in uno dei miei strani atteggiamenti e vedevo solo donne altezzose, vanitose e disinvolte, che offendevano la mia sensibilità. Ma non potevo farci niente se erano tutti così alteri, oggi, tanto da offendere con la spavalderia e l’ostentazione dell’atteggiamento chi invece teneva gli occhi bassi e non poteva fare a meno di mantenere una postura scorretta e un contegno riservato. Sì, una che andava ricurva sotto il peso del proprio limite, sotto il marchio della propria inconsistenza pregressa. Tutto inutile. La vista di tanti presuntuosi mi offendeva. E mi chiedevo. “Che cosa avrò io di strano, diverso?” Fino a pochi anni prima non avevo quei vezzi. Non ero così chiusa, tanto da sentire il bisogno di chiudere gli occhi davanti a tutto, come a voler mettere la testa sotto la terra come un vile struzzo. “Guarda quella donna che passa!” Come mai lei non si nascondeva, lei non temeva, lei sorrideva, lei osservava intorno a sé con la sicura calma di una musa? Con la serenità che mi mancava.

Ma in casa mia ero una regina, direte. E sì e no… Solo a metà, diciamo. Anzi, ripensandoci non sarebbe stato affatto vero. Lo ammetto, ero del tutto schiava del cane. Mi veniva raramente comodo che Archie riposasse e facesse il “soprammobile.” Un cane semplicemente non era un gatto, né un soprammobile. Aveva bisogno di “attenzioni.” Sempre. Sì. Costanti attenzioni. E siccome lui era la mia famiglia e la mia vita, aveva anche la dote e il potere di farmi dimenticare di ciò che stavo facendo, in qualunque momento. Supponi che io fossi rapita in estasi davanti alla bellezza di un paragrafo scrivendo per una prestigiosa casa editrice. A quel punto – sì, credetemi: a quel punto, non altrimenti – Archie che aveva “il radar” sarebbe arrivato e con quel suo musetto e il naso grande, le orecchie gigantesche che gli incorniciavano il viso e lo facevano sembrare più piccino come un clown con il parruccone, più simpatico e poi quegli occhi dolcissimi… Mi saltava addosso sullo sgabellino verde in plastica “a prova di cane” no-tissue e dopo un primo momento iniziale di reticenza da parte mia dovuta alla concentrazione mi avrebbe conquistata. E’ così che lui mi comandava. E’ così che la mia vita si organizzava centripetamente intorno a lui. E poi avrebbe detto di me che io ero una cattiva mamma di cane, la Strega. Quella voleva portarmelo via, era pronta a chiamare l’ASL. Ma vi rendete conto! Sì, d’accordo. Non ero ancora riuscita a fargli smettere di fare pipì in corridoio ogni tanto e la casa odorava un po’, il pavimento era perennemente impolverato. Vabbè, ma quando c’è un cane come dicevo sempre è anche lecito lasciare “giù” un po’ la casa, nel nome dell’amore per il nuovo arrivato! Sacrificare il proprio tempo ad un cane ed essere sola significava appunto poi non avere tempo per fare altro. Avevo rinunciato a tutto per lui. 

I condomini mi prendevano di mira perché sarei stata fragile. “Eh?” Ci ho preso! E’ proprio così, lo so bene. Perché ero un bersaglio facile! La prima a cedere quando ci sarebbe stato del caos. Questo era quello che pensava di me la marmaglia. Ma io dicevo che non era così. Dicevo che ci voleva coraggio a sopravvivere in questo clima di tacito, ipocrita disaccordo.

Poi c’era quello che sarebbe stato un anonimo compagno di classe delle medie che è ricomparso in circolazione alcuni mesi dopo che dalla città di M. con A. ci siamo trasferiti qua, alcuni… Vuoti anni dopo il nostro arrivo in città. Ero così felice di vedere una faccia conosciuta dopo anni! Non ero nemmeno sicura che fosse lui. Forse la mia era solo incredulità davanti a tanta fortuna. Fatto sta che era sempre stato certamente un tipo che rimaneva un po’ sullo sfondo, ecco. Senza offesa… Ma ci sono rimasta così male! Quando lui mi ha chiamata Elisa. “Il mio nome è Elena.” Di proposito, ne sono sicura, per sminuirmi mi ha chiamata così. E della mia felicità chissene importa, giusto? Che tipo. Il motivo di questo comportamento sarà stato sicuramente che dopo un primo momento di festa che gli ho fatto quando l’ho riconosciuto dapprima alla soglia del suo negozio da parrucchiere visto che non mi ricordavo esattamente il suo nome ma solo il cognome allora glielo ho chiesto. Ma io non avevo malizia. Odiavo i maliziosi. Così quando mi ha invitata a uscire io gli ho tirato il pacco. A parte che io da fidanzata non uscivo proprio con nessuno… Ma dimmi tu se due ex compagni di classe possono litigare dopo una sola occasione che si fossero rivisti, dopo anni di lontananza! Che comportamento da colleghi sarebbe questo?

Di mestiere io facevo l’indecisa. L’indecisa cronica. Sì, non l’hai mai sentito? L’indecisa di professione. Scherzo. Facevo l’imprenditrice. O almeno, qui… Mi spiego. Seriamente, avevo una posizione aperta alla Camera di commercio. Da mesi. Ma non mi andava mai di mettermi al computer a sviluppare un’app che in fondo era una cosa piccola. Mi sarebbe aggradato essere ricca. Ma mi sarebbe piaciuto anche avere una vita semplice. Ma stava per arrivare un grosso acconto da parte dell’INPS al mio conto corrente. Quello con cui si scusano per averti fatto vivere sul lastrico, ricordandosi di te dopo anni di indigenza.

Di fatto, avevo una cultura superiore alla media. La passione per l’etimologia greca non bastava. L’hobby assiduo della scrittura nemmeno. La maturità classica, no. Non era sufficiente a spiegare quale fosse il mio livello culturale e anche se avevo solo un titolo accademico ciò non contava. Infatti solo una cellula multi potente non ancora laureata avrebbe potuto mandare in fumo ogni lavoro che trovava. Perché se era vero che soddisfavo i requisiti d’accesso per la maggior parte dei lavori che si trovano su subito – lavori del cazzo, diciamolo – i requisiti di questi lavori non soddisfavano mai comunque me. Perché una quadra sociale avrei potuto trovarla anch’io. Ero disabile, madre negata e psichiatrica. Ma non priva di iniziativa né di qualità. Né di diritti. Né di dignità. Né di ambizione. Quando avessi avuto la laurea avrei avuto il pezzo di carta che mi avrebbe permesso di essere al livello di soddisfazione professionale che meritavo. Ma in passato mi ero iscritta varie volte in questa e poi quella Facoltà. Con l’indennità INPS non pagavo le tasse semplicemente. Filosofia, farmacia, medicina. Teologia. Legge. 

Adesso mi stavo corteggiando un corso come terapeuta. Counselor, per la precisione. Era stato il mio primo amore, A., a indicarmelo, prima che tra di noi finisse. Il ricordo di lui sopravvissuto negli anni si era condensato e aveva fatto emergere certi ricordi come tronchetti che dal mare giungono a riva, dopo un lungo viaggio. Il suo pentolino rimasto in casa mia, quello con il manico blu che si era spezzato. Qualche tazza risalente alla nostra relazione da ventenni, sempre nella credenza di casa. E poi sì… I libri di Counseling. Che avevano ravvivato la mia speranza così. Avevo reperito il numero di A. circa un anno prima. Ero ancora fidanzata, all’epoca con quello che menava me e il cane, pure. A. Tuttavia avevo fatto uno strappo alla mia regola sulla fedeltà. Regola che fondamentalmente mi contraddistingueva come stile nelle relazioni di coppia. E così, l’avevo chiamato. Avevamo parlato alcuni istanti. Si ricordava di me? Certo. Avrebbe poi detto che avevamo avuto una storia importante, pure. Nonostante ciò pareva che si aspettasse più un dialogo come avrebbe potuto essere un saluto con il sorriso sulle labbra o qualche distaccato aggiornamento una tantum. Invece il risultato dell’interazione è stata uno sfogo disperato che gli avrei riservato qualche settimana dopo, quando la mia convivenza è andata in crisi ufficialmente. Io non so come sia partito tutto ma sentire il suo accento toscano anche così al telefono e solo per una volta e averlo invitato a prendere un caffè che non avremmo preso mai mi ha ricordato che dopotutto potrei pur sempre rivederlo, prima o poi se non… Altro. Anche se lui abita nella sua regione d’origine. E così, vedevo che quando gli mandavo un messaggio (raramente, centellinando le informazioni più essenziali) lui che era in una relazione leggeva i messaggi. Avevano la doppia spunta infatti quando li vede. Credo avesse un I-fone. Ma poi non rispondeva mai. Mai. Accidenti!

Non volevo semplicemente mai casini, tutto qui. Ma c’era sempre chi non mi vedeva di buon occhio perché evitavo gli sguardi ed ero permalosa. Parlo sempre di “sconosciuti,” ovviamente. Ma c’era qualcuno che mi adora e io adoro… Che si trattasse di qualcuno che voleva vendermi qualcosa è secondario perché sul fatto che io adoravo spendere denaro in quel negozio di animali era scontato ma era così e basta: quel negozio era… Magnifico per un cane! Parliamone… Parliamo di Archie, via! Il mio cane bambino. Ogni mese acquistavo per lui compulsivamente tutto lì. Palline se ficcava il muso sullo scaffale preposto, ossa di legno, ossa ricoperte al pollo, al merluzzo, masticativi, crocche, ossa di cervo, scatolette costose mille gusti, monoproteiche… E Archie era estremamente vorace. O voleva giocare, o passeggiare o mangiare, ovviamente. E non c’era fatto in cui io non lo accontentassi. Se poi la commessa mi rivolgeva un sorriso che male c’era? Come se io avessi bisogno di questo più di tante altre espressioni del viso simili a quelle di qualcuno che non sapesse… Quello che volevo. Io almeno lo sapevo, quel che mi piaceva. Il sorriso altrui. La gentilezza. A chi non sarebbe piaciuto il benessere altrui condiviso con i modi giusti? Se intanto la commessa incassava, amen. Poi visto che ero una donna saggia e intelligente io pensavo che l’app che stavo sviluppando come libera professionista con posizione aperta alla Camera di commercio era sull’economia circolare, contro gli sprechi. Non era una contraddizione. Donavo anche al canile, io! Il problema vero è che c’era chi mi giudicava perché avrei dilapidato un patrimonio per nutrire my dog. Ma ciò era del tutto fuorviante! Infatti sarà stato anche vero che io avevo un “reddito” limitato all’assegno che mi passava mensilmente mio padre e la famosa pensione. E che sbarcare il “lunario” ogni volta era dura. Ma mica chiedevo a nessuno soldi extra per questo! E nemmeno rubavo. In passato sì, beh, chiedevo qualche aiutino a fine mese, sì. La paghetta. Ma ero una bambina. Adesso ero una donna “matura.” E lo sapevo che mia madre in particolare se la legava all’orgoglio e temeva solo che io potessi chiedere i suoi soldi per me. E vorrei anche vedere! I figli si fanno e si crescono… E si mantengono – aggiungo io! O non è vero che sarebbero una… Responsabilità? I figli, loro non sarebbero costretti e pronti a litigare pur di far penare per 100 euro in situazione di necessità un genitore. Perché mia madre era un tiranno. Un negriero. Mi avrebbe voluta vedere sistemata a fare un lavoro sgradito, mica teatro come avrei voluto fare io. Solo che si era frapposta tra me e i miei sogni e quando ero partita per l’estero con una compagnia danese me l’aveva fatta pagare… Salatamente.

A 18 anni sono partita per la Danimarca. Sì e sono tornata senza neanche passare dal via in Italia quando mia madre ha chiamato la sanità locale per farmi ricoverare. Non ne ero certa, ovviamente che fosse stata davvero lei ma avevo tutte le ragioni per sospettarlo. Era stato il mio primo ricovero in psichiatria, perché qualcuno aveva riempito il mio bicchiere di droga ad una festa. Che tristezza… E da allora non era mai finito il circolo dei ricoveri. E mia madre aveva sempre inneggiato ai ricoveri. Perciò avevo motivo di credere che anche se non me lo avrebbe confessato mai comunque in ogni caso dietro tutta la misteriosa questione ci fosse lei, anche se ero stata una ragazza sana e promettente, fino a quel giorno malaugurato.

Solo che se mi avessero messo l’amministratore di sostegno se avessi speso troppo per il mio cane, a me che non ero riuscita mai a vincere senonché nell’accumulo dei fallimenti, avrebbe bruciato troppo. Allora sarei stata più riservata e non avrei detto a nessuno come me la passavo. A fine mese, a costo di mangiare fagioli secchi per tutto un mezzo mese, avrei evitato di essere poco discreta circa le mie finanze. Purché non si fossero venute a sapere queste ultime, avrei fatto di tutto perché le informazioni non circolassero pericolosamente nel distretto di mia mamma. Se era vero che avrebbe avviato lei i ricoveri, allora avrebbe potuto innescarsi anche il meccanismo di attribuzione dell’amministratore. Ma la mia libertà non l’avrei svenduta per niente. Avrebbe dovuto piovere prima sulla “pozza-di-sangue-che-sarebbe-stato-il-mio-cadavere,” quando avessi saputo di essere amministrata.

Ero metereopatica. Credevo che si dicesse così, con la “e” laddove sarebbe suonato meglio senza. Il Greco era eccezionalmente assertivo. Se voleva una lettera anche se poco comune ce la ficcava lì e il suono della parola reggeva. Capisci? Io capivo tutto il gergo dei medici. I paroloni! Ma in compenso nemmeno ero più riuscita a credere in me stessa. Questo da quando ero diventata una donna matura, almeno. Perché la maturità spegneva un sacco e anche se recava con sé una serena mitezza, l’adultità era un cambiamento grande. Grande davvero. Dopo, non si era più la stessa persona di un tempo e si resettava tutto un vissuto.

“Prima” era tutto molto più semplice. Forse il motivo per cui dicevo che fosse semplice è che c’ero più abituata. Non ero entrata da tanto nell’”adultità,” in fondo. Eppure tardivamente c’ero entrata. Chi sarebbe riuscito ad autodeterminarsi se sottoposto a una vita come quella che avevo vissuto io, in fondo? Si avrebbe dovuto perdonarmi. Sì, dovevo chiedere scusa… Se avevo fallito ma non mi sarebbe dispiaciuto se qualcuno mi avesse chiesto scusa a sua volta per la sua parte di responsabilità, invece questo non accadeva ancora mai.

Fino a qualche anno prima potevo permettermi che le cose mi arrivassero “conto terzi.” Mi spiego. Delegavo spesso agli altri di avere il piacere e avere me come oggetto della narrazione su quanto ci fosse da sapere nel mondo. Sembra complicato ma ora mi spiegherò meglio. Si tratta di un’attitudine originale che mi apparteneva e oggi non posso più permettermi, vista la raggiunta “maturità.”

Credo di non aver mai preso almeno tre tipi di iniziative: prima fra tutti quella nel sesso. In secondo luogo, quella con i film su Netflix. In terzo luogo, con le notizie di attualità giornalistica. Quello che accadeva era come un gioco: i miei morosi provvedevano per me a queste cose. Non sono mai stata una tipa da iniziativa. La mia iniziativa la rivolgevo ad altre cose. Ad esempio? Fatemi pensare… Ad organizzare le cose. Già. Avevo una mente fortemente organizzativa. La mia agenda era perfetta da sempre. Ero solo un po’ inconcludente e non si poteva di certo dire che io non fossi incasinata comunque, ma questo è solo un dettaglio da nulla.

Ma A., l’ultimo, aveva stravolto lo schema. Mi aveva costretta a cambiare per lui. Fino al punto di concepire che fosse lecito lasciare… Lasciare un uomo. Punto. Per me, che avevo sempre aborrito il divorzio, non era mai stata un’opzione la leggerezza di abbandonare un partner per qualunque motivo. Sarebbe stato banale. Io fedele, io donna di famiglia, io devota… Mi sono ritrovata alla fine della nostra relazione ad affrontare una chiusura totale in me stessa, a combattere in me stessa con mille turbe identitarie. Mi sono ritrovata a guardarmi allo specchio una notte alla luce della lampada accanto al nostro letto e domandarmi: “Chi sei?” E nonostante ci fosse stato un momento con lui laddove avevo veramente creduto di aver fatto breccia nel suo cuore, poi tutto è tornato ad essere sempre e solo ciò che era prima di raggiungere quel livello di intimità che avevo sperato e poi è finita, nell’arco di pochi mesi, quando lui ha trovato casa in montagna per conto suo.

Ricordo come se fosse ieri il giorno quando lui, entrambi seduti come ogni giorno sul divano fianco a fianco, per poter prendermi in giro mi ha mostrato un mockup realizzato con la AI, tra il serio e l’umoristico. E incomprensibilmente questo rappresentava il ritratto di una bella donna che lo baciava, credibile pure. Che lo baciava. Che baciava lui, proprio lui! E io… Sapete che cosa è stata l’unica cosa che sono stata capace di balbettare, in quel momento? “Che… Bel mockup.” Cosa? Che bel mockup! Direste voi. E proprio così, è andata in questo modo. Con quale coraggio posso essermi ridotta così e con un uomo del genere non era la vera domanda. La domanda che volevo continuare a farmi era perché mi sono torturata tanto con quei dubbi e dilaniata tra le spade delle domande, come potrebbero essere: ma lasciarsi sì, lasciarsi no? Ed altre stupidaggini insulse che hanno rappresentato il centro dei miei pensieri per la durata di questa relazione infinita! Già, ma per un motivo ben preciso. Le paranoie infatti sai si dice che tengano lontano il cuore dai dolori peggiori che stanno al di sotto di quelle banalità che ricalcano mestamente. La mia relazione stava finendo da tempo. Avere a che fare con un adolescente troppo cresciuto non è stato facile! Dirò questo a mia discolpa ed anche che in fondo non sono pentita di averci provato con lui fino in fondo, a far funzionare la nostra storia. Al di là di tutti i contenuti stupidi che condividevamo. E’ stata dura quando ho dovuto ammettere di non aver ricevuto un minimo di riconoscenza se avevo accolto nella mia vita un pluri-pregiudicato come lui. Già, proprio così. Vi ho lasciato di stucco, eh? Ci sono proprio riuscita e lo ripeterò: un pluri-pregiudicato ho detto! Avete ben capito a quali livelli di compassione e inclusività viaggerebbe la sottoscritta? E infatti ecco come stavano le cose. Contavo da sempre sul fatto che non avrebbe trovato altra donna dolce come me e già immaginavo che potesse amarmi come si conviene a quella che diventa la crocerossina. Ma lui non aveva mai avuto bisogno di questo. Non aveva mai nemmeno avuto il minimo dubbio di poter cambiare. E io credevo ingenuamente che la pazienza e l’amore avrebbero sciolto il suo cuore. Invece, è andato via. Tutto qui.

E mentre la vita andava via con l’uomo “giusto” che non si è però trasformato per un “caso” nel principe azzurro, ecco che mi sono ritrovata tutta sola improvvisamente nel nostro appartamento martoriato dai colpi e dai rumori nottetempo. E quindi i condòmini si sono fatti sotto. In fondo è comprensibile: avevano accumulato rancore inespresso per anni. Avevamo fatto molto rumore al terzo piano, noi. Prima ancora che arrivasse Archie, soprattutto. Ma anche dopo. A suo discapito anche. Era stato così che da quando ero rimasta sola con lui, un bastardino color crema improvvisamente cresciuto, mi sono poi ritrovata molte volte a rammentare quanto fosse dura sopportare di vederlo così imbranato nel nascondersi sotto il divano, se inseguito minacciosamente per la casa con intenzioni malevole. O guaire al colpo di una pacca un tantino troppo forte. Una volta A. quando Archie aveva solo quattro mesi con una pacca sul sedere gli aveva fatto cedere le zampette e la sua vescica aveva rilasciato tutta la pipì sul pavimento. Non eravamo in casa. La macchia si è sparsa con me tremante nell’androne. Sarei andata mestamente a pulire, subito dopo aver consolato il cucciolo se il suo papà l’aveva inspiegabilmente colpito. Lui… Scodinzolava sempre ad A. Gli voleva un bene immenso. Non so come ho potuto rimanere a osservare tutto questo, non reagire, non ucciderlo per aver fatto tutto questo ad Archie. Io osservavo e speravo che avremmo trovato una quadra. Che per quanto difficile prima o poi avremmo trovato un equilibrio perché dopotutto sarebbe stato difficile per Archie fare a meno del suo… Papà. I vicini avevano origliato tutto, in tutti questi ultimi anni. E alla fine se la sono presa con me. Non con lui! Non sono andati in squadra a vendicare me riempiendo di busse quello che aveva massacrato la mia casa, il mio cane e che aveva fatto gridare disperatamente e piangere a dirotto e gridare me, di dolore e spavento. Loro erano infastiditi dai “rumori di condominio” e dalla “maleducazione.” Capisci quanto sia stato crudele… Accade a tutti ogni tanto di dover badare allo “steccato della propria casetta in Canadà,” d’accordo. Ma che fare una riparazione in giardino sia diventato più importante di quanto non lo sia la fame del mondo, ad esempio… Che vuoi? Già. E questa è già la storia dell’indifferenza.

Archie aveva già conosciuto una prima volta anche E., mia figlia. Una bambina sveglia di sette anni che mi assomigliava tanto. Era distratto. Non credo che avesse capito che si trattasse proprio di mia figlia. Mi aveva spiegato l’amico allenatore che i cani sentirebbero gli odori e così anche Archie avrebbe ravvisato un odore familiare su mia figlia, simile al mio. Invece non è andata così. 

Fatta… Eccezione per un anno per così dire “sabbatico” che mi ero presa libertariamente, quando quel peso che mi portavo dentro era diventato insostenibile se sommato a mia madre, vedevo Elisabetta con regolarità nella provincia prossima alla nostra, con continuità da sempre. Impossibile da riottenere la genitorialità sospesa, non avevo fatto un solo passo avanti a causa di un ostracismo ostinato, a vantaggio della famiglia ufficiale. Quella che quando avevano dato whatsapp a E. di soli 7 anni come prima cosa avevano bloccato prontamente il mio numero. Mi tenevano così lontana, che ormai mia figlia mi chiamava così, per nome. Elena. Erano tutti così freddi, là. E anche se E. voleva far contenta quella nonna stronza, sempre, anche a costo di sacrificare la mia soddisfazione, ciò non importava. Non sapevo se sarebbe riuscita mai a vivermi pienamente. Ma il suo faccino quando ci guardavamo e scoppiavamo a ridere senza motivo è buffo ma mi ricordava ancora che sarebbe stato bellissimo anche se in parte non avrebbe potuto mai essere completamente vivo e vero il sentimento d’amore che legava una madre e una figlia.

Quando sia accaduto esattamente che mi sono accorta di essere single, questo è un mistero. Dev’essere stato quando ho visto come da manuale il mio frigo completamente vuoto, ieri sera. Embè? Ieri sera, già. Proprio ieri sera! Come sia possibile metterci sei mesi dalla fine dell’ultima convivenza senza accorgersi di essere single, un altro… Mistero. Credo che il motivo sia che sono stata come San Tommaso e finché il frigo non è apparso chiaramente affamato di spesa io non ne fossi convinta. Semplice. E’ stato allora che tanto per peggiorare la situazione alle 7.30 di sera sono uscita in strada. E non mi ero accorta che non fosse notte. Allora ho avuto improvvisamente fame. Niente di più trucido: infatti non mi ero accorta nemmeno che non avevo mangiato niente per tutto il giorno! Ho comprato delle macine. Sono tornata in casa e quando le ho messe nel frigorifero per errore allora mi sono messa a ridere. “Buffo!” Mi sono detta. “Il gelato alle macine mi piaceva quando ero bambina…” E mi sono commossa subito dopo. Era ufficiale: ero single. Piangere per un nonnulla, pensare ai chili di troppo, all’infanzia, ai chili di gelato che ti faresti in solitudine sul divano sotto una coperta, mettersi davanti al pc stile hikikomori a scrivere romanzi tristi e soprattutto… Il frigorifero vuoto. Tutto ciò era inequivocabile: “Sono single.” Mi sono detta. E sono scoppiata a piangere sommessamente, come una pazza. Ma in quel momento ha fatto capolino Archie. No. Non era vero. Contrordine: non ero single. Ero matchata a un cane forever. Sì, perché i cani come gli uomini durano anni interi. I cani richiedono cure, coccole, attenzioni. Anche loro cercano di montarti quando tu non vuoi. I cani amano uscire la sera come gli uomini, vanno dietro a tutte le codine danzanti e ai sederini come gli uomini, amano la compagnia come gli uomini. E pensando a questa lista di qualità mi sono allora un poco rincuorata. 

Ma la vita con un cane… Può abbruttire? La vita sola… Con un cane. Meritava una riflessione ulteriore. In quel momento ero convinta che la frequentazione in via pressoché esclusiva del mio cane, assidua e pervicace, mi avrebbe portato a diventare un po’ un cane, comunque esso fosse. Forse preso atto di quello che per qualche motivo avevo appena cominciato a domandarmi se avesse costituito un problema, prima o poi, in prospettiva sarebbe stato meglio per me se avessi cominciato ad aprirmi, che ne so, a… Un corso. Un’attività commerciale. Un lavoro… Sì, insomma, una vita… Nuova. Più soddisfacente. A realizzare qualche sogno nel cassetto che fosse rimasto lì, per quel tempo che era durata la relazione che in fondo mi aveva costretta a rinunciare a qualsiasi ambizione, professionale ad esempio, nel nome suo. E ho pensato a tutte le opzioni possibili di sogni da realizzare ma non ho trovato al fondo del mio cuore alcuna traccia di motivazione. Strano, mi sono detta. Molto… Strano. Per una come me che aveva sempre avviato corsi di teatro, cambiato tanti lavori, superato sfide personali senza pari con resilienza, si trattava della prima volta che mi sentivo così ferma. Inibita. Lo slancio dell’immaginazione si bloccava lì, come avrebbe potuto fare solo una mosca davanti al vetro, nell’atto di pretendere ed uscire da una finestra chiusa. C’era qualcosa che mi impediva di andare al di là della mia condizione. E non avevo mai amato rimuginare. Ero sempre stata una donna d’azione. Quello che osservava perennemente il proprio ombelico in fondo era sempre stato lui, A.! Non io, oh! Forse mi aveva condizionata a tal punto da diventare come lui… Oppure avrei dovuto cercare un modo di tornare libera e sbarazzarmi delle catene dei ricordi e le ombre del passato.

Tutte queste buone intenzioni senza un perché apparente sarebbero scomparse all’alba dell’indomani, quando mi sarei svegliata con i soliti pensieri turpi. Avrei appena sognato Archie che trascinato dalla corrente aveva fatto in tempo a perdersi su una spiaggia sconosciuta e tornare a riva portato da un’onda come Venere mentre io a cavallo tra un sentimento di profondo turbamento per la sua perdita e quello di sollievo immane del ritrovamento non sapevo come riorganizzare i pensieri e i sentimenti contrastanti e conciliare la gioia della gratitudine con l’angoscia che l’aveva preceduta. “L’antiparassitario… Non ha preso l’antiparassitario…” Ho biascicato nel dormiveglia. E così i miei occhi sbarrati hanno visto improvvisamente il soffitto che stavano guardando già da qualche istante nebulosamente e quando l’hanno messo a fuoco Archie è venuto a leccarmi come fa tutte le mattine e io mi sono sentita di nuovo felice. Ci aspettava la passeggiata come di consueto.

Nel corso della passeggiata anche mentre riflettevo sulla condizione di singletudine tutti i pensieri del giorno precedente erano come stati rintuzzati al loro “posto.” Come se sotto sotto non ne valesse la pena di perseguire uno slancio via via così debole. Che bisogno ci sarebbe stato mai di compiere qualcosa di “eroico,” in fondo? Qualche impresa meritevole che altri avrebbero potuto ricordare come… Come fare un secondo figlio con un donatore anonimo e da madre single con cane? No, eh?

Ogni obiettivo mi sembrava ormai abbandonato ad una deriva e aver preso il largo da me definitivamente. Ogni obiettivo mi aveva detto addio e me ne rimaneva solo il ricordo. Se cercavo di visualizzare me stessa in vesti diverse da come fossero, non ci sarei riuscita. Era come vivere in una dimensione solida e ferma come sabbie mobili eppure faticosa e tesa come un palloncino pieno d’aria. Era come essere schiacciata sotto il peso di un’incudine.

“Questo quartiere mi ribalterà come una calza.” Mi sono detta, trascinandomi verso il frigorifero alla ricerca del gelato alle macine quella mattina.

All’epoca del Liceo sapevo solo che la mia ambizione mi avrebbe portato a cavalcar le stelle. Ma non era vero. La mia buona stella? Mi aveva abbandonata subito, quando sono nata si era dileguata. Forse un’eclissi? Chissà come mai… Credo che il motivo in fondo fosse proprio che ero arrivata io. Si era oscurata e io ero nata al buio di una stella che si era spenta. E avevo cercato in mille luoghi una scala per riaccendere la luce nel mio cielo. Una lampadina, un cavo elettrico, almeno. Una ciabatta ove applicare le prese, che ne so… Invece, niente da fare. Avevo provato e riprovato ma era proprio vero che la vita ti sorprende sempre: perché quando al posto del fiammifero che cercavo ho trovato la verità invece, nessuno mi aveva creduta. Come nel mito della Caverna. Solo che io ero fuori, in tutti i sensi. Quanto avevo sperimentato era che la confusione, la menzogna, l’idolatria, le ideologie… In una parola tutti i mali del mondo sono più forti. E bisognava imparare a mettere a fuoco quel poco che abbiamo di caro, perché prima o poi qualcuno o qualcosa sarebbe venuto a riprenderselo. E non era così scontato che saremmo sempre stati gli stessi, da quel momento in poi. Perché come un amico di vecchia data una volta mi ha detto, dobbiamo fare attenzione a scegliere di rapportarci alla gente migliore. Perché queste relazioni… Ci contageranno.

Capitolo 2

“Accidenti!” Ho esclamato, non appena mi sono abbassata ad afferrare il cavo del caricabatterie all’altezza della montatura del letto matrimoniale, in camera da letto. Quella camera da letto dove avevo dormito tante notti insieme ad A., prima che a prendere il suo posto arrivasse in pianta stabile Archie. Ogni notte ora la “busa” del materasso creatasi sotto il peso dell’omone alto 1.90 ospitava il corpicino flessuoso e atletico al contempo del mio cane. Ed era per via di quello stesso cane… Che il cavo mosciamente si era accasciato molle sul palmo della mia mano, completamente fuori uso. Come sarà?

Ogni volta che dovevamo affrontare una passeggiata Archie entrava in modalità: “All’attacco!” E come se fosse scoppiata la guerra del Golfo cominciava a fare balzi che avrebbero potuto scuotere le fondamenta della casa. Sì, sempre che questo edificio non fosse stato brutto così tanto da farmi sospettare che fosse un baraccone abusivo, in realtà. Ma ero sicura che non lo fosse. In fondo eravamo pur sempre nel Centro Italia.

Due delle tipologie di balzi che preferiva Archie li chiamerei piuttosto “tuffi:” il suo carpiato, quello per cui è meglio preparato e la capriola, da svolgersi entrambi rigorosamente… Sul letto. Per sicurezza, naturalmente.

Naturalmente era stato A. a scegliere quella rete da materasso. Una rete così instabile sotto il peso e la spinta di Archie che esso compiva il suo carpiato tanto energico ed ecco in aggiunta al carpiato, contemporaneamente si svolgeva anche una gara di pattinaggio olimpionica completa; con la differenza magistrale che a pattinare non era Archie. Bensì l’intero letto. In pratica quando Archie saltava, il letto pattinava sul marmo verso il fondo della stanza e andava ogni volta a urtare il caricabatterie.

“Ecco perché trovavo sempre più schiacciato il caricabatterie…” Svelato il mistero. “E non ho un secondo caricabatterie. Non ho nemmeno un’altra rete. Quella che abbiamo è così sdozza che sembra dopotutto che A. non si sia sbattuto affatto per traslocarselo con sé. Vediamo… Ora, ha avuto un’intelligenza sopraffina. E’ stupefacente che non se lo sia portato dietro, nonostante avesse speso una cifra non indifferente con il marketplace. Suppergiù 100 euro. Dovrei fargli i miei complimenti…” 

In aggiunta a queste cose, ho subito pensato anche ad un’altra coincidenza strana: A. era noto per prestare un’attenzione maniacale ai cavi dei caricabatterie e se li era presi tutti lasciandomi senza. Morale: un’odiosa congiura insomma.

Il cavo dondolava leggermente a penzoloni tra due delle mie dita e il malumore cominciava a pervadermi. “Archie… Maledizione!” Ma era una mattina come tante e visto che è tra le 7 e le 8 che abbiamo le intuizioni migliori ecco che mi sono domandata come mai non l’avessi ancora fatto; massì… Voglio dire: perché non avevo ancora mai spostato il cavo del caricabatterie dalla parte opposta del letto! Eureka… C’era un’altra presa, proprio accanto a quello che era il comodino di A. e ora è quello di Archie. Esattamente speculare alla mia!

 “Come avrò fatto a non pensarci prima?” Le priorità. Era stato un fatto di priorità sicuramente. Fissare delle priorità era complicato nel marasma di scelte che stavo vivendo con l’empasse, l’inibizione che avevo in cuor mio. La scelta se fare un corso, aprire un’attività commerciale, contattare su qualche gruppo facebook un donatore di seme anonimo e partorire all’estero. Allora mi sono fatta coraggio. In quella che ora era casa “mia con Archie” c’era parecchio disordine, sì. Ma era proprio il caso di dire che non era organizzato. Nel senso che ogni singolo dettaglio in casa mia era pre-ordinato alla massima sicurezza del suo legittimo cane!

Le sedie che Archie divelleva ora erano impilate nello sgabuzzino di un metro quadrato. Il tavolo che Archie sgranocchiava ora era coperto da una tovaglia. Il divano? Oggi completamente ricoperto e ammortizzato con lenzuola anti orma e anti morso. La cuccia… Avevo comprato un’apposita guaina anti scuotimento. La borsa da rider? Posta in alto. Come i detersivi. Come le piante. Sono tossiche per i cani… E potrei andare avanti con millanta altri esempi. Insomma, era la casa di Archie!

Ma era giusto?

Avrei fatto stampare uno stuoino in copisteria: Casa di Archie!

La copisteria era il secondo dei negozi di quartiere dopo quello di animali dove preferivo fare shopping compulsivo. Si capisce. Tutto era cominciato quando ero a fine mese e mi mancavano trenta centesimi e quelle vecchie canaglie che conoscevo da sempre ma non si ricordavano di me non mollavano il colpo. “Non li ho!” Gridavo io. Non mi volevano credere. “E’ vero! Ho dieci centesimi in tutto… E’ tutto quello che ho!” Sono stata costretta a lasciare lì le copie, dopo averle sbattute ben benino sul tavolo in preda ad una crisi isterica. Era una copia del mio prezioso manoscritto del 2024 che sarebbe rimasto lì per non aver potuto pagarlo… Fino al mese successivo! L’impatto non era stato decisamente dei migliori, d’accordo. Ma poi mi sono rifatta. Ho messo in atto una politica aggressivamente passiva. Mi recavo al loro negozio e stampavo roba. Ma la mia tattica era ben più sottile. Si sa cosa siano in realtà le copisterie: delle accolite di vecchie canaglie che sono brave solo a fare gli spioni! Certamente. E a chi non piacerebbe essere spiato a scopo di lucro ma… Di tacito, comune accordo? I social non bastavano più, non erano nemmeno metà del divertimento che sarebbe stato possibile provare accorgendosi che i PDF mandati in copisteria sarebbero stati letti davvero da chi deve fare le copie. Non ero sicura che non conservassero poi delle copie per sé. Ormai era chiaro che in copisteria ero famosa per le mie copie. C’erano loro che in assenza di altri amici si erano impietositi, conoscevano tutto di me e ora non avevano potuto fare a meno di adorarmi come si conviene in ogni caso. Avevo mandato loro persino il contenuto della mia cartella clinica! In pratica, avevo il mio “archivio personale” là. Sì, era così che lo chiamavo io. E poi c’era un’altra cosa di notevole importanza. Era anche sexy. Confidenti che conservano tutto ciò che c’è da sapere sul mio conto sotto chiave. Sexy e divertente. Così, avevo cominciato a sbilanciarmi di più e nel corpo delle email non scrivevo più soltanto cose come: “Oggetto: In stampa Testo: Buongiorno, come sta? Se può stampare e rilegare, potrei passare a ritirare in serata. In allegato PDF. Grazie, cordiali saluti e buona giornata! Elena.” Ora le email assomigliavano più a qualcosa come: “Oggetto: Dove sono i miei calzini? Testo: Ciao vez, a posto? Stampa pure il PDF in allegato. P.S.: Si tratta del mio ultimo libro che pubblico con Einaudi nella collana che mi ero sempre corteggiata il prossimo 15 settembre. Fico eh?” Naturalmente la parte importante è il P.S. Bello esibirsi in fondo. Ed era la prova che per essere miei amici bisognava farlo in segreto.

In fondo credevo che almeno una volta nella vita avessero mandato tutti qualcosa in stampa in copisteria solo per comprare un po’ di visibilità. Sbaglio? Ehilà? C’è nessuno?

Stigma. Cos’è lo stigma? Per me lo stigma era come quando qualche proprietario che trasgrediva la legge e teneva senza guinzaglio il proprio cane, libero di interagire con altri cani, incontrava il mio che era sempre controllatissimo e rigorosamente al guinzaglio e imbragato fino al collo in sicurezza. E’ stato così che mi sono accorta che Archie avrebbe potuto avere già scoperto che nessuno di quei trasgressori si interessava davvero di lui. Ma credevo anche un’altra cosa. Che se quei trasgressori avessero affermato di amare veramente i propri cani… No, non avrebbe retto affatto. Perché se il loro cane non fosse stato buono, come sarebbe stato pronto ad affermare guarda caso ognuno di loro, ma invece imprevedibile come è vero che sarebbe stato ogni animale; e se pure il mio fosse stato meno gigione di come sembrava solo perché era abbastanza grosso, allora sarebbe stato vero affermare che loro non avevano fatto di tutto per mettere in sicurezza il loro animale e, fatto ai loro occhi secondario, anche il mio. Era per questo motivo che per Legge era vietato condurre liberi i cani per le strade e anche i parchi.

Per tutti questi motivi io sarei stata un’odiosa rompiscatole e una legalista: questo era stigma per me. I casi erano due: o questi sedicenti padroni perfetti non sapevano come offrire protezione a un animale da compagnia, oppure… Beh, la seconda era più plausibile: oppure solo io in questo quartiere di degenerati non ero ignara di quanto fosse pessima cosa ritrovarsi con qualche guaio legale improvvisamente di cui doversi sobbarcare, anche se putacaso innocente.

E io incarnavo questo caso. Ero un’ottima proprietaria, era fuori discussione, vero. Ma non era questo il punto. Io sentivo lo stigma e soffrivo ed ero preoccupata per il mio cane perché non avevo ancora abbastanza soldi per fare l’assicurazione per lui, come avrei confessato e se fosse nata una rissa e il mio cane ci avesse rimesso anche solo un’unghietta oppure lui avesse dato un morso o qualche altra cosa di peggio anche a… Un altro povero cane, io casini non ne… Avrei voluti. E ciò che era peggio è che era così limitante ogni volta dover retrocedere, cambiare strada. Ogni volta la stessa storia e sempre le stesse persone. “Il mio cane è buono, è buono!” Così io ero costretta ad evitare certi luoghi, i più scelti naturalmente. Come potrebbe non essere stato così! In fondo proprio perché un luogo era migliore veniva scelto da chi voleva liberare il proprio cane… Che goduria, giusto? Avevo indovinato. Bello liberare un cane e farlo correre dietro al fresbee che altri nemmeno comprano per rispetto, nel parco migliore della città! Ero stanca. Stanca di subire. Stanca di portare una voce fuori dove sarebbe rimasta inascoltata. Quotidianamente dover reggere il peso di questo, quell’alterco. Sempre la stessa storia che si ripeteva ogni santo giorno.

Ma non era arrivato Gesù? Gesù non aveva detto che dovevamo essere felici di essere buoni tutti? Non crediate che io abbia piagnucolato come una cagasotto, ora perché non è così. Parlo con serietà. Mi sono infilata in un brutto guaio e non so come uscirne. Infatti ho cominciato a pensare che questa vita sia come una grande gara dove si fa a chi punisce di più il prossimo. Stamattina infatti in preda a questo sentimento che vado raccontando orbene sono entrata bella come un fiore nel bar accanto alla bella casuccia di G. G. dove sarei andata a fare le pulizie e senza troppi convenevoli ho ordinato un caffè. Con la coda dell’occhio mentre ero distratta a osservare le paste, sovrappensiero non ci ho fatto troppo caso ma ho notato la barista, che non era la solita di sempre, fare “Cucù” con me. Cosa sarebbe? E’ presto detto. Sembra che non le avessi rivolto troppe attenzioni a cui credo fosse abituata e così per accertarsi che non fossi in catalessi e invece fossi solo appena sveglia, visto che erano già le 10 del mattino, mi ha fatto la domanda che nessuno dovrebbe mai fare a Elena. “Tutto bene?” Io che detesto quella domanda in generale l’ho ignorata. “Prendo anche una brioche.” “Mi ha sentita?” Era fastidiosissimo. “Alla mela. Grazie.” La signorina ha fatto una smorfia contrariata e strizzato un occhio – l’ho vista – a una donna dietro le mie spalle. La situazione non mi aggradava ergo prendo la mia brioche con la tazza di caffè e mi sono seduta all’esterno. Rientrata, al momento del pagamento ho esibito una banconota da 50 euro. La barista con la solita smorfia sulle labbra contrariata, al limite del disgusto si è rifiutata di darmi il resto. “Non ho da darti il resto.” Si è lagnata. Adesso viene il clou: sommessamente mi ha chiesto il bancomat. Io ho barcollato. Io che non uso il bancomat, con meno di 100 euro/cifra tonda sul conto a fine mese che dovevo prelevare oppure sarebbero arrivati i RID bancari a levigarmeli? La mia mente è andata nel caos. Non riuscivo a pensare più a niente, tranne che al caffè del cazzo che avevo preso ed ero costretta a pagare. Era inevitabile che pagassi. Lei non era di certo come il ragazzo “muscoloso” che mi diceva: “Next time!” Annuiva così ogni volta e chiudeva con un’allegra risata se arrivo senza soldi in tasca. Sconsolatamente ho barcollato, l’avventore donna dietro di me l’ha notato, ho percepito un sottile cambiamento di energia legata alla soddisfazione delle due complici che avevano continuato ad osservarsi mentre io me ne stavo sempre defilata. Non amavo le attenzioni. Era così difficile da capire? E poiché avrei pagato con il bancomat per loro sarebbe stato come mettermi in buca. La vita è questa: non sai come mai ma c’è chi preferisce vincere e chi non ci fa caso. Ma a nessuno piace perdere. Così ho rotto il tubo dell’acqua a G. G. in casa sua perché avevo bisogno di una valvola di sfogo.

E sì, devo dire che è stato estremamente piacevole. Sì, è stato piacevole fare una crepa nel cestello inferiore del suo frigorifero anche. Solo che questo lui non lo sapeva… Ancora. Ripensandoci no, non è stato piacevole fare questi danni. Ho goduto.

Del resto il bello di fare le pulizie era che si trattava del mestiere che aveva il potere più rilassante su di me. Si usavano le mani, il corpo. Sì, proprio così: quando si faceva qualche danno si usavano le mani e il corpo. Sì, ma non i classici danni sono quelli che dico io. I danni che dico io non sono come quando un piatto ti scivola di mano mentre hai le mani sotto l’acqua corrente, finisce a terra e va in mille pezzi; i danni che dico io sono come quando hai un grosso vaso cinese di valore o un quadro da collezione e questo intenzionalmente lo sfondi, quello lo stringi così forte tanto da farlo andare in frantumi.

Già. Le mani per rompere. Il corpo per esultare. E’ così che si facevano le pulizie rilassanti.

Ma la parte più divertente non sono le ripicche, come si potrebbe invece pensare. La parte più divertente viene dopo. “G. G. si è rotto il rubinetto dell’acqua calda, accidenti… Quanto mi dispiace!” In quel momento G. G. si sarebbe appena voltato dalla mia parte, mentre io avrei in mano il tubo dell’acqua scollegato dal muro da cui fuoriescirebbe un getto d’acqua violento. Potrebbe sembrare una scena di Arancia meccanica, invece sarei io a dire con naturalezza: “Accidenti, il tubo è completamente divelto e dell’acqua proveniente dal bagno sta allagando l’appartamento.” G. G. inorridirebbe e io continuerei: “Naturalmente se è vero che sarei stata io a fare questo danno, stavo appunto pensando a quanto potrebbe costarmi risarcire.” “Costa troppo per le tue tasche. Non puoi permettertelo.” E poi viene il bello: “Va’ a casa a riprenderti. Hai bisogno di riposo.” G. G. mi avrebbe appena dato una carezza, io avrei sorriso e nel mentre avrei infilato una mano nella mia tasca dei pantaloni altezza chiappa sinistra, defilandomi. Ne avrei estratto uno scontrino, di cui mi sarei liberata al primo passo fuori dall’androne del prestigioso stabile e un accendino. La sigaretta si accenderebbe. Profumo di fascino. Aspiro. Il fumo esce dalla mia bocca. Coprirebbe la visuale a chi vorrebbe guardare oltre la coltre il mio viso che nel preciso istante in cui sogghigno avrebbe qualcosa di stranamente e vagamente inquietante. Intenzionalmente sbufferei, altra boccata, altro fumo. E mi starei facendo la passeggiata più rilassante che ci sia. Tornerei dal mio cane. Se non fosse che avrei lasciato cadere come per magia la sigaretta a terra. Lo scontrino si sarebbe incendiato. E così tutto lo stabile. Tutto qui.

Naturalmente questo era un sogno troppo segreto e magnifico per essere vero. Tutt’al più per rilassarmi avrei potuto chiamare K. K., sì. Un’altro dei miei passatempi strambi.

K. era la mia amica del cuore. Si capisce, lei non sapeva di esserlo.

Si trattava dell’addetta del servizio dell’educativa territoriale presso la quale si svolgevano gli incontri protetti con mia figlia. Siete sconvolti dalla mia apertura mentale eh? Lo sapevo. Credevate che una tipa cattiva come me non sapesse cosa fosse la vera amicizia. Da sette lunghi anni ero l’ospite bisettimanale in quella che era la camera dei giochi dove si svolgevano le sedute d’incontro tra me, Elisabetta e K., appunto. Una volta K. se ne stava oltre una parete, ad osservare tutto da una finestrella nella sala delle registrazioni. Già. I servizi sociali registravano ogni singolo movimento che una madre faceva con la figlia presente e viceversa, se la reputavano inadatta a quel tipo di interazione come me. Questo fino a 3 anni fa. Oggi invece il nostro rapporto si era evoluto così tanto che uscivaamo per la città noi tre insieme e sembravamo così affiatate… Che ci scambiavano per una famigliola. Già. Ben due volte al mese.

Un giorno ero così convinta che sotto sotto fosse corruttibile e potesse rivelare informazioni preziose perché per la sua amicizia con me l’assistente sociale l’odiava, l’ho invitata a prendere un caffè. 

“K. Non so come dirtelo, veramente. Ma credo… Di averti vista in difficoltà davanti all’Assistente sociale l’ultima volta. Ho come l’impressione che ci sia qualcosa che non va… Tra loro e te.” Le ho detto. Silenzio. K. mi ha guardata pazientemente e ascoltava quanto avessi da dire guardandomi negli occhi. Io ho continuato, perfettamente a mio agio: “Credimi, tu… Hai qualcosa di speciale. Davvero. Con tutta la mia comprensione io so di avere la tua anzi, ti dico anche che sono così sicura che tu sia dalla mia parte esclusiva tanto che sono sul punto di chiederti una cosa.” Ancora silenzio. “C’è qualcosa che mi vuoi dire?” Chiedo io a lei e K. sembra non aver capito bene la domanda. “Prego?” Ha sbottato dopo aver tossicchiato e lanciato al tavolo accanto a sé una breve occhiata perplessa. Mentre lei si raccoglieva leggermente facendosi più piccola in avanti con la sedia, coperto il viso con una mano, avevo improvvisamente la sensazione che volesse nascondersi e mi sono fatta coraggio: “Allora visto che io ti so quale sei, un’amica leale voglio essere la prima a tirare fuori la mia alta voce ed essere la prima delle due a dire ciò che so.” K. sembrava arrossire ma io ho insistito mentre lei era sempre più a disagio, per qualche strano motivo non voleva cedere: “Tu vorresti che io riacquisissi la genitorialità pienamente ma quell’assistente sociale te lo impedisce. Non è vero? E’ così… Eh? Cosa ne dici, è oppure non è la verità?” E andavo sempre più in ansia, così K. semplicemente mi ha battuto la mano sulla spalla e non so come è riuscita a portarmi via anche se in lacrime fuori dal bar, dove anziché il solito avevo bevuto anche un goccio. Chissà se se lo ricordava ancora. E’ capitato un anno fa, quando credevo che sarebbe stato facile.

Era da qualche giorno che come potrebbe fare solo un animale in cattività nell’arena di un circo, mi aggiravo anch’io alla ricerca del colpevole, che da qualche tempo mi aveva rubato il buon umore. Ruggivo con gli occhi. Con un ghigno mi guardavo in giro sospettosa. Minacciavo con le mie falcate pesanti e regolari. Emanavo raggi nocivi all’epidermide umana da tutti i pori. Sì, ma di proposito. E poi dicono che non siamo in grado di intendere e di volere. “Dov’è il mio buon umore? Dove!” Speravo che il mio grido squarciasse il silenzio dell’interiorità di qualcuno, visto che non avrei potuto gridare alle quattro bandiere come mi sentivo. Immaginavo che esistesse da qualche parte il mondo delle “idee,” dove anche la mia idea di perdita avrebbe avuto quartiere. 

Al risveglio di qualche giorno prima, infatti, mi ero sentita subito giù. Sì… Giù, voglio dire sopraffatta – come quando… Non sai come mai ma hai come il presentimento che qualcuno abbia fatto qualcosa di male a te. Quando e come non si potrebbe mai saper dire. Evidentemente era accaduto durante la notte. Perché il giorno prima mi sentivo diversa. Più sicura. Sorridente. Sì ed era il mio stato d’animo abituale di sempre… Prima, quello. Era come se si fosse rotta la mia armonia e ora non ero più capace di guardare al benzinaio con la stessa durezza, né il ragazzo muscoloso, tantomeno sarei entrata nel bar con quella faccia. Non ero la stessa di sempre. Mi sentivo improvvisamente molle come una colpevole condannata davanti a una giuria. Mi sentivo dolorosamente scoperta e non ne conoscevo il motivo. Era come essere stata ribaltata come una calza.

All’ora di pranzo, io e Archie avevamo già fatto almeno tre retate a passeggio e stavo girando i miei spaghettini in bianco con un filo di salsa di soia super-salted nel ciotolone da colazione “single-style” a pois che mi aveva regalato papà, prima dell’operazione. Mi sono portata in sala pronta a rilassarmi e cominciare a mettermi al lavoro: era tempo di scrivere un nuovo capitolo del mio nuovo romanzo! 

Avevo appena cominciato a scrivere, tra un boccone e l’altro ed ecco che ho sentito il muso di Archie che proprio in quel mentre si infilava sotto la mia ascella. Il mio cane voleva di nuovo attenzioni. Tempestivo come un rolex quando stavo appunto cominciando a concentrarmi avrebbe voluto uscire di nuovo. Io non ero molto decisa. Ma visto che i cani sapevano sempre quello che facevano e Archie era il “sergente” di casa come sempre il mio cuore-di-burro-tutto-per-lui ha ceduto. In fondo avrebbe potuto esserci un motivo. “Avrà la pupù.” Mi sono detta. E siamo usciti di casa.

Volevo fare velocemente e tornare al romanzo ma siamo entrati nel solito parchetto, Archie come sempre ha fatto il suo ingresso da vigilantes scrutando l’orizzonte con fare famelico, alla ricerca dello sguardo da incrociare di qualche altro mannaro come lui ed ecco un piccolo cagnetto, sì… Un cagnetto davvero innocuo, piccolo nemmeno quanto un quartino di quelle cosce di pollo che compravo al mattino dal macellaio. Si vede che ad Archie avrà ricordato proprio quelle buone cosce, visto che le aveva ricordate a me e avrà pensato di mangiarselo. Infatti si guardavano e Archie si è seduto, a farmi la guardia. Ho ridacchiato mentre lo osservavo, alle sue spalle: “Archie…” Gli sussurro: “Sei davvero scorretto, sleale e ti piace vincere facile, allora.” Così, mi è venuto spontaneo domandare alla donna che dava le spalle a noi due se Archie potesse avvicinarsi e giocare, davvero bonariamente.

“No.” Ha tagliato corto lei. 

La risposta mi ha offesa e mal disposta, da subito. Non sono riuscita a ribattere niente. Ciò che me l’ha impedito è stato uno sguardo fermo e irremovibile accompagnato da un mezzo sorriso che mi rivolgeva la donna in modo persistente, distratto e saccente. Distratto sì, eppure si stava soffermando un tantino troppo su di me. Era come se volesse intimidirmi o colpirmi, senza motivo. Non sapevo cosa pensare. Come se fosse più importante tenermi alla larga che non far giocare Archie.

La donna era una russa con i capelli che sembravano slavati da tanto che erano rovinati dalle decolorazioni. Io in quel momento mi sono accorta che era impegnata, con la figlia che avrà avuto su per giù un annetto che si dondolava sull’altalena e una ragazza di cui non avrei saputo individuare l’età che osservava la scena. Mi dico: meglio un no secco di mille salamelecchi come quelli di tanti italiani che sono così antipatici, dopotutto. E lì per lì ho sopportato la risposta sbrigativa e non proprio premurosa. 

Ma Archie aveva appena deciso che in base allo stato d’animo della sua padrona doveva fare il culo a quella graziosa famigliola e davanti a tutti, come piace a lui. Mi sono detta: “Perché!” E in modo che le donne potessero sentirmi presente gli ho intimato: “Vieni, andiamo via. Ora.” Ma Archie non ne voleva sapere. Si è sdraiato al suolo con lo sguardo fisso sull’altro cane e se tentavo di portarlo con me opponeva resistenza. Le donne hanno legato al guinzaglio il loro cane. C’era tensione. Di nuovo. La mia mente ha cominciato a prefigurarsi scene da panico con l’arrivo dei vicini Carabinieri. Allora mi sono fatta coraggio, mi sono detta: “Ma no, è impossibile che vengano i Carabinieri. Elena, ma cosa stai pensando… Coraggio. Archie… Andiamo, su!” E l’ho strattonato.

Ma lui non voleva saperne di andare via. Allora non ricordo esattamente cosa sia stato detto in seguito, solo che è stata lanciata una rispostaccia e qualche scambio in russo tra le donne che deve aver fatto scattare in me qualche stato d’animo che Archie deve avere avvertito, perché ha cominciato ad abbaiare… Le donne avevano paura dell’atteggiamento del mio cane. Doveva sembrare loro determinato. Era innegabile: era determinato a proteggere me. Aveva avvertito tensione quando la donna mi aveva guardato in modo persistente. Lui era il mio assistente, in fondo. Faceva il suo lavoro. Bisognava avere pazienza. 

Insomma i circuiti neuronali in simbiosi di Archie e me sono andati in tilt contemporaneamente, solo che i suoi lo avrebbero portato ad aggredire, i miei a cedere. E infatti non eravamo d’accordo. E quand’è così, è caos! 

Non sarò in grado di capire il russo, ma dal tono anche un cane come Archie era stato capace di intuire che le donne facevano le seccate, visto che Archie era irremovibile nella sua posizione e non accennava a mollare. E io in quel momento stavo pensando sempre più irrefrenabilmente infuocata che ad essere seccata avrei dovuto essere io. Solo che non avevo una compagna con cui mostrarmi seccata. E avrei avuto le mie buone ragioni se fossi stata seccata. Prima fra tante, che come dico sempre se porti fuori il cane che hai adottato, non puoi poi essere poi seccata se si avvicina un cane e devi prenderti cura che possa giocare, anche se stai dondolando tua figlia sull’altalena. Ed era esattamente ciò che stavo pensando. Allora ho fatto una cosa che non avrei dovuto fare.

Ho rivolto un cenno di disgusto. Sì. Alla figlioletta. Poi ho abbassato lo sguardo a lungo, mentre intorno c’era sempre più silenzio e non sapevo quello che stava accadendo. Quando ho alzato lo sguardo e ho guardato davanti a me, ciò che ho visto e non avrei voluto vedere è stata la madre della piccola sempre di spalle a dondolare, d’accordo, ma anche la ragazza accanto a lei che mi osservava con intenzione. Sapevo ciò che avrebbe voluto dire quello sguardo: ho visto come hai guardato mia sorella. Allora ho abbassato lo sguardo di nuovo. La famiglia si è alzata e se n’è andata con il cane piccolo. Noi abbiamo preso un’altra direzione. E quando sono rimasta sola con Archie all’angolo più prossimo a casa, in un parco, mi sono accorta che stavo sudando. Sì, di preoccupazione. Il mio primo pensiero dopo questo episodio è volato prima ad Archie. Poi al vecchio A. E mi sono sentita morire. E mi sono detta: “Le persone che fanno più male ai danni altrui sono anche quelle che non saranno in grado di proteggere i propri cari.” E mi sono sentita in pericolo, minacciata e insicura per via della… Mia stessa condotta. Non so perché ma mi sono accorta in quel momento che da quando avevo deciso che qualcuno mi aveva rubato il buon umore in quel quartiere faticoso, infatti, avevo perso di vista l’obiettivo: dare ad Archie sicurezza, protezione. In una parola: amore. Potrebbe sembrare strano se dicessi addirittura… Esempio. Ma è vero. Anche un cane ha bisogno di esempio. Esempio di bontà. Altrimenti farebbe la guardia anche in occasioni improprie, come era accaduto a noi. E se avessi dimenticato questa importante lezione, sarebbe stato possibile mettere in pericolo lui e me. Chi lo sa che là fuori non ci sia qualche russo, pronto a cospargere di bocconi avvelenati il nostro praticello, sotto questa o quell’altalena “privata”?

Dovevo dire “basta” ai sentimenti che covavo in cuor mio di risentimento o avrei finito per incendiare il quartiere. Come fare?

Tutto era cominciato quando deve essersi rotto qualcosa in me. Quando dal profondo della coscienza ho concepito come questa sua potente voce del didentro potesse giudicarmi e farmi torto. Come quella mia stessa voce potesse sussurrare al mio cuore: “Sei una brutta persona.” Quel giorno la mia integrità ha cominciato a vacillare. 

E’ accaduto nel giorno che ho trovato nel cestino posteriore della mia bicicletta a M. un sacchetto igienico per cani… Pieno del contenuto. E’ stato imbarazzante. Uno shock che mi ha costretta mio malgrado a entrare in un vortice di domande, che da allora è inesauribile. In fondo, è risaputo che questi dispetti si fanno solo a chi le merita, mi sono detta. E credo che sia stato che ero avidamente desiderosa di sincere risposte che devo essermi messa in ascolto dei dubbi su di me, capendo per la prima volta che per qualcuno, forse, – e non siamo tutti uguali, – se hai una figlia in affido e hai una diagnosi psichiatrica sei automaticamente una brutta persona… Cosicché sarebbe stato più difficile sempre. L’impatto con la realtà è stato acuito dalla convivenza con A. che non faceva mistero della sua difficoltà a frequentare una donna con un passato difficile, scomodo. Che lui fosse un alcolista pluripregiudicato per lui non aveva importanza e non mi faceva sconti. Non si domandava se per caso anch’io, come lui, avrei potuto domandarmi la stessa cosa, se avessi per caso sperato di avere mai un partner più “all’altezza” di me. Problema che comunque io per indole non mi ponevo. Io gli volevo bene con purezza, tutto qui. Lui mi voleva un bene filtrato dal giudizio razionale, a quanto pare. 

Comunque sia, è stato da quel momento che la mia disponibilità a diventare una donna sempre più spregevole si è spinta oltre ogni limite in un’escalation che aveva le sue ragioni in un semplice principio: “Se vuoi abbattere il nemico, devi conoscerlo.” Con ciò, il mio nemico non era chi aveva messo in me tali dubbi, con una bella sorpresina nel mio cesto e nemmeno A. Bensì lo stato di brutta persona in sé e per sé avrei dovuto mettere k.o. 

La prima cosa che ho fatto dopo aver accettato che per qualcuno avrei sempre rappresentato una cosa sporca non è stato piangere. Né digrignare i denti. Né scrivere sul muro della casa di mia suocera “M. OBESA.” o andare alla ricerca del colpevole. La prima cosa è stata darmi una sbiondata. Una sbiondata sì. Ai capelli. Dal parrucchiere. 

Non appena sono uscita dal salone alla moda mi sono guardata con le extension e il nuovo taglio “importante” aveva funzionato. Non era vero come avrebbe detto qualcuno che non ero più io o avessi perso metà del mio fascino, con i capelli corvini. I miei lineamenti semplicemente si vedevano addolciti. Il mio sorriso con quella capigliatura sembrava improvvisamente più innocente.

All’epoca mi barricavo ancora dietro qualche scusa campata in aria, come ad esempio che il male fosse giustificato, quale legittima difesa. Proprio come se tutto il male che avevo subito potesse legittimare una condotta scorretta.

C’era una cosa che non potevo sopportare. E questa era viaggiare in autobus. Figuriamoci se si sta come delle sardine, negli orari di punta sulla via E. Ed era sugli autobus che infatti davo il peggio di me. Fatto sta che ero sempre più intollerante, in quanto alla presenza ravvicinata altrui, forzata dalle circostanze.

Sì, perché la seconda cosa che detestavo di più era la mancanza di modestia. E siccome oggigiorno il mondo pullula di “esibizionisti,” sugli autobus questi erano più portati a fare mostra di sé, è naturale. Infatti gli autobus sono il luogo urbano per antonomasia che può dare adito a un teatrino. Un esecrabile teatrino! Basta pensarci infatti: come un teatro, sull’autobus era prevista l’entrata in scena, la seduta, l’attesa, l’alzata… E poi il momento più insopportabile di tutti: la sfilata verso l’uscita! Ormai mi ero del tutto convinta che molti frequentassero gli autobus quali privilegiati luoghi d’incontro tra single intenzionalmente. Ed io che ero l’unica single in circolazione che non voleva saperne di uomini e appena uno di essi si interessava giravo al largo… Se anche avessi voluto allontanarmi, non avrei avuto luogo in fatto di diritto da far valere su un angusto autobus fitto di persone!

Ma quale pensione e pensione INPS! Col cavolo che una pensione INPS potrebbe essere ritenuta risarcitoria. Ho sempre pensato che gli invalidi come me dovrebbero essere dotati non di 500 euro al mese, se… Va “bene.” Bensì di elicotteri. Certo. Hai capito bene. E-li-co-tte-ri! E con tanto di autisti privati. L’autonomia non passa più attraverso le somme irrisorie che concede l’INPS. La libertà… Di cui è privo l’invalido va compensata, dico io… Con un mezzo in grado di portarlo dove vuole nel minor tempo possibile. A sparo. Boom! Che possa innalzarlo dalla marmaglia di cui è pieno il mondo. Questo è il male dell’invalido: il suo stigma. E lo stigma risiede nel cuore malvagio della marmaglia.

Quella si trattava della stessa marmaglia che poiché aveva creduto che io fossi una brutta persona, aveva finito per convincere anche me! Tanto che nemmeno mi ricordavo chi fossi, ormai. Quello che sapevo a differenza del passato era che se non fosse stato per la marmarglia di M., quella che aveva posato il ricordino nella mia bici, non avrei conosciuto rimorso né risentimento né rancore.

Io rosicavo e stringevo i denti mentre lo sforzo di sollevare il peso del mio furore era eccessivo. Un peso insopportabile. Credevo che prima o poi mi sarebbero cedute le braccia, in qualche modo semplicemente e allora sarei precipitata. Dove non lo sapevo ma credevo che avrei potuto morire accasciandomi. Se la mia morte avvenisse così, accasciandosi sarebbe la ciliegia che è mancata a questa fottuta opera d’arte che altri hanno voluto fosse la mia misera vita, pensata al posto mio. Speravo solo che anche il ricordo di me soggiacesse al peso dell’oblio. Solo in questo modo non sarebbe rimasta alcuna evidenza disponibile, su quanto ce l’avevano fatta a schiacciarmi altri.

Solo un body builder potrebbe conservare un perfetto sorriso smagliante nell’atto di sollevare duecento chili. Giusto? Esattamente ciò che la esile Elena non era. “La biondina con gli occhi neri vispi che si aggirava anonima con l’aria aggressiva come un cane insicuro.” Il mio epitafio.

Ieri mi sono detta che in fondo quando sarei stata morta complessivamente si potrebbe dire di me che io abbia vissuto per una causa. Sì, quella di ammazzare questo sistema repressivo con cui non concordo. Spero di averlo un po’ vandalizzato, scalfito almeno. Di esserci riuscita. Almeno in parte.

Povera me. Quando ci ripensavo mi capivo un po’ di più. Capivo come mai ero ora ridotta in un milione di piccoli pezzi.

Ma io avevo Archie.

Capitolo 3

Come se non bastasse, era domenica mattina e c’era comunque traffico, fatto che agitava Archie e lo induceva ad accelerare sul marciapiede mentre passeggiavamo.

Rifugiatici in disparte sulla collinetta centrale di un parco poco distante da casa, mi stavo ciondolando in un momento di pausa tra un tiro e l’altro che Archie imprimeva con una forza da rinoceronte selvaggio al guinzaglio come sempre e prendevo fiato. Mi sollazzavo a guardare Archie, che annusava assorto e concentrato come sempre un punto preciso nell’erba e quell’attività mi rilassava. Dog watching. Ho fatto un primo sospirone per trasformare tutta la tensione cronica accumulatasi in me negli scorsi giorni, in sollievo. Sentivo uscire quella tensione fin dal fondo delle mie ossa. In quell’istante un rumore brusco e improvviso ha spezzato il ritmo di quel momento magico di silenzio urbano. Un tiro: non quello del guinzaglio di Archie, bensì una tapparella che a qualche distanza si alzava, troppo mattiniera per essere domenica. Il ripetersi di quel rumore scrosciante, tra una pausa regolare e l’altra, con la tapparella che si muoveva grazie all’intervento muscolare di qualcuno mi imponeva di sentir gravare su di me il peso della massa piatta di quello stupido diaframma in plastica bucherellata e ombreggiante per un attimo che anche se dapprima mi ha investita però poi mi ha riempita di malinconia. Mi ha fatto tornare bambina. Un ricordo allora mi ha rapita e fatta tornare indietro, a quando abitavo con i miei genitori.

Ho pensato infatti a quanto tempo doveva essere passato dall’ultima volta che avevo sentito quel rumore l’ultima volta, prodotto esattamente in quel modo. Molti anni, anche venti, ho pensato. Così è scattato in me il meccanismo dei ricordi e ho immaginato ad occhi bassi l’interno di quella casa. La casa della tapparella che si alzava. Un uomo si era appena alzato dal letto, un letto semplice ma dotato di lenzuola immacolate e garbatamente profumate. Si è avvicinato con passo incerto per l’interruzione dal sonno alla tapparella e ha fatto il rito che si ripeteva chissà da quanti anni in quella famiglia tutte le mattine sempre allo stesso modo con lo stesso rumore e le stesse pause tra uno strattone e l’altro. Rassicurante. La famiglia Tapparella, ho pensato e ho sorriso e una lacrima fredda mi ha rigato una guancia. Un leggero venticello che c’era nell’aria mi ha fatto sentire il bisogno di tornare al riparo. C’era abbastanza umidità e sarebbe venuto a piovere, forse. Ma questa era una scusa per non ammettere che in verità la notte precedente avevo fatto un sogno e stavo pensando a mio padre, che non vedevo da tanti mesi.

In casa mia da tempo immemore – da quando ero andata ad abitare da sola, credo, circa vent’anni prima – era come se non esistessero le care tapparelle serene. In compenso il rumore elettrico della serranda al piano di sopra, quando si azionava con un invadente pulsante irrequieto che faceva scattare il vibrante e prepotente movimento verso il basso e verso l’alto di quella sciocca ostentazione di domotica in casa propria, mi faceva sempre pensare di essere nel posto sbagliato.

Tuttavia, ben diverso era stato ciò che al momento dell’alzata mattutina in casa Tapparella era accaduto davvero. Un uomo si era alzato da lenzuola candide. E sì, fin qui ci siamo. Ma al primo accendersi di un lumino fastidioso in fondo alla pupilla – che altro non era che il primo raggio di sole appena penetrato in fondo al suo occhio, da oltre un forellino della tapparella – l’uomo ha lanciato un improperio e ha maledetto l’arrivo della giornata odierna. In fondo si trattava di un sentimento molto diffuso e condiviso anche da me.

Era mio padre quello di buon umore al mattino. Non il signor Tapparella.

Anche se era stato il mero rumore di una tapparella a sollevarsi io ero perennemente inquieta. In fondo, anche se io in quel momento non avevo a portata di mano alcuna tapparella da aprire che mi permettesse di maledire la luce del giorno, mi sentivo perennemente sotto l’occhio di bue di qualche divinità crudele e l’unica cosa che sapevo di volere era nascondermi in preda alla vergogna, senza un esatto perché.

Dal mio antro mentale è emerso questo grido muto: “Chi sarebbe il rompi scatole che apre la tapparella proprio mentre mi sto rilassando?” Ho sibilato ancora qualche altra maledizione tra i denti come se a essere penetrata improvvisamente di un getto di luce nell’occhio sinistro fossi stata io. Ma poiché ci trovavamo in uno spazio ampio e aperto a perdita d’occhio, non sarebbe stato facile uscire dal campo visivo di chi aveva osato interrompere la mia pace e ciò mi infastidiva. Mi infastidiva avere gli occhi addosso. Mi sono coperta la faccia. Ero sempre nello stato che potrebbe attribuirsi a qualcuno che avesse molto da dire ma solo di censurabile. Infatti ero costretta a zittire costantemente i miei motti “geniali,” motti di cui ero sovrabbondante e tumultuosa. Se solo avessi potuto dare voce, io… A quei motti… A quelle parole…

La solitudine mi aveva resa intrattabile. Adesso era ufficiale.

Il sogno che avevo fatto la notte precedente era stato più che altro un presentimento che mi aveva fatta trasalire. Mi ero svegliata di soprassalto con la stessa sensazione addosso di quando avevo incappato la prima volta in A., il mio ultimo moroso. Così, improvvisamente mi sono ricordata in quel parco che quest’oggi era il suo compleanno. Nessuno se ne sarebbe ricordato dei miei. Mia madre no. Non mio padre.

Si mormorava che una famiglia di stranieri quando andava a pasteggiare in almeno due dei parchi più noti del giro che fanno i cani, tra un turno al mini market e l’altro abbandonasse scarti di cibo avvelenati allo scopo di uccidere gli animali di cui non amavano la vicinanza, con la loro pausa pranzo in corso. E anche un giornalaio italiano lo faceva. E con il giornale sotto braccio mi sono detta:

“Allora è veramente possibile che io abbia rubato il buon umore a qualcuno.” L’avevo sempre pensato, senza mai crederlo veramente. La mia mente ha cominciato a viaggiare a mille nodi e più esplorava le possibilità più mi rendevo conto di qualcosa a cui non avevo mai pensato, da quando avevo perso fiducia in me stessa. E cioè… Era triste ma a quanto pare era possibile che fossi invisa a qualcuno davvero. Infatti il modo in cui osservavo minacciosamente ogni straniero che incrociavo sul mio cammino era lo stesso sguardo di chi incrociava il mio, di tanto in tanto.

Quando siamo rientrati dall’ennesima passeggiata, un cartello campeggiava sulla porta d’accesso allo stabile. Si trattava di un “avviso,” come avrebbe detto mio nonno. Il foglio metteva a conoscenza i condomini che nel corso della giornata di mercoledì, avrebbero avuto luogo alcuni lavori e pertanto si pregava di non parcheggiare nel nostro vialetto. Alla vista dell’avviso ho sentito di dover dominare l’impulso irrefrenabile di stracciarlo. Poiché ne avevo visualizzato esattamente ogni minimo brandello di carta volato al suolo, quando ho realizzato subito dopo che il cartello era ancora lì, al suo posto, ho provato un forte senso di nausea.

Per me che non guido il contenuto del cartello avrebbe potuto ricordarmi solo il calvario superato prima di arrivare al giorno dell’appuntamento in Commissione speciale invalidi con tutta la documentazione, a richiedere il foglio rosa prima che mi fosse detto che mancava un documento. All’epoca avevo 38 anni. Tanto mi ci era voluto per trovare il coraggio di richiedere il conseguimento della patente. Ho pestato violentemente i piedi a terra per la frustrazione davanti a tutti e quando sono stata liquidata come chi fa sterile polemica sono andata via sbattendo la porta, in faccia allo psichiatra. Che stupida… Dopo l’elicottero in fondo l’auto per un disabile è decisamente il mezzo migliore. Mentre io andavo a spasso con una bicicletta e non avrei saputo come fuggire, in caso di una nuova chiamata all’ambulanza da parte di mia madre, dei diciottenni immaturi e stanchi di studiare conseguivano il titolo di guida ogni anno a migliaia. Avrei dovuto ravvedermi ma l’esperienza era stata così intensa che temevo quello che sarebbe potuto accadere, se a visitare nel giorno in cui fossi stata convocata io ci fosse stato anche solo per un caso lo stesso medico della mia “prima, magnifica volta” in commissione. Sicuramente quel medico se ne ricordava.

Una delle domande che mi facevo più spesso, con queste mie turbolenze di cuore, era come mai taluni medici andavano riempiendosi la bocca di belle parole, spiegando con semplicità davvero disarmante quanto fosse lecito sapere che un malato mentale non è diverso da un malato “fisico.” “E allora come mai io mi sento diversa da un malato fisico, dottoressa?” Mi era capitato spesso di domandare.

“Ammalarsi mentalmente è esattamente come rompersi un arto. C’è la cura, la medicina, il percorso di riabilitazione…”

Ma mi trovavo in quella stagione della vita laddove avevo già intrapreso una direzione e ciò che ora contava era viaggiare a “crociera,” casualmente in un mare di turbolenze. E tra una turbolenza e l’altra emergevano sparute verità. Inutile prendersi in giro. Mi sentivo un po’ come qualcuno che decidesse di andare a pesca, in un mare in tempesta. E il punto è… Che ero davvero pronta per affrontare anche la tempesta, sebbene non ne fossi sicura. Allora, ciò che mi è sovvenuto a proposito del riddle di cui “sopra” è che non è vero che un malato di mente soffre come un malato fisico. Soffre doppiamente. Infatti chi soffre fisicamente è alleviato nel suo dolore dalla compassione dei suoi cari. Non c’è bisogno della conferma da parte di un medico che lo attesti. Le cose stanno così.

Tra questo e altri pensieri simili, seduta su una panchina stavo mangiando un gelato quando per caso mi sono voltata quando ad Archie si è avvicinata la mano di qualcuno. Mi sono sentita subito sollevata nel vedere che si trattava di V., un uomo circondato da un’aura di mistero, belloccio, con i lineamenti che sembravano quelli scolpiti nel legno di una graziosa marionetta. Potevi riconoscerlo perché se ne andava sempre a zonzo con delle ciabatte orrende che mi facevano sorridere, con le calze bianche pulite sotto. Era una provocazione. Lo sapevo. Adoravo da sempre i tipi come lui (e come me, del resto.) Quelli strani. Da qualche mese non facevo altro che incontrarlo neanche a farlo apposta in ogni angolo del quartiere. Adesso faceva tai-chi. Aveva decisamente l’aria mistica da filosofo e l’avevo sempre creduto. Era un buon uomo. Ci conoscevamo sin da prima dei tempi della diagnosi. Ma non era un semplice. Non era uno come il mio amico scemo, quello che faceva l’allenatore. Anche lui era un amico di vecchia data. D’infanzia, anzi. Solo che era così… Allineato. Tutto qui. E non trovava veramente mai il tempo per me, anche se gli piaceva credere di fare il “possibile.” Se quello che diceva di fare per me era il possibile, allora voleva dire che avrebbe anche potuto risparmiarselo perché io non sono una miserabile che va a caccia delle briciole del tempo altrui. Ed è così che mi aveva fatta sentire per troppo tempo ma adesso basta! Era finito il tempo dei giochi e avevo bloccato il suo numero. Il terzo caso era quello di G., un uomo che faceva il traslocatore ma mi aveva delusa da quanto dopo essere entrato in contatto con mia mamma, aveva cominciato a rapportarsi con me in modo difforme che nel passato, diverso, cambiato. Si trattava del mio problema annoso di sempre. Quando mia madre metteva il naso nei miei affari, c’erano sempre delle conseguenze sgradevoli per me. L’unico che fosse stato capace di mettere ordine nella mia vita era stato il primo A.

E avevo un’amica anche. E. La mia gemella. Stesso disagio, stesso odio per questa città, stessa grinta, stesso amore per gli animali. Tante delusioni alle spalle. Ogni tanto litigavamo, poi facevamo la pace. Ci passavamo i cani cui fare dog sitting. Facevamo le pulizie entrambe ed eravamo stanche della vita. Saremmo state più felici prima o comunque se le cose fossero andate in un altro modo. Mi viene da ridere se penso a quella volta che E. ha provocato alla lite A., l’ultimo. Gli ha detto in faccia ciò che pensava di lui. Che era brutto e violento e sapeva che mi metteva le mani addosso. A. è sceso con manifeste intenzioni lesive per andarla a prendere. Sono stata io a evitare il peggio e per un certo momento sì, ecco, ho chiuso il mio rapporto con E., fiduciosa che prima o poi ci saremo ribeccate e così è stato, anche se non era prevedibile. Di sicuro E. era una che sapeva ciò che voleva. Esattamente quello che avrei tanto voluto sapere io in questa fase.

Quando A. era con noi e ci mettevamo a tavola, nessun problema e Archie dormiva tranquillamente a lato del tavolo. Del resto, come criticare se era buono con chi poteva mettergli le mani addosso? Da quando eravamo soli noi due a casa invece, il pasto era diventato un problema. Per me, si capisce. Allora le alternative che ho studiato, per poter mangiare senza “intrusioni canine” erano due. Mangiare elargendo biscotti per cani e mangiare in piedi. E facevo prima a mangiare in piedi mettendo distanza “verticale” anziché “orizzontale” ed essere costretta a distrarre Archie continuamente, grazie a lanci di biscotti che rappresentavano i noiosi e frequenti intervalli tra un boccone e l’altro per me. Nessuna delle due alternative a ben pensarci era particolarmente rilassante! Ci ho riflettuto stasera per la prima volta. Stavo mangiando una pizza in piedi, come è vero che sempre mangiavo in piedi la pizza. Archie aveva lo sguardo fisso su di me. Non potevo perdere il controllo ma neanche sopportare la tortura di sentirmi in tensione mentre mi gustavo la cena o avrei avuto i sensi di colpa più tardi. Allora ho pensato a quel pizzaiolo cui Archie si era avvicinato un tantino troppo al momento dell’ordine per via dell’odore di cibo, il quale mi aveva intimato senza troppi giri di parole di farlo stare al suo posto. C’ero rimasta male, sì. Ma quel pizzaiolo aveva ragione. Dopotutto non potevo continuare ad essere schiava di un cane! Così risolutamente per la prima volta non ho condiviso neanche un pezzo del prosciutto che era sulla mia pizza con Archie e gli ho dato le spalle, anzi. Ma la verità è che anche se per una volta era riuscita a fare la dura, ero sempre una pappamolla.

A dimostrazione di ciò, Archie un momento dopo ha messo la testa fuori in balcone. Il balcone era rimasto privo della rete di protezione dall’estate precedente con Archie che l’aveva divelta completamente. E quando mi sono accorta che qualcosa doveva aver attirato l’attenzione del cane, anziché sporgermi a controllare cosa fosse hanno cominciato a tremarmi le gambe. Potevo vedere il busto di Archie in tensione, fermo con il pelo posteriore dritto e la coda alta e dritta come un fiammifero eppure sono rimasta lì, con le mani davanti alla faccia: “Oh, mamma mia…” Dicevo tra me e me. Così, poiché Archie era immobile come un baccalà ho trovato un po’ di coraggio e ho fatto capolino fuori. La prima cosa che ho notato è stata una donna che al suo balcone qualche piano sopra il nostro altezza stabile accanto, cacciava dentro casa il suo cane, con un sonoro calcio nel sedere. La seconda… Lui. Il cane. Il cane nuovo. Il cane nuovo… Dell’appartamento più sotto. Archie lo fissava e lo sapevo che sarebbe schizzato da un momento all’altro, eppure… Ho avuto così timore di quanto sarebbe accaduto che sono rientrata e mi sono coperta il volto con le mani per non vedere il seguito. Ma una mamma sa sempre quello che fa, in fondo al cuore. E a dimostrazione di ciò, al momento in cui Archie sarebbe scoppiato in una crisi di bau furibonda, mi sarei avvicinata dolcemente e l’avrei richiamato all’ordine, facendolo rientrare in soggiorno passando per la porta del balcone.

Avevo sempre saputo che prima o poi sarebbe arrivato questo momento. Il momento in cui avrei riconosciuto che per me sarebbe diventato impossibile avere un compagno. Già, qualunque compagno che non fosse lui, si capisce. Il mio primo A.

Ero collassata sotto il peso troppo grande di una vita spesa ad illudermi che questo sarebbe stato possibile. Ma dentro di me avevo sempre saputo che avrei dovuto credere fortemente sin da quando c’eravamo lasciati: “O lui, o nessun altro mi avrà.” Adesso non avevo più scuse. Ero costretta a rinunciare a una vita di coppia. Perché?

Perché quella maledetta certezza… Quel patto d’amore inesauribile che ci aveva uniti inspiegabilmente all’epoca non aveva ancora smesso di incantare i miei sensi, dopo la bellezza di 20 lunghi anni.

Nel garage di mia madre il ritratto inconcluso che mi aveva fatto A. era sempre stato lì, in un angolo a prendere polvere su di sé. In fondo, era proprio vero che ognuno di noi serba per sempre dentro di sé il ricordo di una sola persona speciale.

“Si dice che quella sia la nostra anima gemella.” Mi ha detto qualcuno una volta. E mentre me ne stavo lì, davanti al ritratto interrotto, pensavo queste cose e facendo profondi respiri ancora non sarei stata in grado di spiegarmi come mai se ciò fosse stato vero, allora, io fossi la prova vivente che anche i legami più forti qualche volta vanno incontro a una fine certa.

“La vita è lunga…” Mentre mangiava, davanti al suo posto a tavola apparecchiato da me, che quel giorno ero a fare pulizie da lei, mia madre cincischiava pane nero e sorrideva maliziosamente dicendo queste cose. Era venuta a sapere che ero tornata in contatto con lui, il primo, vero A. Di cui le altre A. erano state le copie delle copie delle copie.

Sì, è vero che la vita fa strani giri a volte. Ma avrebbe avuto bisogno di una grossa mano, se il suo obiettivo fosse stato quello di riunire due vecchi innamorati che oggi vivevano a 3 ore di distanza l’uno dall’altra.

“La vita non ha alcuno scopo, mamma.” Dicevo io mentre lucidavo il vetro della porta di accesso al balcone. “E anche se fosse, non posso di certo ignorare il fatto che lui viva una relazione.”

Mia mamma rispondeva allora: “Se le cose stanno così, allora, sappi che se è vero che avevi atteso così tanto il momento in cui sarebbe stato possibile ricominciare con lui, si tratta comunque della tua ultima chance.”

E io rispondevo facendo di tutto per non pensare all’effetto devastante che quelle parole stavano avendo in me: “Ma quale chance… Mamma! Finiscila. Non sono nemmeno sicura che per lui sia stato così importante tanto quanto per me. Anche se… Ne ho il sospetto.”

Con la bocca piena mamma mi ha interrotta: “Ha figli?”

L’ho rimproverata: “Mamma!”

E lei: “Non volevo farmi i fatti tuoi!”

Ed io: “Cambierebbe qualcosa se ne avesse?” E ho fatto una pausa, con un lungo sospiro. “Non ne ha.”

La vita a volte sceglie per noi anche ciò che non saremmo mai e poi mai disposti a vivere. Ma in certi casi, non finirà mai di stupire. E allora chissà che se fosse possibile che certe circostanze si avverino… Voi possiate tornare a sorridere, una volta di più, ancora, proprio quando tutto sembrava perduto?

Ero certa che non avrei mai più rivisto A. Ma in ogni caso, c’era una cosa che questa storia mi aveva insegnato. La dignità di sopportare l’assenza di qualcuno di molto vicino al proprio cuore che può prendere il largo. E per quanto possa essere letale per un’anima che ama, l’atteggiamento migliore da avere è sempre quello del silenzio e della paziente attesa. Supponi che come è accaduto a me possa accadere a una giovane ventenne di perdere il suo amato. A quale prezzo lei sarebbe disposta a tradire il reciproco patto d’amore, se a dividerli era stata la forza delle circostanze? Se la carne del cuore è giovane e viva, innamorata e viene colpita essa respirerà ancora mille anni prima di spegnersi. Questo è il genere di disperazione che si chiama lotta. E la lotta, a sua volta, è la cifra della vita stessa.

E oggi potevo essere grata a Dio per avermi donato almeno quei momenti felici, accanto a lui.

Tempo addietro, nel corso di una passeggiata con i rispettivi cani, avevo fatto un incontro inatteso. Avevo ritrovato per caso, al parco di fronte al nostro supermercato, un vecchio amico. Quando l’avevo visto non avrei potuto credere ai miei occhi! Era buffo, ma entrambi abitavamo a M. all’epoca della nostra frequentazione. Questa era avvenuta sempre nell’ambito della parrocchia del Centro della città. Le nostre strade all’epoca della mia gravidanza erano sembrate separarsi definitivamente, con il mio trasloco avvenuto per via dell’imminente matrimonio nella città del secondo A. E anche se sarebbe stato altamente improbabile che potessimo incontrarci in quella che sembrava essere la nuova città non solo mia ma anche sua, a quanto pare se non fosse stato vero che la moglie di L. era proprio bolognese, quella mattina L. ed io non saremmo rimasti un’ora a parlare assieme di teologia, in quella che era stata solo una vuota e anonima aula universitaria dell’Alma Mater e ora invece era appena diventato il teatro di un bel revival tra due amici di vecchia data.

La donna che era scesa dall’autobus alla mia stessa fermata ora camminava più prossima davanti a me quando stavo rincasando e mi sentivo alleggerita, dopo la tensione degli ultimi giorni. Ma riavviandosi i capelli dietro l’orecchio aveva assunto quell’odiosa aria indifferente tipica delle donne, se fingono di ignorare. Aveva fatto la “sfilata” e ora poteva ignorare in generale, insomma. Questo anche se non c’era alcun uomo sulla via E., ad alto potenziale di passaggio. Solo donne. Queste erano cose che io non facevo mai. Umiliare. Sì. Ma quando avrebbe finito di farlo?

Una parte di me avrebbe preferito dichiarare guerra apertamente: “Ehy, cazzo di esibizionista! Scansati, non mi piaci. Si vede lontano un miglio che stai sculettando in modo antifemminista e irrispettoso.” Umano, sì. Vero, sì. Ma folle. Per qualche motivo, ci sono emozioni che non si possono esibire qui. Pena un bel viaggetto in psichiatria… 

Invece, anziché accendermi, come mi accadeva sempre più spesso negli ultimi tempi, i miei confini e i miei sensi si sono fusi con quelli della donna come ipnotizzati, senza che potessi opporre alcuna resistenza volontaria. Si sono spenti, come un’eclissi. Ho visto rallentare quel movimento del sedere davanti a me, come colta in fallo nell’atto di alzare lo sguardo che non finiva più e diventava un istante dilatato all’infinito. Stuck in a moment. Come se avesse generato una traccia indelebile nella mia memoria, il ricordo dello sguardo che avevo gettato davanti a me ed era incappato sul sedere della donna ora continuava a ripetersi nel mio animo con la stessa intensità e la stessa emozione. Come un flusso continuo e stabile che non accennava a cessare, come lo spettro di un raggio fotonico. Con… Attrito inevitabilmente. Sì, perché lei provava piacere mentre sculettando davanti a me io ero costretta a osservarla ondeggiare. Avrei voluto distrarmi. Non ci riuscivo. Era così sgradevole…

Udivo come un soffio che dal boccaglio passa in una botte, in una maschera da sub ma era solo il mio respiro che mi arrivava amplificato dal ritmo del battito del mio cuore, fattosi più lento e profondo, alle orecchie. Ascoltavo il fruscio di quei capelli amplificarsi come lo scricchiolio forte di un pezzo di carta che struscia all’interno del mio stesso orecchio interno. Era la mia immaginazione ma li sentivo all’improvviso inspiegabilmente vicini, come amplificati dal suono del mio respiro. Mi sono voltata improvvisamente in preda al panico: credevo di vederli materializzarsi lì, proprio accanto a me… O forse questo è quanto avrei voluto: avrei preferito essere vittima di un’allucinazione vera per la prima volta, anziché essere presa in giro da un sedere.

Amplificata, in evidenza ma anche piccolissima: era così che mi sentivo, dietro quel suo scuotere. Mi sentivo invasa. Come violentata. Toccata da mani che non avevano chiesto a me il permesso di potermi sfiorare. Sapere che lo stava facendo di proposito a me era insopportabile come quella volta che il mio pollice era rimasto schiacciato nella portiera di un taxi. Ero entrata in un incubo senza fine. Di nuovo. E credevo di non sentirmi di nuovo bene.

Invece era molto peggio. Perché era tutto reale. In pratica, era assurdo ma avevo smarrito il senso del limite tra me e gli altri. Si era rotto un diaframma ed ero finita sotto l’egida altrui. Influenzabile nei miei stati d’animo. Era come aver perso un pezzo di corazza. Un pezzo di me. La mia identità. E perché questa era la novità, ecco che su un marciapiede in questa bella giornata tristemente mi sono lasciata confondere tra la gente svilente che odiavo a gareggiare per superare sconsideratamente… Una cazzo di sconosciuta che a pelle mi urtava l’ego! La mia sontuosa autostima ne stava risentendo. Lo detestavo ma a quelle condizioni ero diventata così vulnerabile tanto da sentirmi battere il cuore a tamburo ogni volta che si configurava anche solo un episodio insignificante come quello. 

Mi domandavo come mai improvvisamente fossi così a disagio e sentissi di non poter opporre resistenza più alla mia amigdala, come se essa mi fosse diventata estranea e rapitrice. Perché fossi diventata parte del sistema, come e quando fosse avvenuto esattamente. E non sapevo darmi una spiegazione. Mi domandavo se anche altri provassero la stessa sensazione di irrequietezza in cuor proprio in quella città e come uscirne. O meglio… Come rientrare nel mio guscio protettivo di sempre, nell’equilibrio che si era spezzato da giorni immemori, ormai.

Allora mi sono accorta di essere diventata collaborativa con il male anonimo che pervade tutto e tutti e mi sono sentita soffocare. E sapevo che se le cose non fossero tornate come prima, in men che non si dica, prima o poi sarei scivolata così in basso da vivere quella dimensione interiore così solidamente dura, tanto impenetrabile da rendermi impossibile guardare al di là del male che oggi mi opprimeva il petto… Come quella che vivevo prima di diventare chi ero. O almeno chi… Ero stata. 

Avevo perso il controllo delle mie emozioni. E ormai avevo spostato l’asticella della mia mentalità sull’assetto “comune” e il mio sguardo interiore era rimasto impressionato come il fondo dell’obiettivo di una vecchia macchina fotografica, cosicché avevo perso la mia soggettività unica. Ora mi sentivo parte di loro. Della marmaglia. Come, quando e perché fosse accaduto, non lo sapevo. Ricordavo solo che tutto ciò risaliva alla notte dei presentimenti di cui parlavo prima.

Mentre entravo nel vialetto sentivo bruciare la pelle, come se lo sguardo altrui fosse così cocente da infuocare le mie vesti. Indifferente, vanitoso, promiscuo, comunque indegno davanti al mio dolore, lo sguardo da parte di quanti in “osservazione” non c’erano stati mai davvero come era invece capitato a me con esiti disastrosi era insostenibile. Incandescente. Folgorante. E a getto continuo, soprattutto. A quel punto, devo essere arrossita.

Quando mi sono rivolta al cancello un uomo dietro di me si è rivelato essere la causa della sfilata improvvisata. Si è conclusa la “gara” di bellezza e finalmente mi sono sentita sollevata quando sono arrivata a casa, dove avrei potuto continuare a sentirmi al sicuro. Ma era un’illusione: l’irritazione non passava. Anche qui continuavo a chiedermi perché e dove avessi perduto me stessa.

Archie aveva ingerito alcuni bocconi sospetti, che avevamo trovato nel parco incriminato. In quelle circostanze mi ero sentita così scoraggiata che avrei conservato e portato direttamente al laboratorio analisi dell’ASL la carne. Ed era stato esattamente quello che avevo fatto. Purtroppo avrebbero dovuto passare almeno due settimane, prima di poter conoscere gli esiti e intanto il mondo sarebbe rimasto a guardare indifferente il mio cane che forse sarebbe stato male, senza alzare un indice. In quanto ad Archie, sembrava star bene e da parte mia ero ottimista e cercavo di mantenermi salda ma vigile come un buon angelo custode sul mio migliore amico in difficoltà. Cercavo di non lasciarmi andare ad altri pensieri turpi. Cercavo di non pensare a come fino a quel momento Archie avesse sorvegliato me sempre amorevolmente e non viceversa. Cercavo di non pensare a quando si buttava nell’edera e mangiava le margherite appena sbocciate, per la seconda primavera della sua vita da cucciolo grande. Perché la sua sepoltura sarebbe stata ricoperta di edera, se le cose fossero andate non bene.

Al negozio di animali avevo portato alla cassa una confezione di trachee di manzo essiccato. Si trattava di una confezione da ben 12 euro. Dopo averla guardata in faccia con interesse, ho chiesto alla commessa: “Tutto bene, A.?” Aveva un’aria stranamente diversa dal solito e sembrava quasi agitata. La commessa non ha degnato di una risposta la mia domanda e come distrattamente ha compiuto una piroetta su di sé così rapidamente, che non ho potuto fare in tempo a realizzare quello che aveva in mente. Era la prima volta che lasciava la cassa in mia presenza. Mi sono chiesta dove stesse andando così di corsa. Quando è tornata subito dopo, recava con sé un numero considerevole di masticativi, che erano in offerta e li ha rovesciato sul rullo nero. “Elena… Forse non avevi visto questi.” Con un po’ di scetticismo, dopo un istante di esitazione mi sono decisa e ho allungato le mani, curiosa di ispezionare le alternative alle trachee. Con attenzione sotto gli occhi volenterosi di A. ho controllato che fosse tutto reale alzando ogni tanto lo sguardo su di lei, come a verificare se la sua espressione fosse sempre sincera, proprio come mi era sembrata. Archie annusava, le zampe appoggiate sull’orlo della banco cassa. “Mani a posto, tu…” Gli ho sorriso, lui è tornato seduto. E rivolta ad A. ho chiesto: “Ma sei sicura di quello che fai?” A. non ha risposto nulla ma sembrava commossa. “Non dirmi che ti preoccupi per noi…” In quel momento mi sono accorta che la mia frase avrebbe potuto suonare strana o impertinente alle orecchie di A. Ma lei si è limitata a rispondere in questo modo: “Non siamo mica dei ladri!” Con un tremante sorrisetto imbarazzato. In negozio l’aveva sicuramente notato che facevo sempre fatica ad arrivare a fine mese. Cosa stava capitando intorno a me?

“Grazie!” Ho esclamato piacevolmente sorpresa, senza farmi troppe domande. “Ad Archie piaceranno sicuramente. Vero, birichino?” E gli ho accarezzato la testa. Mentre uscivamo, mi sono fatta l’idea che dovesse esserci una spiegazione logica a quell’iniziativa inattesa da parte della commessa.

A quel punto mi è balenata l’idea del tutto bizzarra di recarmi dal giornalaio e dargli un fracco di botte. Ciò che avrei voluto dirgli sarebbe stato qualcosa come: “Così saresti tu quello che avvelenerebbe i cani!” Ho scartato l’idea perché non avrebbe giovato a granché, non avrebbe impedito che altri stranieri piazzassero altre esche in giro per gli stessi parchi. A quanto pare erano in molti.

Quel giorno il mio sguardo puntava dritto e teso davanti a me, lontano, come se all’orizzonte fosse possibile intravedere una fine… Uno sbocco come avrebbe potuto essere il mare, da qualche parte. Mare che era in linea d’aria esattamente nella direzione opposta a quella che stavamo percorrendo io e Archie. Fatto sta che sentivo il bisogno di rilassare i sensi. Dopo aver concepito tutti i pensieri angoscianti che avevano caratterizzato le ultime giornate, ero stata iper-controllata e vigile. Adesso sembrava andare meglio ma sentivo comunque il bisogno di non abbassare la guardia… Non ancora. Avevo sempre la sensazione di non essere comunque più padrona dei miei stati d’animo e sarebbe bastato un nonnulla a farmi crollare, di nuovo. Lo sapevo che non era finita.

In quel momento ero sovrappensiero e mi sono accorta solo all’ultimo momento, quando sarebbe stato troppo tardi che Archie stava masticando ancora una volta qualche corpo estraneo. Si trattava di un ossicino di pollo lasciato lì, presumibilmente. Era la prova di quanto fossi distratta negli ultimi tempi. “Forse sono solo un po’ sottotono.” Mi sono fatta forza stringendomi nel cappotto e mi sono incamminata di nuovo verso casa. Dov’erano finiti il mio spirito d’osservazione da scrittrice, la mia ispirazione, attenzione?

Seconda parte

Capitolo 1

Avevamo avuto una pesante lite sull’eredità due sere io e mia madre e potrebbe sembrare strano che potessi essere disposta a portare avanti ancora il compito delle pulizie del suo appartamento. Qualcosa mi diceva che non era cambiato nulla dall’ultima volta che ero stata a casa sua. Né del resto sarebbe mai cambiato nulla da parte sua. Ma quando lei invece mi ha aperto davanti di nuovo la pesante porta di casa, ero al pianerottolo e non pensavo a nulla in attesa che qualcuno mi aprisse. Lei o il suo compagno, che conoscevo davvero poco. Stavo semplicemente tamburellando il mio piede a terra osservando se ci fosse qualcosa da pulire nell’area antistante la porta di casa di famiglia.

“Sorpresa!” Ho esclamato, inclinando all’indietro il busto e allargando familiarmente le braccia verso di lei. E’ inorridita. Quanto mi sarebbe sembrato più idoneo aspettarmi da parte sua sarebbe stato più l’espressione solare e soave e felice a cui ero abituata e mi sarebbe arrivata come una pugnalata allo stomaco, in passato, che non il grugno risentito e crucciato come una nota stonata in una melodia di Vivaldi che ha fatto. Non era mite e radiosa come al solito.

“Oh…” Mia madre con lo sguardo confuso, indecisa su come comportarsi non sapeva cosa dire ed era reticente ma ha ricambiato non senza una discreta dose di sufficienza l’abbraccio calorosissimo. “Ma cosa succede?” 

Ho notato una nota d’ironia nella sua voce. Sapevo quello che voleva dire. Mia madre intendeva che era abituata a ben altro trattamento da parte mia e un umore più cupo.

Ma in quel momento ho scelto di non farci caso, ho fatto spallucce e sono entrata nella camera adiacente all’ingresso, la cucina. Mi sono spogliata liberamente, ho appeso il soprabito all’attaccapanni e mi sono recata al primo bagno disponibile, laddove gli strumenti di lavoro erano in attesa di me puntuale al lavoro. Mi stavo infilando i guanti in lattice monouso senza troppi fronzoli né fretta quando in tutta calma, ombrosamente mia madre ha fatto un’inquietante entrata alle mie spalle, sorprendendomi mentre mi voltavo e me la sono ritrovata come in agguato oltre la porta. Non mi aspettavo di trovarla lì a scivolare davanti a me e ho sussultato di paura, poi mi sono messa a ridere. “Mamma, ma che cosa ci fai qui dietro? Vieni avanti, su. Metti un paio di guanti e vieni con me!”

“Cosa succede che sei di buon umore?” Ha soffiato come un gatto mia madre nel corridoio ombreggiato. Vedevo i suoi occhi che lampeggiavano carichi di una inaudita acredine sospettosa.

Ho sorriso, non ho risposto e sono andata lentamente a pulire il tavolo della cucina. Lei mi seguiva. Senza avere il coraggio di avvicinarsi una seconda volta ha indugiato dietro di me e avevo la sensazione di essere spiata. Allora ha avvertito un mio movimento del braccio che deve averle comunicato che ero accorta della sua presenza e mia madre si è defilata in camera sua. 

Stavo lavorando con lena, mia madre non diceva nulla. 

“Che c’è?” Le ho chiesto, da dietro una spalla. Non riuscivo a vedere il suo viso ma sentivo che era di nuovo lì. Allora lei ha provato ad accennare una risatina mesta e finta che avrebbe dovuto essere utile a dimostrare che era superiore a qualunque stato d’animo stessi vivendo.

Ci siamo guardate. E quando i nostri occhi si sono incontrati ho notato che stava piangendo. A quel punto ha gridato: “Un ridicolo pagliaccio che a malapena si regge in piedi. Un pagliaccio appeso a un cappio, sì: proprio il guinzaglio che tira il suo cane – ecco quello che sei!”

“Perché mi tratti così!” L’ho implorata mentre mi strattonava avanti e indietro tenendo me improvvisamente e saldamente per le due braccia, all’altezza del seno. Le spugne, i panni in microfibra e i detersivi con l’acqua profumata nel secchio si sono riversati tutti a terra, cadendo dalla propria sede sul tavolo.

“Elena. Ho bisogno di un favore. Devi aiutarmi. Giuro che se mi aiuterai, non te ne pentirai. Ti darò tutto quello che vuoi.” Mi ha sussurrato all’orecchio. Io sono rimasta in ascolto, terrorizzata. “So quello che stai pensando. Che ho sempre e solo pensato a me. E ti ho trascurata. Ma questa volta non ho altra scelta. Sono costretta a fare in questo modo anche se potresti non capire e so che mi dirai di no ma pensaci, ti prego.”

“Cosa vuoi da me?” Ho sibilato impaurita con la voce mozzata dalla paura.

“Tu e Archie dovete lasciare la casa del nonno. Mi dispiace.” Le mie pupille si sono dilatate improvvisamente. Allora mia madre mi ha abbracciata e supplicante ha continuato, in modo più rassicurante: “Ti prego… Elena, fallo per me. Il nonno sta per morire. Si tratta delle sue ultime volontà.”

“Ma ad Archie piace quella casa. E io non ho altro lavoro se non questo che svolgo a casa tua, solo quattro volte la settimana e senza contratto… Come potrei fare a trovare un’altra sistemazione?”

“E’ questo il punto.” Mia madre aveva gli occhi pieni di lacrime e con un’espressione della bocca amara mi ha fissata e ha affermato a denti stretti: “Verrai a vivere qui, con il tuo cane.”

Mentre le singhiozzava avvinghiata a me come un bradipo a quel punto mi sono intenerita e le ho promesso che sarebbe andato tutto bene. Ma prima ho domandato: “Perché il nonno vuole che…”

“Perché vuole che andiamo d’accordo.”

“Ti dico di sì mamma. Ma non mi illudo.”

Una settimana dopo Archie ed io abitavamo a casa di mia madre in pianta stabile.

Mi erano sempre piaciuti i tipi complicati. Quelli che hanno sempre l’abitudine di frapporre qualche ostacolo tra sé e il resto del mondo. Mind the gap. Come quando entri in un autobus affollato e l’unica cosa che vuoi con tutta te stessa è una sedia. Farebbe sentire speciale. Peccato allora che quando avessi fatto il giro del mezzo fino in fondo, l’unica sedia che avresti trovato “libera,” sarebbe stata quella nel vano quattro posti tipicamente accanto alla porta d’uscita ergo sfigati ed è “impegnata” da una borsa. E’ allora che viene il bello. Perché sarà a questo punto che saprai che nessuno potrà negartelo e anche se lo farai con malizia chiederai con un sorrisetto dispettoso: “Posso?” Chi avesse intenzionalmente posto una borsa sulla sedia accanto alla sua, interrogato debitamente ti odierà. Ma sarà costretto. Lo adoro.

Salvo poi incorrere nel classico caso dell’uomo che a quel punto sarebbe entrato dalla porta anteriore dell’autobus e tu l’avresti sentito, alzati gli occhi e ti saresti chiesta se si trattasse proprio del controllore, mentre direbbe all’autista: “Buongiorno!” Adesso saresti tu a odiare, con il debito sospetto finché egli sedendosi avrebbe confermato la propria innocuità e non belligeranza. Via libera. Intanto però il tizio che ha levato le tende dalla tua sedia avrebbe goduto, osservando le tue reazioni. Sì e il coccolone ti sarebbe costato e alla fermata successiva scenderesti dieci fermate prima della tua, a prendere una bella boccata d’aria fresca…

“Ma che modi!” Hai pensato tra te e te. Il bon ton oggi recita di non dire nemmeno più buon appetito a tavola… Figuriamoci se fosse lecito rivolgere il saluto a un autista d’autobus, che guida pure come un forsennato! Intanto nessun pensiero razionale però potrebbe toglierti di dosso lo spavento. Fatto sta che per andare a trovare tua figlia sei uscita con la bellezza di 40 euro nel portafoglio.

E qual è la prima cosa che vedi non appena metti piede in stazione centrale? La volante della Polizia, naturale. La stazione ne è piena. Ma oggi la Polizia non mi interessava affatto.

Stavo entrando appunto solo ora nel flusso cittadino o corrente che in un paio d’ore mi avrebbe portata a M., restituendomi in prestito per due ore risicate tra le braccia di mia figlia. E tra le mani reggevo il libro scritto da mio padre, al primo romanzo. Mi dava sicurezza. Speravo di poter farne leggere un breve estratto ad Elisabetta. Purtroppo però parlava proprio d’adozione. Quindi… No.

Scesa a M., il primo oggetto della mia attenzione è stato un hotel. Un hotel che mi ha ricordato quante volte mi ero presentata alla volta di un albergo lì, in fuga da qualche trattamento sanitario. Potrebbe anche far sorridere qualche lettore ma non è stato affatto divertente. E adesso era men che meno divertente vivere del ricordo di fughe rocambolesche e tristi che si concludevano allo stesso modo sempre. O quasi sempre, almeno. Tutte tranne una volta. E cioè quando l’avevo fatta franca dopo essermi nascosta per una settimana in uno stabile fuori mano.

Scacciato il pensiero degli hotel con una scrollata di spalle, ho pensato subito che E. aveva scelto per questo incontro protetto di incontrarmi in uno dei locali più chic della città. La prima cosa che ho pensato entrando nel chiosco sui viali è stata che sicuramente non avrei potuto permetterlo. In più ero incerta se sarebbe stato stimato meglio se avessi pagato anche per K., che ci avrebbe fatto compagnia. 

In quel momento due uomini d’affari in giacca e cravatta sono entrati per consumare e si sono seduti confabulando di abiti eleganti e boutique sportive nel tavolo proprio accanto al mio. Uno dei due ha avuto la bella idea di permettere al primo di ordinare. Allora astutamente ho tratto ispirazione da quell’espediente e ho pianificato che avrebbe scelto cosa ordinare per prima E., nel mentre che io avessi potuto consultare il menu prima di ordinare a mia volta; in tal modo sarei stata in grado di poter prevedere la spesa effettiva del suo ordine e coordinarmi, proprio come immaginavo avesse fatto l’uomo d’affari. Decisamente avevamo budget diversi ma qualcosa in comune comunque, vuoi per questo o quel motivo valido. E sì, avremmo avuto una certa somma da spendere, oltre la quale ci sarebbe stato impossibile pagare. 

Mentre scrivevo il mio libro alacremente al nostro tavolo in attesa delle mie ospiti con un’ora di anticipo sull’orario del pranzo pensavo ad Archie, a casa da solo. Intanto portate prelibate su piatti di fine porcellana continuavano ad aggiungersi al tavolo degli affaristi. Allora per non essere da meno ho ordinato un caffè anch’io, al mio. Ero convinta e sicura che la cameriera più anziana facesse più spesso del previsto il suo giro nella zona del ristorante dove più tavoli erano occupati, la nostra. Ho notato che buttava sempre un occhio verso il mio tavolo per tre, imbandito solo con la tazzina e un mucchio di libri. Il tempo passava ed era piacevole stare lì al calduccio in quella giornata fredda di primavera sì ma mi sono sentita in imbarazzo. Erano tutti molto gentili certo e io non avrei voluto essere da meno. La mia ben nota educazione mi imponeva di spostarmi più verso l’entrata dove dei tavoli ad uso esclusivo del bar erano riservati ai clienti di passaggio nel locale. E mi sono seduta qui. Ho spiegato alla cameriera anziana che stavo aspettando due persone solo in quel frangente. 

Mi sono rimessa a scrivere alacremente ma avevo sempre quella sensazione d’essere osservata addosso, sì ma più critica. Forse ero solo io che mi sentivo strana, così sulle spine in attesa mentre gli ospiti entravano e uscivano, forse si domandavano chi fosse una che al ristorante va a leggere un tomo e prendere appunti anziché mangiare. Così quando il personale ha cominciato a intonare un coretto sulla falsariga del brano radiofonico in diretta mi sono sentita arrossire. Ho creduto che fosse per drammatizzare il clima plumbeo che era sceso lì per lì attorno a… Me. Allora mi sono accorta che detestavo l’allegria, quel giorno. La cameriera anziana aveva un’allegria contagiosa e pervasiva, insistente che mi irritava, qualunque cosa facesse. Mi faceva sentire come tenuta in qualche modo a partecipare anche se indisposta. Sarebbe stato più piacevole sentirmi tirare per i capelli. Eppure, sono riuscita a scacciare come per un caso questa spiacevole sensazione e tornare ai miei appunti con relativa facilità.

Mi sono tranquillizzata immediatamente infatti dopo che tre avventori entrati da poco mi hanno osservata in malo modo. Come se fosse stata quella una conferma che il mio sentire fosse attendibile.

Quella cameriera mi faceva paura con quel suo buon umore, tutto qui. Che se lo tenesse per sé! Era acutissimo… Era in acuzie di buon umore, direi; quasi scontato che mi facesse sentire piccola e timida tutto quel sentimento di rilassatezza. Mi faceva sentire semplicemente infantile, come non mi sentivo da tempo. Allora ho ricordato che le cose erano già migliorate un po’ dalla notte dei presentimenti e mi sono fatta coraggio spontaneamente. Ho tirato un sospirone che mi ha rilassata subito ed ecco che è arrivata mia figlia.

L’entrata in scena della sgargiante E. è stata una gran corsa con il sorriso a braccia aperte verso di me. “Non posso credere ai miei occhi!” Mi sono detta, coinvolta dall’entusiasmo inaudito della mia figlioletta. “Fa questo davanti a sua nonna!” L’istante dopo che avevo ricambiato quell’accoglienza calorosissima e spalancato le braccia per lei, E. compiva una virata all’ultimo e si sottraeva, con tanto di espressione ovvia sul volto. Mi sono sentita ferita e presa in giro ma ho messo un limite immediatamente tra me e questo sentire e anzi, ho sorriso – anche a costo di sembrare stupida.

Ciò che non avevano spiegato alla mia bambina non era che le volevo bene; ma bensì che ci rimanevo con un groppo in gola tutte le volte se lei alla fine di ogni incontro com’era vero mi salutava senza nemmeno guardarmi e io la vedevo andare tra le braccia di sua nonna come portata via. Era ogni volta come se nulla di speciale fosse accaduto per lei. Come se tutto si fosse svolta ogni volto secondo la regola banale del “come nulla fosse.”

E se da un lato mentre passavo davanti al Duomo nel centro cittadino ho pensato a quel punto: “Cosa verrei a farci qui, se mi trasferissi con Archie, dopotutto?” dall’altro arrivata a B. subito sull’autobus il primo pensiero è stato invece il seguente: “La mia sofferenza qui non ha alcun valore. Qui il mio senso dell’umorismo va a farsi fottere. C’è troppa pressione interna qui. In ogni uomo o donna che ci sia.” E mi sono ricordata di quanto era accaduto appena il giorno precedente, quando un agente immobiliare in giacca e cravatta mi aveva mandata a quel paese volgarmente, mentre passavo e Archie stava abbaiando ad un altro cane. Furiosamente o meno, si trattava di episodi non isolati ma che non avrebbero comunque potuto sembrare meno preoccupanti. In fondo, passavo ogni giorno almeno cinque volte davanti a quell’agenzia. Solo che nel nostro quartiere questo genere di follie era considerata nella norma.

Mentre ero sul treno al ritorno con una mano mangiavo un pezzo di mela e con l’altra prendevo qualche appunto per il mio libro: “La mia bellezza è passata,”“essere buona fino all’autodistruzione non è l’unica opzione possibile.” Scrivevo questo genere di appunti sopra un block notes e ripensavo all’incontro, con una certa dose di distacco e anche sollievo, che fosse andato tutto bene, alla fine dei conti.

Al ristorante infatti l’unica che aveva mangiato era stata mia figlia: due grossi pezzi di gnocco fritto e bollente che le avevano quasi scottato le dita, untuosi e delicatissimi. Così buoni che sembravano esplodere, fumanti e bombati come erano. Giganteschi. Io che mangiare del genere da bambina lo vedevo solo a Natale la guardavo e pensavo a quanto fosse fortunata lei che quel genere di prelibatezza le gustava ogni giorno. Avevo scelto io mia suocera. Già, proprio così. Era mio merito quello di aver scelto quella nonna stronza e ricca che ora non mi permetteva di scambiare nemmeno un whatsapp con mia figlia affinché potesse essere parte della mia famiglia. Invero ero stata io a volermi sposare, non di certo quel buontempone del mio ex marito.

Era stata diversa questa volta con E. Anziché sentirmi svuotata, avevo sentito il bisogno di accogliere la nostalgia e prendere le distanze. Ho saputo dare allora un nome finalmente a quel senso di svuotamento che mi aveva colta indifesa nella notte dei presentimenti: si trattava dell’indifferenza bestiale del mondo ed era la piaga più paurosa che circolava a B. nel nostro quartiere in particolare. E ho provato a guardarmi intorno con occhi nuovi, con uno sguardo più consapevole e ho visto tanti volti tutti indifferenti, che adesso temevo già meno poiché prima non conoscevo quell’emozione sorda e indefinita. Così invece mi sono sentita più fiera di averla guardata per quella che era.

Ormai era chiaro dentro di me che di tempo in tempo la vita provocasse e non sarebbe stato facile sottrarmi a questo corteggiamento a dir poco originale e anche un po’ violento: il modo obbligato che aveva di condurre per mano ogni donna e uomo al cuore di sé. Cosa voleva mostrarmi, così accanitamente, senza darmi tregua mi si sarebbe palesato solo giorno dopo giorno. E se questa era una giornata buona ciò era dovuto al merito, se fosse stato vero che avevo compiuto un piccolo passo in più fatto sulla scala della consapevolezza. 

Dopo una sessione di pulizie a casa di G. G. ero per strada e stavo per addentrarmi nel nostro triste quartiere ma a testa alta. Alla pompa il benzinaio di sempre stava pulendo un’auto a mano e ha gettato uno sguardo nella mia direzione. Pochi attimi e continuando il gesto che compiva con la mano sul parabrezza maneggiando una pezza in microfibra i suoi occhi sono tornati sull’auto senza… “Cambiare.” Senza trasfigurarsi minimamente. Senza capire, credo. Senza alcun interesse. E mentre davo un voto e mi complimentavo intimamente con lui in quanto alla sua dose di indifferenza mi sono accorta che nessuno era esente da questa detestabile malattia. Nessuno mi dava l’idea di essere sensibile come me. 

In quel momento un’ambulanza è passata sulla strada accanto a me. Non ho potuto fare a meno di constatare che proprio coloro che sarebbero stati demandati a prendersi cura mancano di affettività, in base alla mia esperienza. Quanti ricoveri in psichiatria potrebbero essere stati risparmiati, se solo quella marmaglia si lasciasse “toccare” dentro!

Appena posato il piede destro sulle strisce pedonali, prima ancora di poter farmi avanti ecco sfrecciare uno scooter che mi ha tagliato la strada. In modo indifferente. Voto: 9.

Eppure potevo camminare per la strada e avevo la sensazione di sentirmi più forte. Il contrario della compassione era proprio questo: non la cattiveria ma l’indifferenza. Guardavo tutte le facce intorno a me. Uomini che lavoravano, donne al passeggio, cani… Anche. E misuravo con gli occhi quanta indifferenza ci fosse dentro quei cuori. Cercavo di affinare il senso che mi avrebbe permesso di avere presto un termometro in grado di misurare la temperatura dell’anima altrui. Il mio assetto interiore del giorno era un ottimo scudo contro lo strisciante potere dell’indifferenza. Cercavo negli occhi della gente la prova del mio senso di vuoto per fare giustizia e dare un senso alla mia quotidianità corrotta da quel sentimento fino a pochi giorni prima spaventosamente ignoto.

“Avrei dovuto sposare un fotografo.” Mi sono detta. Forse un fotografo sarebbe stato in grado di cogliere la bellezza e impressionarsi davanti a un abito, un volto, persino uno sporco lurido paesaggio di quartiere come il nostro. Oppure me… Anche se ormai sfiorita. Ogni passo in più era un piccolo traguardo per me così come ogni giorno era un’occasione per accumulare esperienza e affinare i miei strumenti per dialogare con lei, la vita, in questa danza misteriosa fatta di incontri, eventi ed insight laddove il cieco e impalpabile segnale che qualcosa di buono s’era pur fatto era il piacere di vivere, sempre più raro e sempre più prezioso in un mondo pieno di quella che nel mio menu del giorno era il problema principe cui porre una soluzione in me. L’indifferenza generale. Il disinteresse pubblico, radice a sua volta di quello per la politica e anzi l’interesse morboso per l’esteriorità a tutti i costi e la giovinezza.

Da lunghi mesi Archie non faceva una sgambata all’area cani di via G. Con la crescita aveva cominciato ad essere fisiologicamente aggressivo con gli altri cani maschi come lui, da cane intero qual era. Così mi è sembrata la giornata giusta e ci siamo recati in via G., prima dell’ora di maggiore affluenza da parte dei frequentatori.

Mentre Archie cercava di intercettare e catturare l’attenzione a distanza di altri cani in circolazione, assumeva posizioni statuarie e mirabili e io continuavo a scattare immagini ricordo di quella che sarebbe stata una giornata migliore di tante altre. E’ stato in questo modo che ne è nato il people watching. Un gioco di mia invenzione che consisteva nell’osservazione e individuazione del grado di indifferenza dei passanti. E’ stato il mio passatempo per un giorno intero almeno e mi faceva sentire meglio. In fondo era patetica tutta quell’indifferenza che c’era nelle facce. E mi sono accorta che tanto spesso la linea di demarcazione tra l’indifferenza e l’ignoranza era davvero labile. A volte erano addirittura la stessa cosa. Lo step successivo è stato quello di giocare a riconoscere quale fosse il sentimento che portava ogni persona. Bastava osservare con attenzione il passante, concentrarsi sul sentimento dell’indifferenza e fare una prima valutazione se l’impressione data dalla sua presenza corrispondeva… E ho notato subito che i passanti con una maggiore dose di indifferenza erano quelli meno interessanti. In fondo, oltre all’indifferenza c’erano un tot di colori variegati da ammirare negli altri!

Archie ansimava forte quando la porta in ciliegio al pianerottolo della casa di mia madre si è aperta davanti a noi. Mia madre aveva uno sguardo severo e leggermente preoccupato. Non tanto tuttavia da potermi impressionare. Ero abituata a vederla in preda all’ansia a causa dell’amministrazione di sostegno che intratteneva da anni nei confronti di mio fratello, dei bilanci di condominio degli appartamenti dei quali era proprietaria insieme a mio nonno ancora in vita e così via. Rari erano i momenti nei quali la vedevo pienamente serena. Era possibile che condividesse altrove e con chi non sapevo quei momenti riservati. Con un mezzo sorriso un po’ tirato sono entrata, rivolgendole un cenno di saluto e uno sguardo riconoscente per aver aperto.

“La passeggiata è stata piacevole?” In modo insicuro mia madre ha tentato un approccio al nostro incedere. Poiché seguiva me mentre mi inoltravo in cucina e abbandonavo la giacca su una sedia doveva non aver notato le orme di fango che Archie stava lasciando sul pavimento in lucido marmo bianco del salone, mentre si avviava educatamente e con la lingua a penzoloni verso la propria cuccia, accanto al divano.

Ho preso una boccata di ossigeno e mi sono voltata, quando ho detto: “Tutto bene!” Mia madre aveva un’espressione da vittima sul volto. L’ho guardata con curiosità. Lei mi ha voltato le spalle ed è uscita dalla cucina con aria altera. Io ho estratto qualcosa da dentro la borsa che avevo portato con me al passeggio e quando lei è tornata un momento dopo ha solo potuto limitarsi a constatare che sì, si trattava proprio dei suoi fiori preferiti ed io li stavo sistemando con arte in un bel vaso oblungo e moderno in vetro di Murano, che avevo trovato su un ripiano in salotto.

“Sorpresa!” Ho esclamato. “Come ti sembrano queste ortensie?”

Mia madre a bocca aperta ha risposto: “Ehy, ehy… Ehy, cosa credi di fare?” Quando l’ho vista mi sono accorta dalla sua postura che qualcosa doveva non esserle andato esattamente a genio. Aveva le braccia incrociate sul petto e i piedi ben piantati a terra, l’aria di qualcuno che di fiori non avrebbe voluto saperne. Dopo aver controllato bene sopra e sotto il tavolo se avessi lasciato tracce di terra, foglie o gocce d’acqua le ho rivolto uno sguardo interrogativo d’intesa: “E’ tutto okay, mamma.” C’è stato un lungo momento di silenzio laddove lei mi guardava e sembrava che stesse per scoppiare. Allora l’ho incalzata con il sorriso migliore che potessi sfoggiare per tranquillizzarla: “Ah, già… Se si tratta delle orme di Archie posso pulire seduta stante.”

“Le orme non c’entrano.” Ha detto tra i denti con fatica mia madre con voce lagnosa e non smetteva di fissarmi. “Questa non è casa tua!”

“Cosa vuoi dire?” Le ho chiesto con un gesto gentile e una carezza sul viso, poiché le scendeva una lacrima sul colletto smerlettato della camicia demodé.

Come fai a essere così gentile con me, da qualche tempo, se io sono sempre stata così cattiva con te?” La frase mi ha messo allegria.

“Io sono giovane ma sei ancora giovane pure tu. Non dirmi che mi dai già i primi segni di demenza?” Ho scherzato ma la battuta forse doveva esserle sembrata pesante per via di alcuni acciacchi che aveva effettivamente di recente. Allora ripensato quanto avevo da dire mi sono subito ripresa e ho cambiato argomento: “A chi tocca fare le pulizie domani?”

Mia madre mi guardava come si guarda una luce. Direi con ammirazione. Un sentimento che mi sembrava inspiegabile e non le avevo mai visto negli occhi.

Quella sera ero di buon umore e per la prima volta mi trovavo da sola… Al ristorante. Da sola con Archie. Si capisce. Come una vera single.

Appena ho mosso il primo passo dentro l’hamburgeria italiana di quartiere piuttosto informale ho alzato gli occhi timidamente e provato qualche insicurezza. Ho visto qualche faccia conosciuta che come al solito non mi ha salutata. Passando accanto al tavolo delle facce note ho notato che hanno bisbigliato qualcosa ma sono passata oltre senza voltarmi né dare troppo peso alla cosa.

La cameriera è tornata in cucina appena mi sono accomodata al mio tavolo. Allora se era vero dire che per una volta non mi ero domandata se avessi destato lo stupore di qualcuno quando avevo estratto il tomo di mio padre e il plico ponderoso dei miei appunti di scrittura sul mio testo dalla borsa ordinata che portavo con me, è stato proprio allora che qualcuno dietro di me mi ha chiamata per nome. Mi sono voltata.

Era G. 

“Ehy…” L’ho squadrato piacevolmente sorpresa con un sorriso lieve sulla labbra senza alzarmi dal tavolo. “Cosa ci fai da queste parti?” In quel momento ho notato con dispiacere che era a disagio e si guardava intorno e trotterellava un piede e nervosamente si rigirava fra le mani la sigaretta elettronica che gli aveva regalato A. e mi fissava come risentito, a labbra tese.

“Smettila di stare lì a fare la bella statuina…” L’ho tirato amichevolmente per un braccio e lui si è seduto ma poco convinto. Si ostinava a stare come in prestito sulla sedia.

“Ebbene, eccoci qui.” E non diceva altro. Allora ho ruotato gli occhi nelle orbite e mi sono retta il capo con una mano mentre ricordavo che G, ed io avevamo programmato tempo prima una sortita che poi non aveva avuto luogo in quel ristorante. E se non aveva avuto luogo il motivo era stato che lui non aveva voluto fare da co-genitore a mio figlio. Quello che avevamo concordato di fare insieme salvo non aver poi rispettato i patti.

“Non mi aspettavo di vederti qui.” Ha esordito così.

“Già.” Ho abbassato gli occhi sui fogli di carta che avevo sotto di me e mi sono sentita sprofondare. Poi a occhi chiusi gli ho rivolto semplicemente un sorriso e mi sono ricordata di A. E con un pizzico di fastidio che avevo chiesto con gentilezza a G. non sentire più A. in nome della nostra amicizia per evitare complicazioni quando c’eravamo lasciati. E ho avuto la tentazione di chiedergli per dimostrare apertura: “Come sta A.?” Forse per dimostrare a G. che ero disponibile a farmi trascinare da lui nella sua grinta abituale lo avevo fatto più volte. Ma non questa. Questa volta mi sono abilmente trattenuta, costringendo così G. a fare la prima vera mossa.

“Come stai?” Mi ha chiesto. 

“Sai che detesto questa domanda, se interessata da parte tua, soldatino allineato con il sistema del cazzo, infermiere indifferente. Che domande fai? ” Avrei potuto sbottare così. La vecchia me l’avrebbe fatto. Ma ancora una volta ho avvertito del rancore verso di lui. Ancora una volta mi sono trattenuta.

Conoscevo G. Era un abile manipolatore. Sempre più a denti stretti vedevo che G. avrebbe voluto sbranarmi e invece ha continuato come una carezza cambiando tono e mettendomi una mano sulla spalla: “Se non ho fatto un figlio con te il motivo è che sarebbe stato troppo rischioso.”

Io l’ho guardato in faccia mentre lui si era appena alzato. In quel momento ho notato la presenza di una seconda persona, che era dietro di lui ad accompagnarlo.

“Piacere, A.” Si è fatta avanti la donna con un piglio un pizzico aggressivo e l’accento del sud. Mi sono sentita subito invasa e ho creduto di crollare e che la mia serata fosse rovinata e stavo per scoppiare a piangere senza nemmeno saperne il motivo. E mi sono rabbuiata così a causa di quei ricordi così lontani che improvvisamente si impossessavano del mio presente di nuovo potenti come erano stati la prima volta quando erano vita. Ma alla fine ho offerto la mia mano alla donna con gentilezza. La sua stretta era forte. La mia mano più leggera nella sua.

Ma non era finita.

C’era qualcosa di strano perché mentre cenavo continuavo a scrivere il mio libro con il tomo di mio padre accanto e mentre stavo per addentare il mio buon panino ecco che nuovamente qualcuno si è fatto avanti al mio tavolo e ne ha urtato con una mano il lembo con spiccata decisione. Sono sobbalzata e mi è caduto il panino, al contrario, fortunatamente sul piatto. Era stato di nuovo lui, G.

“Perché non ti sei più fatta viva dopo i miei ultimi due messaggi?” E’ sbottato trattenendo a stento il tono di voce per non farsi notare troppo. Cercava di controllarsi ma gli tremavano le mani e aveva i pugni chiusi.

Quando l’ho visto in quello stato mentre mi faceva quella scenata, sono rimasta a osservarlo a bocca aperta poi mi sono messa a ridacchiare; infine mi sono accorta che dovevo sembrargli troppo sfacciata, così stava per scoppiare una lite e per l’ultima volta mi sono trattenuta e sono uscita dal locale cercando di fare in fretta, senza aver cenato.

Dentro di me pensavo a quante richieste gli avevo mandato io cui lui non aveva mai corrisposto.

Due giorni dopo sono entrata in casa e ho notato di nuovo quell’espressione preoccupata sul volto di mia madre. Quando poi sono entrata in cucina, si è fatto avanti G.

Ho ruotato gli occhi nelle orbite ma non mi sono scomposta.

“Ciao, G. Qual buon vento?” E mi sono diretta a passi decisi e vagamente annoiati all’appendiabiti, dove avrei posato la giacca.

“Elena.” Ha detto. “Dobbiamo parlarti.” Ho cominciato ad innervosirmi. “Siediti.” Mi ha invitato mia madre. In quel momento qualcuno ha suonato alla porta. Erano i Carabinieri. Sono rimasta di sasso.

“Cosa ci fanno loro qui?” Ho chiesto con freddezza tagliente intorno a me, senza aspettarmi tuttavia alcuna risposta precisa.

“Buonasera, signora Elena.” Ha salutato l’ufficiale. “Deve venire con noi.”

“Cosa ho fatto?” Avrei voluto gridare. Invece ero ferma. Lucida. E in quel momento ho capito. Ho realizzato che eravamo alle solite. “Perché?” Ho domandato tremante a mia madre.

“Sei troppo cambiata. Ultimamente hai speso molte energie.” E’ stata la risposta.

“Energie.” Ho affermato scettica.

“Mi dispiace Elena. Tua madre ha ragione. Ho notato anch’io il tuo cambiamento quando ci siamo incontrati al ristorante. E’ inutile che lo neghi, devi venire con me e tua madre con i Carabinieri e non preoccuparti, se farai la brava andrà tutto a meraviglia.” Sosteneva G.

In quel momento Archie è entrato nel salone di casa e mi è subito venuto a salutare. Ho pensato che sarebbe sicuramente finito in un canile. Era finita.

L’ambulanza correva via, io le mani legate le avevo dritte accanto ai fianchi ed era tutto così inspiegabile che mi sentivo perduta davvero. Con calma sono uscita senza vergognarmi dal mezzo che si era fermato nel piazzale dell’ospedale. Qui avrei sostenuto il colloquio con lo psichiatra che avrebbe deciso se farmi internare o tornare a casa mia.

“Cosa succede signorina?” La mia mente dalla stanza ad ampie volte con le travi a muro e il soffitto troppo alto per non sentire l’eco inquietante di ogni sillaba che si imprimeva nello spazio è volata a quando eravamo a casa, ancora incredula quando il primo ufficiale mi aveva chiamata signora ed ora ero stupita dal nuovo discorde appellativo.

“Dottore, mia madre e il mio amico G. hanno richiesto un colloquio con Lei, credo.”

“E’ esatto. Lei come si sente?”

“Bene.”

“Allora come mai sua madre e il suo amico dicono di no?”

“Se mi permette, che cosa dicono esattamente mia madre e il mio amico di me, dottore?” Ho chiesto gentilmente.

“Che lei vive isolata. Che nella vita a malapena fa qualche pulizia, a casa di sua madre per giunta e non contribuisce affatto al menage familiare. Che è ossessionata dal benessere del suo animale. Che ha molte paranoie.” Poi il medico ha fatto una breve pausa, prima di riprendere il discorso. “Suo nonno è morto la scorsa settimana.”

Era tutto così assurdo e sembrava un incubo ma ho ripensato ad Archie che credeva in me e ho lottato disperatamente per non farmi sfuggire l’unica occasione che avrei avuto a disposizione per non mandare in fumo cinque lunghi anni che ero riuscita a rubare alla mia povera vita, senza avere avuto ricoveri. “E’ vero, ma…”

“Si sente triste. Si vede.”

In quel momento avrei potuto solo ascoltare quanto il medico avesse da dire e mi aspettavo il peggio. Così lui ha concluso ed emendato il verdetto: “Può tornare a casa.”

Mia madre e G. sono rimasti a guardare con un velo di malcelato e sorpreso tedio negli occhi. Io ho ringraziato il medico al colmo della gioia e arrivata a casa Archie mi ha accolta come si conveniva. E adesso che sarebbe stato logico che arrivasse invece l’ora dei chiarimenti, ho deciso allora che non ci sarebbe stato alcun chiarimento.

Mia madre e G. si sono fatti avanti alla porta di camera mia, presumibilmente per scusarsi. Io stavo coccolando Archie e dapprima ho finto di non udire loro che avevano bussato. Ma visto che insistevano allora mi sono piazzata sotto le coperte cosicché quando loro hanno aperto nonostante io non volessi la porta della mia camera da letto, io stavo già fingendo di dormire. Nonostante ciò, uno dei due mi ha svegliata. Così ho aperto gli occhi e davanti a me c’era il volto di… Mio padre.

“Andiamo.” Mi ha detto sottovoce con l’aria arrabbiata.

Ci siamo seduti in auto. Allora mio padre non ha potuto contenersi e ci siamo abbracciati calorosamente. “Sono fiero di te, Elena. Hai fatto la cosa giusta. Sei rimasta calma davanti ai Carabinieri per la prima volta. Complimenti.”

Io che credevo che se la sarebbe presa con me in realtà non ne potevo più di subire e contenere emozioni ma in quel momento mi sono sentita così felice e stringendo forti le spalle di mio padre allora l’ho sentito vicino e non ho saputo dire nulla e quando ci siamo guardati lui piangeva.

“Adesso so che stai bene.”

Quella sera avremmo cenato assieme e abbiamo parlato di libri da leggere e scrivere, parentela, ricorrenze. Di tutti gli argomenti possibili e abbiamo scherzato, soprattutto. Eppure io ero triste. Non sconvolta, dopo l’accaduto ma triste, sì. Delusa.

In quel momento mi ha chiamato G. Non ho risposto al telefono. Mi ha richiamato subito dopo ma eravamo a tavola e io non avevo la minima intenzione di affrontare argomenti difficili almeno fino al giorno seguente. Così è stato mio padre a spronarmi e alla terza chiamata ho risposto. Era una chiamata irritante. G. affermava di essere felice per me e mi faceva i complimenti per aver superato l’accertamento del tutto non necessario che alle mie spalle avevamo organizzato proprio mia madre con lui. Diceva che era stato per il mio bene.

E non ho potuto credere ai miei occhi quando ho visto lampeggiare nuovamente il telefono. Questa volta era A. No, no… Non il primo e irraggiungibile. Quello che menava. Ho lasciato squillare il telefono.

Alcuni mesi dopo abitavo ancora a casa di mia madre e stavo programmando il trasloco a Modena, che sarebbe avvenuto grazie all’avvenuto accredito dell’INPS sul mio conto bancario. Sono uscita dopo una sessione di pulizie e mi sono ritrovata davanti A. 

L’ho riconosciuto subito a causa dell’andatura ciondolante come al solito.

“Cosa ci fai qui?” Sono stata subito felice di vederlo anche se la sua statura incuteva sempre un po’ di soggezione. 

“Ciao… Ti trovo bene.” Ha esordito facendosi avanti. Poi mi ha invitata e siamo andati a prendere un caffè assieme. Tornata a casa non ho detto a nessuno di averlo rivisto. Era venuto a B. apposta per vedermi. Mi aveva fatto capire che gli mancavo. Ma ormai io ero andata avanti. Non potevo dirmi lusingata, poi. Non che non mi avesse fatto piacere vederlo ma non provavo più nulla per lui. In realtà avevamo nutrito sentimenti di profonda natura l’uno per l’altra e il vincolo che sussiste tra una donna e un uomo che si conoscono e arrivano a livelli di intimità così elevati, tanto da mettersi le mani addosso per la disperazione è tanto forte da resistere anche alla distanza e al tempo. Il nostro legame era solido. L’avevo capito perché sembrava che il tempo non fosse passato affatto. Ma sapevo che sarebbe stato troppo pericoloso ricominciare.

Ma lui tornava alla mia porta e nelle settimane successive mi ha chiamato spesso. Credo che fosse ancora attratto da me e anche un po’ ossessionato ma non credevo che sarebbe arrivato al punto di portarmi un prezioso. 

“A., io… No. Non posso.” Gli ho detto sorridendo un po’ imbarazzata. “E’ un gioco che non voglio più fare questo con te.”

“Ti vedi con qualcuno.” Ha tirato a indovinare senza troppo credere a quanto stava dicendo e quando ha visto che io non dicevo niente è andato via. Sono rimasta a piangere un’ultima volta sulla scale sotto casa mia mentre osservavo la sua auto che partiva verso casa sua, molto lontana. Credetti che sarebbe stata l’ultima volta che avrei rivisto A., il mio ultimo ex. 

Allora come sempre quando mi sentivo malinconica il giorno successivo ho telefonato al mio primo amore e non mi ha risposto. Non rispondeva mai nemmeno ai messaggi. E così, quella sarebbe stata l’ultima volta che avrei ritentato un contatto con lui.

Mia madre in quel momento mi ha chiamata a pranzo e amabilmente abbiamo consumato chiacchierando il nostro pasto.

Quella sera di primavera lo skyline all’orizzonte era una riga rosso fuoco e mi sono messa a fumare una sigaretta affacciata al balcone. In lontananza non ho visto la solita gru illuminata svettare. Senza accorgermene infatti da minuti interi assorta e rapita nei miei pensieri avevo osservato invece una torre, quella che doveva essere il risultato dei lavori in corso andati avanti per decenni, all’altezza dello svincolo della vicina tangenziale. Era quella la gru-avamposto che sarebbe stata sostituita dalla torre, la torre della società assicurativa più importante della città. Un nuovo grattacielo come un bel trofeo capitalista.

Vedendomi così distante mia madre, che era intenta a lavare i piatti, si è rattristata e si è detta: “Ci risiamo.” Non mi ero accorta della sua presenza alle mie spalle ma da alcuni secondi ella sostava alle mie spalle così quando ho spento nel posacenere la paglia e immersa nelle mie riflessioni stancamente ho sospirato mentre il fumo mi entrava in un occhio, lei si è fatta più vicina a me e mi ha messo una mano sulla spalla. 

“Sei malinconica. So quello a cui pensi.” E qui ha fatto una pausa mentre il mio cuore si accendeva e voleva esplodere in lacrime forse di gioia, forse di dolore. “Elena. Ascoltami: basta pensare al passato. Lascia andare i ricordi. I rimorsi non faranno che distruggere l’unico presente che hai. La vita è una sola.”

A quel punto io che non capivo esattamente cosa volesse dire ho fatto un gesto di stizza, dapprima ma poi ho avuto un attimo di esitazione che lei deve aver colto al volo, perché mi ha afferrata per le braccia e guardandomi dritta in faccia, con tutta la forza che aveva ha bisbigliato: “Dimentica quello che hai passato.” Io la osservavo e non mostravo alcun interesse per quello che diceva ma si era accesa in me la luce di una domanda: e se avesse ragione, per una volta, il donnino che mi stava strattonando con una lacrima che le pioveva giù dal faccino disperato che solo alcune settimane prima avrei strappato via, come la copertina di una rivista patinata? 

“Cosa vuoi dire? Io… Non so quello che dici e anche se potresti aver ragione, non saprei da che parte dovrei cominciare.” Erano state parole piene di fatica le mie. Mia madre ha stretto le labbra e ha contenuto un grido, si è asciugata lentamente la lacrima e ha ripreso: “Tuo padre ti comprerà presto una nuova abitazione al mare. Lo sai?” Nel momento stesso in cui la mia attenzione si faceva più viva per via di questa novità e io mi sentivo già più libera alla sola idea di poter respirare aria pulita, per nascondere i miei sentimenti gaudiosi ho voltato le spalle alla mamma. “Tuo padre ti vuole bene. Sei sua figlia. La tua famiglia c’è… C’è sempre stata. Pensaci. Anche se tu non hai mai saputo vedere questo è vero e non puoi negare la realtà dei fatti. Abbiamo fatto il possibile per sostenere il peso delle situazioni gravose che via via si sono presentate, è vero che non sempre siamo riusciti a servire lo scopo comune di rendere più semplice anche a te, come a tuo fratello, il difficile compito di affrontare una figlia rubata dagli assistenti sociali o dei ricoveri in psichiatria, che dir si voglia. Ma adesso meriti una possibilità. Promettimi che non ti abbatterai. Sole, mare.”

Mia madre cercava di incoraggiare ma dentro di sé si aspettava una risposta vaga, presuntuosa o poco radiosa da parte mia. Invece mi sono voltata verso di lei con un sorriso smagliante e in quel momento con il cuore pieno di un entusiasmo che non provavo da tempo l’ho abbracciata e abbiamo cominciato a saltellare su e giù per la felicità per alcuni minuti, senza dire niente. 

“Archie cosa ne dirà, che sarete presto su una spiaggia insieme?” “Archie non potrà mai essere felice quanto lo sono io in questo momento, mamma!” 

Mentre ero nel mio letto non potevo smettere di pensare a quella notizia e me ne stavo ad occhi sbarrati che fissavano un punto imprecisato sul soffitto, con le braccia conserte sotto la testa. Mi domandavo: “Cosa sarebbe saggio raccontare di me? Cosa dire o non dire?” E non riuscivo a distrarmi. Ma era tutto inutile. La risposta non arrivava. In fondo era vero che la vita non si teorizza ma si vive. Dunque sarebbe stato necessario aspettare di trovarmi lì e senza risposte assolute, “ricette,” immergermi nella pace del mare vissuto annualmente con il caos che sarebbe stato inevitabile portare con me nella mente straziata da tante angherie e osservare a mente aperte il risultato. Se fosse andato tutto bene, avrei potuto raccontare la storia di chi fosse uscita a testa alta da una vita definita da altri, grazie all’aiuto esterno di suo padre. Oppure, sarei rimasta la stessa – e non sarebbe cambiato niente, male che fosse andato.

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Se vuoi continuare a leggere la storia, io aggiorno continuamente questo link.

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