La madre negata

Memoir sociale

Intro

La madre negata nasce da una ferita personale, ma non parla solo di me. Parla del rapporto tra individuo e potere, tra maternità e giudizio, tra dignità vissuta e identità imposta. Parla di ciò che accade quando una donna non viene più guardata come persona intera, ma come caso, diagnosi, etichetta.

Questo non è un testo neutro. Non pretende di esserlo. È una confessione, una ricostruzione, una presa di parola. Nasce dall’esperienza di una maternità ostacolata, della stigmatizzazione psichiatrica, del conflitto con le istituzioni e della solitudine che si apre quando la propria verità non trova ascolto.

Ho scelto di scriverlo non per chiedere compassione, ma per lasciare traccia. Per dare forma a una vicenda che, nel suo essere personale, tocca questioni più grandi: la libertà, la fragilità, la legittimità del dissenso, il prezzo che si paga quando non ci si lascia definire docilmente dagli altri.

Chi leggerà troverà pagine dure, imperfette, a tratti incandescenti. Le lascio così, perché vengono da un punto in cui il dolore non è ancora teoria pura, ma vita attraversata. E tuttavia proprio da questo attrito nasce la necessità di scrivere: non per chiudere una storia, ma per strapparla al silenzio.

Prefazione

1. Per due anni ero stata in cura presso il centro di salute mentale di M., in carico ad una dottoressa che si sarebbe dedicata alla libera professione, in seguito. Visto che ero in odore di maternità, – giovane avvenente e fidanzata, – mi indicò che se avessi voluto avere un bambino mi sarebbe bastato concordare e programmare assieme. Ma se è vero che tutte le mamme che sono in carico al centro di salute mentale hanno a casa con sé i loro figli, chissà per quale motivo la vita ha scelto me, perché fosse smentito questo semplice assioma.

Il mio fidanzato di allora si chiamava A. Ci siamo conosciuti nel 2012 ed ero già in terapia. Lo ero da quando ero diventata maggiorenne e avevo scelto di emanciparmi sanamente dalla famiglia, per inseguire il sogno di diventare attrice in Danimarca. Purtroppo fu proprio in Danimarca, nella terra di Amleto il “falso folle,” che il destino mi ha giocato un pessimo scherzo: ho avuto un episodio oniroide indotto da sostanze stupefacenti che qualcuno ad una festa tra amici mi ha messo nel bicchiere e la compagna di viaggio che era accanto a me al reparto di psichiatria dove eravamo state condotte per un accertamento mi ha tradita, hanno trattenuto me ingiustamente e così mio padre mi ha riportato in Italia, dopo un ricovero durato una settimana piuttosto traumatico e lontana dal mondo da me conosciuto, in un viaggio che non è ad oggi ancora finito. Un tunnel che non vede una luce al suo fondo, attraverso il quale sono accompagnata solo dal peso di una diagnosi grave che non mi rappresenta affatto e mi ha trascinata in una spirale di ricoveri anche coatti a ripetizione e stigma sociale. Una diagnosi che ha bruciato la mia giovinezza e mandato in frantumi i miei sogni, tra cui quello di poter praticare la maternità e trovare un lavoro stabile. Una diagnosi che ha compromesso i rapporti con tutti i miei familiari e creato diffidenza con i miei amici di sempre. Una diagnosi che mi ha circondata solo di solitudine. Tra i ghiacci, laddove si parlava una lingua che conoscevo ma non era la mia, c’era veramente del marcio!

Il motivo per il quale avevo scelto dapprima di cambiare Paese era semplice: da anni vivevo una vita negata accanto a mia madre, una donna che aveva lavorato per tutta la vita come dipendente pubblica, quindi per definizione figlia di una mentalità statalista. E’ per questo assetto mentale che ogni volta che non era in grado di gestire uno dei miei scleri tipicamente adolescenziali, come poteva essere ad esempio sbattere una porta, non rivolgerle la parola per giorni o chiudermi in me stessa, per “semplificare il compito di fare la madre” “delegava” ai servizi sanitari locali l’”arduo” compito di rimettermi in riga. In parole povere, poiché avevo subìto un ricovero in psichiatria, quella danese, facilitata dal fatto che aveva un altro figlio disabile ed era un’habitué con le strutture sanitarie, aveva tante amicizie poteva sbarazzarsi delle mie contestazioni adolescenziali facendomi ricoverare. Questo avveniva semplicemente perché io mi spaventavo e agitavo quando i sanitari ogni volta venivano a farmi visita.

Si era creato un equivoco intorno al mio caso: visto che sembravo proprio sana di mente e io affermavo di esserlo appieno, allora ogni volta che non volevo saperne di soggiacere alle terapie e non mi recavo a prendere i farmaci oppure fuggivo se sapevo che sarebbe arrivata un’ambulanza, quelli intervenivano con più forza, con mia madre “lancia in resta.”

Era semplicemente ridicolo: ero stata una ragazza sanissima, promettente fino a 18 anni. Non era possibile che avessero preso di mira me… E invece quadrava tutto. Con il senno di poi, ho capito che era proprio perché ero troppo sana e troppo promettente che qualcosa infastidiva in me.

A 21 anni mi sono ufficialmente ritirata dagli studi per andare a convivere. Il ragazzo era un giovane della mia stessa età, con un problema legato all’uso di sostanze, che in seguito avrebbe risolto. Ma il dato importante e che non ho potuto non a caso dimenticare è che a causa della convivenza di due anni durata con lui, ho scoperto che “mettendomi insieme” a un uomo, sarebbe stato possibile sentirsi più al sicuro rispetto alle dinamiche familiari pregresse, compresi i ricoveri e le continue liti con mia madre. Logico. Una spinta verso una sana emancipazione arreca un grande beneficio a chi sceglie questa strada, sul piano dell’indipendenza personale. Durante quei due anni con lui, nel corso della mia prima convivenza, non ho preso poi nemmeno uno psicofarmaco. Mi hanno lasciata fare. E andava miracolosamente bene anche a mia madre. Era chiaro: mi voleva fuori di casa, nel nome della sacrosanta pace; quella stessa che l’aveva portata tante volte a ricorrere ai sanitari – mi voleva fuori di casa almeno tanto quanto io avrei solo voluto farmi la mia famiglia. Da questa convivenza ho dedotto inconsciamente una cosa essenziale: con un compagno accanto, sarebbe stato sempre tutto più semplice. Così, dal compimento dei 21 anni fino ad oggi, che ne ho 39, non ho mai smesso di essere fidanzata o persino sposata… Solo per non ricadere nelle dinamiche tossiche che appartengono alla mia famiglia d’origine. Questo fino a quando ho incontrato un uomo davvero difficile, che picchiandomi mi ha mostrato come non tutti gli uomini siano uguali tra loro e che la mia “deduzione” si trattava banalmente di una dinamica “evitante,” tipica di chi ha subito abusi familiari all’origine. In questo caso, da parte di mia madre. Infatti si chiamano proprio abusi quelli che si configurano per motivazioni che esulano da questioni psichiatriche. E in materia di legge infatti il presupposto della cosiddetta “buona fede” da parte di mamma, che interveniva e sosteneva appunto tale menzognera tesi in quanto alla propria condotta, decadeva appunto per eccesso di reiterazione della condotta stessa. Ma allora la mia diagnosi come si spiegava? 

La psichiatria è una pseudoscienza. E’ risaputo che non c’è ad esempio alcuna evidenza scientifica misurabile in quanto a qualche presunta “pericolosità,” se non l’arbitrio dello psichiatra stesso. Questo caso si configura soprattutto in caso di ricovero coatto, laddove uno dei criteri di avvio di questa procedura dipende appunto dalla possibilità di rappresentare “pericolo” per sé o per altri. Ma di esempi del genere ne potrei fare a migliaia.

E mio padre chi era?

Mio padre è un uomo in gamba che oggi fa lo scrittore. Ha lavorato per multinazionali della metalmeccanica, è plurilaureato e poliglotta – parla sei lingue fluentemente. Abita a M. da quando mia madre gli ha chiesto il divorzio, ricevendo in cambio di questo un affidamento di controllo preventivo nei suoi confronti degli assistenti sociali, quale supervisione su noi due figli. In pratica, il Giudice avrebbe volentieri dato l’affido esclusivo a mio padre. E l’avrebbe preferito. Ma per quei tempi una sentenza eventuale di totale affido ad un padre anziché ad una madre sarebbe stata uno scandalo. Erano solo i “mitici” anni Novanta. Ma noi ci siamo andati molto vicini.

Come dico sempre il divorzio è stato quanto mi abbia fatto soffrire di più nella vita. Capita che cambi carattere, per sembrare più forte sei costretta a costruirti attorno una corazza. Ad otto anni. Poi un uomo ti svergogna in modo ignorante davanti ai tuoi amici, cui per la vergogna e lo stigma cui non sai ancora dare un nome perché sei troppo giovane non avrai ancora detto che i tuoi sono così… “Divorziati.” Perché poi quell’uomo si piazza lì. Davanti alla pista dove stai pattinando con loro. Inutile far finta di niente. “Elena!” E’ un amico che mi chiama. “C’è un uomo là che ti fissa!” Niente da fare, non posso fare altro che fuggire via alla disperata, nascondermi e piangere. E’ il compagno di mia madre, quello nuovo. Due mesi dopo il divorzio. Il primo di quella che sarebbe stata una litania, una lunga serie di compagni. Fino a quando non sarebbe diventata troppo vecchia lei, mia madre, per trovarne uno “migliore.” Oggi mia madre ha la “sua” famiglia. Dalla quale ovviamente la famiglia di serie B, quella difettosa e non caucasica è completamente esclusa. Con un operaio che ha una figlia unica bionda con due figli biondi 🙂 triste ma peggio di così non si può.

C’è stato un sacerdote che un giorno quando credevo di avere la vocazione religiosa a M. mi ha detto: tua madre con due figli di cui uno disabile non avrebbe mai dovuto scegliere di lasciare tuo padre. Ci sarebbe stato bisogno di due genitori.

E così è, in fondo sempre in tutti i casi. Ma in pochi lo capiscono, soprattutto di questi tempi. E così mi ritrovo a dover spiegare alle future generazioni e ormai con abbastanza autorità, quella dei lustri ormai passati da quando il divorzio è diventato legale in Italia, che i nostri avi hanno lottato per qualcosa che poi ci lascia con l’amaro in bocca. Perché è proprio vero: oggi mi ritrovo con un genitore che amo e mi ama, e un genitore che vorrebbe vedermi morta. Questo come esito del divorzio che avrebbe dovuto essere sinonimo di diritto e libertà, mentre io, disabile e senza tutele valevoli per i miei diritti umani, senza un perché, sono la negazione di quei valori e la prova vivente che il divorzio fa male ai figli. Che non li tutela. Che può alienarli all’affetto di un genitore. Che fa danni irreversibili. 

Tornando a noi, quando la dottoressa del centro di salute mentale brava è andata a svolgere la libera professione, dopo che si furono susseguiti molti turnover di personale, avevano finalmente scelto il medico giusto. Quello più crudele. In parole povere, una versione 2.0 di Don Rodrigo. Il dottor P.

Il dr. P. ed io ci siamo conosciuti nell’anno 2014, presso il Centro di salute mentale di M. Subentrato alla dottoressa gentile che mi aveva avuta prima di lui, ricordo che una sua paziente, quando mi fui liberata di lui, mi seguì fino alla mia casa a Bologna pregandomi gridando di indicarle come fossi riuscita a sbarazzarmi del centro di igiene mentale. Ero sbigottita e non le rivelai la mia tattica ma la ricordo bene. Si trattava di una paziente che sarebbe stata in terapia con me presso la CRA, che avrei frequentato nel 2017. Fino a questo punto era famigerato P.!

Fatto sta che esasperata era mia abitudine recarmi con A. a Torino, a Roma, a Rimini, sempre alla ricerca di vie d’uscita da una situazione che si sarebbe cristallizzata sempre più intorno a me come una crisalide, mentre la tela vertiginosa del ragno della psichiatria avrebbe finito per divorarmi come un moscerino. Un moscerino nel sistema.

Nella fattispecie, giovane incosciente e sempre battagliera con Alberto ci recavamo presso medici atipici, dissidenti, complice l’avanzare dell’era della comunicazione, l’era di internet, degli smartphone, che rendeva più facile reperire informazioni. 

I medici spesso si dimostravano disponibili a collaborare con due giovani entusiasti come noi e firmavano il foglio di dimissioni e sanità mentale. Ma durava solo per poco tempo. Prima o poi mia madre tornava alla carica, visto che non le andava a genio qualcosa che facevo. Era una vera persecuzione. In seguito, sarebbe diventato tutto molto peggio: sarebbe diventata una guerra.

Nel 2017 ero ricoverata al reparto di psichiatria, nel corso del più sofferto e terribile ricovero ingiusto subito nella mia intera vita. P. sembrava indeciso e giocava a fare Dio. Si gingillava tra più possibilità e sballottava me come un pacco postale tra una realtà assistenziale ed un’altra. Di fatto, non sapeva se piazzarmi alla CRA, oppure al cosiddetto “repartino.” Nella mia immensa cultura psichiatrica, posso affermare che in una delle tre regioni dove sono stata ricoverata in Italia, con “repartino” ci si riferiva ironicamente al famigerato reparto di psichiatria, che incuteva terrore a chi vi entrava e… Non sapeva se e quando ne sarebbe uscito. In gergo tecnico, si dice SPDC (diagnosi e cura.)

Con P. con il suo culo sodo al caldo, ecco che ero alla CRA, poi di nuovo in reparto, poi alla CRA. Ero così esausta che pur di uscire dalla situazione che stava perdurando ormai da dieci lunghi (!) mesi ho accettato di diventare beneficiaria di quello che era un presagio di morte per la mia ostile fierezza: la pensione di invalidità. L’ho fatto per mostrarmi collaborativa e ottenere le dimissioni. Ero stremata. Sfinita dalle infinite giornate tutte uguali. Con mezz’ora di tempo per usare lo smartphone. Una guardiola dove per ricevere le attenzioni necessarie per ottenere una bottiglietta d’acqua da un’infermiera cicciona è necessario aspettare minuti interi in preda alla sete. Dove ti dicono frasi come: “Ti insegno io a fare la spesa. Ti insegno a stendere.” Come se tu non abitassi in una casa tua, prima. Come se tu fossi un essere strano. Una nullità. Dove nessuno ti conosce. Dove puoi uscire da quelle mura solo per prendere un caffè una tantum alla settimana. E dove tutte le scuse sono buone da parte del personale per andare in ferie, quando invece si starebbe parlando delle tue sospirate dimissioni. Dove nessuno si prende cura di te. Ma dove qualcuno pretende di aiutarti… Dove non sai mai se sei stata tu a sbagliare qualche calcolo in quell’incubo che si chiama vita. Tutto ciò anche se sai che sei innocente. 

Non solo mi sono pentita di aver accettato quella pensione, ma non sono più stata in grado di mostrare costanza sul lavoro, né di realizzarmi. Percepire una somma mensile ti annienta sul piano dell’iniziativa professionale. Non disdegno dire che devo essere stata bombata di farmaci come un elefante, all’epoca. Nonostante ciò non ho mai rinunciato a lavorare. Annovero l’induzione ad acquisire la pensione di invalidità quale danno permanente a me arrecato dalle autorità competenti.

Ricordo bene il giorno in cui il medico P. aveva dietro di sé un sacchetto dell’eremo di Camaldoli, con dentro qualche prodotto erboristico prodotto al monastero che amavo così tanto e avevo frequentato in prima persona. Era stato proprio al monastero che mi erano venuti a prendere. Avevano visto il mio viaggio come una fuga, chissà perché. Invece all’epoca la mia vita andava a meraviglia. Loro erano semplicemente ossessivi e accaniti con me. Cosa gli costava lasciarmi in pace? Non avevo mai fatto male a nessuno! Né a me né a nessuno… Nella vita facevo la catechista. Tutto qui. E credevo che sarei diventata una suora perché sentivo una forte vocazione. Io oggi non so più se c’entra Dio davvero in ciò che è capitato in seguito e anche se ogni tanto qualche bestemmia la dico anch’io per troppo dolore credo ancora di sì.

Durante il ricovero del 2017 infatti non facevo altro che pregare. Se volete sapere come sono uscita viva da quell’annus terribilis posso dire che pregai così tanto che incontrai una donna, la suora volontaria dell’ospedale, che veniva a distribuire la comunione ai pazienti ogni giorno. Alberta De Flora. Ed è stata lei a farmi uscire dall’ospedale. Non solo. E’ stata lei a farmi uscire, quando sarei stata destinata ad una vita in Comunità. Quando l’avevo saputo, beh… E’ stato allora che ho cominciato a nutrire un forte desiderio di maternità. Se avessi potuto esprimere un desiderio all’epoca, infatti… Questo sarebbe stato avere un bambino. Se ci fosse stata un’ultima cosa che avrei voluto fare prima di essere ricoverata per sempre e dire addio al mondo reale, dopo la lotta che avevo vanamente combattuto, prima di darmi per vinta, sarebbe stato un figlio. 

Alberta ci ha messo una buona parola con il primario et voilà, eccomi improvvisamente catapultata sul treno per Bologna, incredula. Passarono tre mesi ed ero incinta di Elisabetta. Ho concepito con A. Elisabetta al primo tentativo. Al sesto mese io e A. ci siamo sposati, di comune accordo, anche se in separazione dei beni. Ma nel corso dello stesso mese, come la puntura dello scorpione vendicativo ecco che mi trovavo a B. in una giornata piovosa sotto un portico su via Indipendenza a ripararmi e mi è arrivata la telefonata del dr P.: “La informo che è stata segnalata necessariamente ai servizi sociali, per via del suo stato interessante.” Cosa comportava? 

Non sapevo esattamente cosa avrebbe voluto dire tutto questo. Ma si trattava sicuramente di una ripicca. Mentre ai piani “alti” tramavano per vendicarsi del mio gesto riottoso che inneggiava alla vita che nasce, noi festeggiavamo il baby shower, il matrimonio, poi la nascita di Elisabetta e tutti allora ci recavamo all’Ospedale di Sassuolo, dove avevamo scelto di far nascere Elisabetta lontana dagli ospedali più attenzionati dalla psichiatria e il veleno della segnalazione di P. ha cominciato a spandere i suoi effetti nefasti. Mi hanno ricoverata in psichiatria per abitudine e prassi come in questi “casi” e hanno affidato Elisabetta ad una famiglia esterna, per nove mesi semplicemente. In scioltezza. Mi hanno alienato l’affetto della famiglia di A., che ha deciso per la rottura della nostra relazione e io mi sono messa con un altro uomo, un uomo che mi avrebbe picchiata varie volte. Come se non fossi una donna ma una criminale, mi hanno lasciata sola tutti. Con il mio farmaco mensile, la mia condanna eterna. Il rito, il memoriale, il tatuaggio sulla mia carne da macello di madre negata.

Oggi A. ha perso la genitorialità ma gli viene concesso un trattamento di favore. Visto che sua madre ha preso in affido Elisabetta, in un secondo momento, è stato invitato a lasciarmi, per poter seguire il vantaggio dei vincitori: oggi abita grazie a sua madre con Elisabetta. Non ha alcuna forma di affidamento e un giudice al momento del divorzio che in seguito abbiamo conseguito, ha notato che non c’è coerenza anzi vige un’anomalia tra quelli che sarebbero i suoi diritti e quanto nella realtà accade. Perché se entrambi abbiamo la genitorialità sospesa infatti lui abita con Elisabetta, mentre io al momento, a sette lunghi anni dalla sua nascita, posso vederla… Due volte al mese, con la genitorialità altrettanto sospesa?

In pratica nella tipica situazione del tipico padre separato ci sono io e in quello della madre c’è lui. E non importa se oltreché criminale sono stata anche così infibulata (metaforicamente) o a meglio dire trattata come uomo. A rigor di logica quindi avrei dovuto avere la stessa forza di un uomo. Mentre io sono una persona fragile, secondo le autorità. C’è qualcosa che non mi torna. Non avrebbe potuto aiutarci, chi invece ci ha messi in croce?

2. A fronte di queste affermazioni, mi sembra giusto chiarire come sarebbe l’”altra” versione, o meglio la versione “ufficiale.” Ci terrei a premettere che mi verrà particolarmente difficile formulare un capitolo del genere, non solo perché mi sarà indigesto trattare la materia… Ma soprattutto perché è stato molto raro davvero che qualcuno abbia osato dirmi in faccia come la penserebbero, sapendo bene quanto sia sicura di me e assertiva rispetto a questioni circa le responsabilità sull’accaduto. Si tratta palesemente di uno dei tanti, tantissimi casi di malasanità che non vengono accreditati né riconosciuti come tali perché vengono insabbiati. Ma la verità sopravvive a tutte le sabbie. Anche quelle mobili.

Parto dunque dal caso specifico che rappresenta mia madre, intanto. Molto più che non semplicemente “persuasa” di una versione, da lei è partita tutta la querelle e non ha mai nemmeno messo in discussione l’argomento “mia figlia è malata di mente.” Per convenienza per lei lo ero. Non voleva figli tra le scatole quando voleva trovarsi un compagno con cui soppiantare quello vecchio, a fronte del sogno di una nuova famiglia con cui soppiantare quella vecchia. Quale promotrice dell’iniziativa contraria alla mia emancipazione, non è una donna dotata di introspezione o intelligenza semplicemente. Sostiene che non sto mai bene, mi manda ricoverata a suo piacimento, si fregia delle sue conoscenze al centro di igiene mentale e soprattutto, cosa più odiosa delle altre, non fa mistero davanti ad alcuno della mia diagnosi. Io ho sempre avuto molto pudore. Lei ha sempre coinvolto chicchessia nei miei fatti privati pur di risultare quale vittima con “due” figli disgraziati e ha sempre cercato la lite, in ultima ratio. Parallelamente sostiene sempre che mi vuole bene. Ha innescato in me una forma ambivalente di dipendenza amore/odio, che vive della contraddizione tra la madre che viene percepita quale buona e “inquadrata” consigliera che suggerisce “saggiamente e prudentemente” di curarsi secondo i canoni, quale via d’uscita e il boia esecutore della condanna. Abbiamo fatto delle pause lontane l’una dall’altra. La strategia che ho trovato per tenerla lontana e spaventarla è quella di mandare una diffida come deterrente, se esagera con le minacce di chiamare ambulanza e sanitari ingiustificatamente. Così regoliamo i nostri rapporti: triste ma… Invocando la legge. Lei con i TSO, io con le diffide che teme tanto, per l’altro figlio a carico in difficoltà affidato a lei. La mia è una forma di tutela personale dalla sua condotta violenta.

Il mio ultimo fidanzato invece mi sbatteva semplicemente in faccia epiteti poco carini come “pazza,” “schizo,” “psicopatica.” Ed altri. Mi feriva immensamente. Però ascoltava. Ascoltava la mia versione. Devo dire che non è stato facile. Ci siamo lasciati infatti. Sì, in seguito a una denuncia per maltrattamenti da parte mia.

Quello che dovrebbe essere oggi il mio migliore amico è un caro amico d’infanzia che conosco sin da quando ho 6 anni. Purtroppo è indottrinato fino al midollo. Questo mi porta alla disperazione. Lo sopporto, in nome dell’amicizia ma diventa molto pesante se arrivo a mettermi a ridere e lui non ricambia la mia ilarità genuina davanti alle sua ingenue prese di posizione, come potrebbero essere: “Se vai da un bravo medico puoi curarti!” “Puoi uscirne seguendo il percorso tradizionale!” “I farmaci fanno bene!” Non so mai se un uomo della sua età che dice questo genere di cose sia davvero sincero o genuino o invece menta o invece semplicemente non conosca la vita. Triste anche questo.

Come si può vedere, è molto difficile nella mia condizione potersi circondare di persone comprensive – nel senso stretto del termine: persone che abbraccino pienamente, che la vedano al mio stesso modo. Non ho più nessuno accanto che mi sostenga, che possa dirmi sinceramente “La penso come te!” Non perché nessuno la pensi come me. Ma perché è incredibile e anche pericoloso, rischioso pensarla come me. Perché esporsi può essere complicato. Professarsi pienamente d’accordo con chi versa in condizioni così socialmente fragili come me è compromettente. Ma questa situazione è quella di cui in fondo vado anche fiera. Già. Meglio sapermi diversa da una massa di cretini che non stimo, che sarebbero capaci al massimo di dirmi “La penso come te, non sei folle!” solo perché ai folli si darebbe sempre ragione, in senso negativo.

Sono ben quattro anni che non ho più avuto ricoveri. Il mio “piano” parzialmente e solo limitatamente a me stessa ha funzionato. Avrei tanto voluto fare una famiglia e prendermi cura di lei, la mia bambina, Elisabetta. Purtroppo ciò non è avvenuto. Ma non c’è giorno che passi che io non ricordi che da quando lei è nata sono riuscita a riprendermi la mia libertà. Un figlio può salvare? Io non ho mai minimamente sospettato che mi avrebbero strappato in fasce Elisabetta! Mai l’ho voluto! Abbiamo noi tutti festeggiato ignari il baby shower, il matrimonio. Credevamo tutti che sarebbe andato tutto bene. Quella segnalazione di P., sotto il porticato? Non avremmo mai potuto correlarla a quanto sarebbe accaduto in seguito e metterci al riparo. Sono semplicemente sempre stata in buona fede e chiunque credeva che sarei stata una buona madre. Non che io abbia a cuore alcuno psichiatra, ormai, che per definizione è indottrinato fino al midollo; ma è vero anche dire che ogni psichiatra che mi ha avuta in cura dopo la nascita di Elisabetta ha sempre sostenuto a malincuore che sarei stata un’ottima madre. Allora perché è impossibile recuperare la genitorialità?

E’ molto difficile ma essenzialmente potrebbe essere vero ipotizzare che Elisabetta sta bene dov’è e va bene così: è palesemente anche nel mio interesse. Così, c’è più probabilità che un domani potremo trovarci davvero. L’altra realtà è che io sono sola e sono stata abbandonata da tutti. Non posso certamente contare su mia madre, perennemente dalla parte della barca del vincitore. Sempre piena di scuse per farsi avanti e aiutarmi: “Mamma, potresti farti affidare Elisabetta!” “Ma io ho da tener dietro a tuo fratello disabile, al nonno in casa di riposo… A te!” Certamente non posso contare su di lei. E su un partner affidabile? Purtroppo con il mio ex fidanzato avevo sbagliato direzione. Come ho già detto, era un tipo brusco. Non ci conoscevamo bene quando ci siamo conosciuti. Questo mi invita a sconsigliare ogni donna a mettersi con qualcuno che si conosce poco, purtroppo.

Non ho più una figlia. E affronto quotidianamente la difficoltà ad aprirmi con qualunque potenziale partner. Non che si trovino sotto i “cavoli” i partner né io non sia avvenente di fatto. La mia avvenenza ed età al limite con un discorso di fertilità mi condanna a riflettere, cosa che credo di non aver fatto bene per alcuni anni. Ormai sono riusciti a farmi pensare alla maternità come a una cosa spaventosa. Ergo il mio desiderio di un uomo o di una famiglia è futile e vano. Trascurabile. Oppure sono solo pensieri. Non saprei, ma fatto sta che recentemente ho chiesto a mia mamma se fossi incinta se lei si prenderebbe cura del bambino. Lei mi ha detto di NO e io sono caduta in un baratro di disperazione. Anche il migliore amico ha detto NO, non voglio più fare figli con te in un progetto di co-parenting. Perché la mia reputazione è completamente sgretolata. Mia madre mi vede come una nullità perché è sadica. Solo mio padre mi adora. Ma io voglio fortemente uscire dalla logica della mia famiglia d’origine e le mie energie giovanili cominciano a perdere slancio: ho quasi quarant’anni. Non sono ancora nemmeno laureata.

Insomma, ma allora questa versione ufficiale qual è? In una parola, è un’etichetta. Una diagnosi. Che hai sulla pelle, nel cuore. Che è una benda davanti agli occhi. Dei tuoi, di quelli degli altri… Da cui non ti separi mai. Che pesa come un macigno e brucia… Brucia davvero. Visto che denuncerei persino lei, mia madre per diffamazione visto che diffonde i miei dati sensibili come se non ci fosse un domani è logico che non direi mai qui la mia diagnosi. Stigma. Paura. Ma c’è. Eccome se c’è. E ho scoperto recentemente che la guarigione non esiste come punto finale. Ma come percorso. Avanzamento perenne, che procede fino alla fine della vita. Allora si può ipotizzare che ci sia qualcuno che è più malato e altri che sono meno malati. Ma io da quattro anni sto bene. Non ho più avuto ricoveri. Che bisogno c’è ancora di “curare?” E’ chiaro che il motivo è che si sono stancati di corrermi dietro, che è stato troppo faticoso ed è durato troppo a lungo e ho dato loro filo da torcere, ma ciò non conta. Ciò che conta è che nessuno mi toglierà l’invalidità. Nessuno mi permetterà di non recarmi più a prendere i farmaci o avere un banale foglio di dimissioni da parte del Centro di igiene mentale. E’ molto più difficile di quanto non si sappia. Io non lo sapevo. Non potevo immaginarlo affatto, quando ho cominciato il percorso là, al Mazzacorati di Bologna. Quando mia madre mi ci ha portata. Credevo che avrei potuto dire al medico: “Bene, siamo a posto! Ora basta farmaci. Sto meglio, va bene così… Grazie e arrivederci!” Invece… La logica del profitto che deriva dalla vendita di farmaci autorizza qualsiasi forma di movimento centripeto indotto dal medico nei confronti del paziente, per impedire la sua liberazione dal Centro di igiene mentale, con metodi violenti o meno violenti che siano.

Ho sperimentato in Lombardia tra il 2010 e il 2020 quando sono stata in cura a M. una forte tendenza alla centralizzazione degli ospedali, in antitesi alla tendenza di maggiore capillarità psicosociale sul territorio che invece ha preso piede in Emilia Romagna. In compenso, l’Emilia Romagna è la regione per antonomasia laddove i bambini vengono più facilmente strappati alle famiglie. In conclusione, è una “giungla” laddove facciamo acqua da tutte le parti. Ciò che voglio dire è che in Emilia Romagna è più difficile trovarsi per dieci mesi ricoverati in una CRA, come è capitato a me. Per chi non lo sapesse, la CRA è una struttura riservata agli anziani. Ho indagato privatamente se fosse idonea e legale la mia ammissione in tale struttura, persino. Pare di no. Pazienza. I medici sono una casta. Si proteggono a vicenda. Se pensi di fare causa, puoi rinunciare. Non l’avrai vinta. 

Quando ero fidanzata con A., il mio ultimo “boyfriend,” sono rimasta stupita dal caso di un tale suo conoscente che si è fatto risentire proprio nel mentre che stava vivendo una situazione assimilabile alla mia. Sentendolo parlare mi sono detta: “E’ ancora molto immaturo nella conoscenza su come vanno le cose a questo mondo…” Andava sproloquiando del fatto che gli sarebbe bastato firmare tale documento per ottenere la tutela della figlia, in affido alla madre e così via. Le cose vanno molto male nel nostro Paese. Non esiste una vera tutela dei diritti di chi subisce un abuso. Se ricordate, l’anno scorso è passato praticamente inosservato che dal Codice civile è scomparso persino il reato di abuso d’ufficio. Io dico che non è un caso questo. La legalità va in una direzione che tende a discriminare e creare sempre più divario davanti ai più fragili. 

Ho il mio cane e tanto mi basta. Per quanto potrebbe sembrare ridicolo, lui è la mia unica famiglia. E allora perché non tornare da uno di quei medici, quelli dissidenti, quelli che si sono sottratti alle logiche mercantilistiche, quelli che sottobanco aiutano? Ce ne sono. Sì, eccome che ce ne sono! A migliaia… La verità? Non ne ho più le forze. Non sono più così giovane tanto da poter farmi forza di un ideale. Come ero idealista! Credevo che avrei incarnato in qualche modo io stessa l’eroina che avrebbe messo al suo posto persino un troglodita come P.! E invece… A quasi 40 anni non ho più il vigore, l’energia di un tempo. Non sono cambiata dentro. Solo… Credo si tratti di un fatto fisiologico, legato all’avanzare dell’età. Ho ammesso la mia sconfitta. Questo, in altre parole. Letteralmente, ho dovuto ammettere che non posso abbattere così, da sola, tutto l’apparato sanitario che se potessi metterei al tappeto! Ora, se vado al centro di igiene mentale e intravedo il mio medico per i corridoi sorrido. Se si tratta proprio del medico che non si fa vedere mai e latita da quasi sei mesi senza degnarmi di un appuntamento, se da un lato non cerco quell’appuntamento da un lato, dall’altro nemmeno sono più capace di ringhiare. Mi sarò addomesticata? Inevitabilmente, è così. Sono k.o. a livello esistenziale. Rasoterra. Ma dentro di me sento ancora quella vocina che mi dice che sotto sotto… Sono sempre la stessa e solo occorre “modulare” le strategie, pur mantenendo fermi gli obiettivi? In fondo, è vero ammettere che in me non c’è traccia di risentimento e rancore ormai. Sono sopiti tutti, sotto un mare di cenere. Avvilente davvero…

Ma la cosa che mi fa più male in assoluto è sapere che quando mia figlia avrà un figlio egli non farà come hanno mostrato di saper fare i nipoti delle madri di Bibbiano, orgogliosissimi: li ho visti in un post su qualche social a mostrare cartelli inneggianti la fine della guerra mal “riuscita” alle cosiddette “streghe” della nostra epoca, da parte degli assistenti. Noi. Le madri cui hanno strappato i figli. Mia figlia me l’hanno alienata. Mi vive con curiosità, sì. Ma stanno creando un’abitudine. Quella alla distanza. Al vuoto. All’assenza. Come il battito di un cuore con uno stato di salute nella norma che non ha tempo di dare segni di squilibri, hanno riprodotto la normalità fra di noi in modo perfetto, artificiale, glaciale, con approssimazione chirurgica. Se dovessi dare un altro titolo a questo trattato, potrei chiamarlo: maternità artificiale. Normalità di plastica. Sì, insomma vedersi due volte al mese sta limando la nostalgia, i dubbi, tutti i sentimenti… Umani. Due incontri, due pillole per normalizzare il senso di fame legato all’assenza della mamma. E’ così che stanno crescendo anche lei. E io cosa posso fare ancora?

Avevo chiesto aiuto a più periti, in uno slancio di iniziativa che avrebbe potuto confluire in un’azione al Tribunale dei minorenni, l’ente che regola i rapporti tra Elisabetta e i suoi genitori, noi. Avevo coinvolto il mio legale. Il mio legale non è di certo un cuor di leone. E’ stra-allineato. Non è un Miraglia. Ma Francesco Miraglia mi ha tagliata fuori. E’ stato il primo a lasciarmi senza fiato, senza speranza, quando mi ha rifiutato la possibilità di seguire il mio caso perché “impossibile.” Un crimine di Stato perfetto. Complimenti, a chiunque ne sia l’autore… E così, ho trovato un perito disponibile che mi ha promesso di organizzare una Consulenza tecnica d’ufficio e sono rimasta aggrappata alla speranza di affrancarmi dalla sentenza di genitorialità sospesa e riavere con me Elisabetta fino ad oggi. Peccato che questo perito non si faccia vivo da mesi. Comincio a credere che non sia un caso. E nemmeno ne sarei stupita. O sa che non c’è niente da fare, ad oggi, oppure è morto di morte non accidentale!

Ormai sono pervasa da un senso di sfiducia generale. Se c’è un lato positivo, sì – ecco… Se dovessi dirne uno questo potrebbe essere che ho imparato a dialogare con i Signori istituzionali come da manuale. Si direbbe di me che io avessi studiato ad Oxford con il massimo dei voti, in quanto alla materia “Come si dialoga e si ottiene quanto si vuole o si limita il peggio, almeno con assistenti sociali e sanitari del pubblico settore.” Sì, perché spesso chi parla a cuore aperto con sincerità cade in una trappola. Con loro, quando si è se stessi si va incontro a sicuro danno, da cui poi sarebbe dura tirarsi fuori. Questo avrei insegnato ad Elisabetta. Il rispetto per i Dottori, come… Distanza sociale. Il pubblico ufficiale? Va semplicemente allontanato con le… Buone. Sempre e solo con le buone. Senza con ciò rinunciare a far loro le corna privatamente e felicemente, come fa una famiglia con i fiocchi!

Nel 2023 è avvenuto un episodio in particolare che ha segnato il cessate il fuoco. Il mio Altolà! alle istituzioni è suonato particolarmente chiaro e limpido, davanti a tutti i testimoni che ho sfidato, una contro tutti. Ho superato un Accertamento sanitario obbligatorio. E che ci sarà di strano? Penserebbe qualcuno giustamente. Bene. Ora potrei raccontare ogni cosa così, liberamente in tutta lucidità.

Ciò che c’è di eccezionale e molto regolare al contempo è che io ero in piscina a farmi i fatti miei, mentre per tutta Bologna circolavano volanti alla disperata ricerca di me: quella della “denuncia di scomparsa.” Non solo: quella “scomparsa” attenzionata alla polizia da mia madre – come al solito, – ma anche dal mio ex fidanzato – quello violento – e il mio migliore amico – quello un po’ scemo – comunicava regolarmente ad ogni ora sia con il suo allora fidanzato. E allora… Com’è possibile che sussistesse la denuncia? Accade solo nel nostro Paese.

In pratica un avvocato ha diffidato il medico al Centro di salute mentale dal comunicare con alcuno non segnalato da me esplicitamente nel consenso informato a inizio rapporto clinico e la psichiatra ha trasgredito. Mentre l’avvocato trattava la questione io mi nascondevo in disparte. Non ero coperta da nessuno. E in base ai miei precedenti tentativi che erano andati a vuoto di sfuggire l’ennesimo TSO ingiusto, sapevo che avrei dovuto osservare bene quelle che sapevo essere le regole del gioco. Non coinvolgere mai nessuno, intanto. Sarebbero arrivati da lui/lei, infatti. Allora mi sono nascosta in uno stabile che sapevo essere al chiuso e sicuro in una via del centro di Bologna e qui ho atteso. Il telefono spento poi acceso a intermittenza mi rendeva erudita su quanto stava accadendo in tempo reale. Non sono mai arrivati alla mia posizione grazie al telefono. Non si impegnano mai così tanto i Carabinieri. In pratica, l’ho fatta franca. Mi sono rilassata in piscina e mi sono presentata abbronzata e in ottima forma all’accertamento. Il medico ha affermato che stavo bene. Attenzione: anche se fosse che “prima” stessi male, sarebbe questa vicenda in ogni caso la prova che non è necessario in TSO in circostanze come quelle che hanno preceduto questo Accertamento!

Da questo momento in poi, dal 2023, nessuno ha più osato ficcare il naso con me. Nessuno psichiatra mi corre dietro, mia madre si è fermata. “Così assatanati prima e poi si fermano davanti a una batosta così piccola!” Mi sono detta. “Ma se mi ero quasi data per vinta, con tutti quei paurosi TSO! Sembra quasi che le autorità sotto sotto siano dei pavidi.” Ma al di là di un primo gongolamento iniziale, la situazione è piuttosto seria e amara per chiunque si sappia sottoposto a un provvedimento giudiziario pendente.

Quell’accertamento rappresentava il primo vero “precedente legale” che mi riguardava e avrei potuto esibire davanti ad altri psichiatri se si fossero fatti avanti in seguito. Precedente con valenza probatoria sulla veridicità delle mie tesi, atte a dimostrare appunto la non-necessità dei miei ricoveri pregressi e futuri, a fronte di circostanze che anche se erano state additate quali cagione di un disturbo psichiatrico in essere, realmente esulavano da una ammissibile patologizzazione del mio stato di salute mentale… E anzi rappresentavano più che altro questo o quel diverbio familiare che nulla aveva a che fare con questioni legali-sanitarie! In parole povere… Gli accertamenti avvenivano nel corso di liti familiari. E in queste liti familiari era stato sempre molto semplice prendersela con me, la più fragile del gruppo. Sovraesposta, invalida… Già. Ma ho dimostrato appunto l’inconsistenza delle accuse. Anche laddove ci sia una lite, tale e quale è: una lite, niente più di questo! E tanti ricoveri sarebbero stati risparmiati. Ma il medico è pavido. Ha paura delle conseguenze. Sì, quelle sulla sua poltroncina.

E con tale precedente penale da esibire in caso di nuovi attentati ingiusti alla mia tranquillità, dal 2023 non c’è stato più medico e nemmeno madre che si sia fatta sotto.

Parentesi (importante:) se al momento della sottoscrizione si fa presente che non si è d’accordo con la disposizione di indicare il numero di telefono di un familiare per le cosiddette “emergenze…” E’ meglio.

Sull’efficacia degli psicofarmaci, occorre soffermarsi. Supponendo che la maggior parte degli assistiti sia di fatto sana di mente o comunque non richieda una diagnosi, davanti a questa evidenza teorica lo psichiatra non rischierebbe alcunché: sarebbe infatti del tutto inconsistente somministrare un farmaco a chi non ne avesse bisogno! Mi spiego: se prendessi un’Aspirina ma non avessi alcun sintomo influenzale, questa semplicemente non sortirebbe alcun effetto. Si tratta del principio del “male non farà,” di cui abusano gli psichiatri. Essi non sanno affatto se questo paziente rientri in questo o quest’altro caso diagnostico. La conseguenza diretta di tutto ciò è che essi naturalmente vadano “a simpatia:” tant’è che non possono essere contestati su un piano di parità, in quanto medici in senso di “verticalità.” Così deformano vite con l’ignoranza tipica del saggio che sa di non sapere. E i testi di riferimento della categoria, come il DSM? Come ho spiegato con l’esempio sul principio di pericolosità inquantificabile, non misurabile e quindi superato ai fini dell’attribuzione del trattamento sanitario obbligatorio, se non secondo una logica di buonsenso che ha confini comunque piuttosto labili e che muove su un terreno dunque piuttosto scivoloso sul piano legale, al di là di tutti gli empirismi affermerò qui una volta per tutte che la psichiatria è una scienza approssimativa e in ogni caso sconfina troppo spesso nell’immoralità e nella crudeltà. E’ inspiegabile come oggigiorno ancora la barbarie dei medici come P. sia accolta dalle cittadinanze italiane che comunemente sono considerate vive culle di cultura ed esempi di benessere. Non si spiega come il progresso ammetta l’accoglienza e l’ospitalità italiana nei confronti dei migranti e abbandoni invece i malati di mente alla solitudine e all’incuria tipica di chi preferisce lasciar morire un povero cittadino, per salvarne mille… Sì e in nome della menzogna della psichiatria! In un mondo che perora l’uguaglianza di genere è inaccettabile che gli invalidi siano relegati ai margini e lasciati agonizzare nell’incuria generale. E se c’è ancora chi crede che un farmaco possa curare la mente astratta e il pensiero, si sbaglia di grosso. Le cose ineffabili vanno al di là. Chi travalica quell’aldilà è destinato a incorrere in un errore. 

In pratica, sto affermando che le diagnosi vengono attribuite a random. E quindi si spiegherebbe come mai i percorsi siano così lunghi. Supponendo di essere nei panni di uno psichiatra e che questo sia accorto in quanto al fatto di aver commesso qualche errore teorico e dunque che anche se ha preso il farmaco non adatto alla sua presunta-vera-diagnosi il paziente ha avuto dei risultati, ora. Cosa farà lo psichiatra? Cercherà di recuperare e implementerà con nuove pillole diverse dalle prime la dose di farmaci attribuiti al paziente, così non sarà sbugiardato. In fondo, quando mai si è visto uno psichiatra ammettere di aver cannato diagnosi! Uno psichiatra avere l’umiltà di fare un passo indietro davanti al paziente! E’ così che diventano prepotenti. La Bibbia dello psichiatra, il DSM, prevede tutti i casi in modo tale da tutelare il medico, non il paziente: esistono diagnosi miste, come atte a prevedere ad hoc la liceità di implementare terapie laddove vigesse un sospetto sul calzare di una detta diagnosi. Diagnosi ibride, diagnosi lievi, diagnosi dell’umore… La psichiatria viene elogiata quale democratica addirittura per via della sua vasta gamma di diagnosi, quando invece è foriera di morte! In sintesi, il medico grazie ai manuali inventati ad arte con una loro coerenza teorica estremamente affascinante, in effetti ma casuale e altro che scientifica (l’anima esula dalla scienza!) può muoversi al sicuro all’interno della sua disciplina. E si potrebbero fare mille altri disegni su come funziona. Ma sono stanca di provarci. Ci ho provato tanto. A dissuadere. A far demordere e desistere. Non è valso a niente lottare. Ma una domanda mi viene spontanea: perché è così importante difendere l’esistenza di queste pratiche alienanti come la somministrazione di psicofarmaci nel 2023, se è vero che fanno più male che bene alla nostra società?

Non mi basta sapere che la farmacopea genera miliardi e miliardi ogni anno di fatturato. Non mi basta sapere che la psichiatria sia un luogo al limite con la giurisprudenza e che si avvalgano di essi in “ibrido” allora altri ufficiali giudiziari, tali quali sono anche gli psichiatri. Che sia un meccanismo di controllo sociale. Se vuoi, anche di sperimentazione di nuovi farmaci da immettere sul mercato grazie ai ricoverati in psichiatria, che vengono usati come cavie designate gratis. Viene quasi il dubbio che la ricerca stia cercando qualche ricetta farmaceutica e sperimenti in questo modo becero sui poveri che ci cascano. Qual è la verità?

E’ così misterioso e privo di senso tale da essere insondabile la verità su questo punto. Un fatto inspiegabile che il mondo assista a una barbarie e la approvi, la avalli, la sostenga anzi in certi casi se ne nutra. Penso a quei familiari di soggetti indicati quali psichiatrici che non li piangono, che non li vivono, che li osservano cadere e spezzarsi in mille frantumi e assistendo alla loro caduta rimangono immobili, a volte si sentono più fortunati di loro. A volte capita anche che li deridano. Che li compatiscano. Che li credano ridicoli. Che li colpevolizzino o li incolpino di rappresentare una minaccia per sé e i propri cari, se hanno qualche comportamento manesco. I familiari delle vittime della psichiatria rappresentano spesso l’unica risorsa utile che solo se disponibile può dissetare un bisognoso. Allora è proprio vero ammettere che in tutti i casi la famiglia si disgrega davanti alla caduta di un membro di loro. E sarebbe opportuno coinvolgere tutto il gruppo familiare nelle terapie. Anche farmacologiche, sì. Perché a volte chi punta il dito sull’evidente disagio di altri è più malato o pericoloso di chi reagisce e si fa trascinare e appare più caloroso nelle proprie manifestazioni emotive o depresso o quant’altro. Normalmente se una foglia è malata, la pianta soffre tutta intera. E se una radice è malata, tanto più. E comunque sia la psichiatria è troppo affrettata e non rispetta il principio secondo cui è stata concepita, quella dell’estrema ratio. Abbiamo già validi psicoterapeuti che potrebbero curare. Perché ricorrere a cure invasive e spesso invalidanti a tutti i costi?

Ho sempre pensato che chi vuole diventare psichiatra abbia decisamente un forte gusto dell’orrido. Chi vorrebbe mai trovarsi a curare pazienti pieni di bava che strillano e maledicono e menano? Si dice che lo psichiatra debba essere un po’ folle di suo in partenza per questo motivo.

Ma è dato che il mondo funzioni in questo modo e la psichiatria sia parte di esso, in mezzo a noi, là, localizzata in un edificio in particolare, davanti al quale passiamo ogni tanto e proviamo forse allora un senso di soggezione o timore. La domanda: “Sarò pazzo, io?” ce la saremo fatta tutti, in fondo. Conosco solo pochi casi strampalati di uomini e donne che non si sono mai fatta questa domanda: “Cos’è la follia e perché ne abbiamo così paura?” Diciamo come primo punto che la follia è contraddistinta da una certa imprevedibilità. E che uno dei casi di cui sopra è rappresentato dal figlio di uno psichiatra che ho conosciuto e poiché sotto l’egida del padre andava sempre a chiedere rassicurazione al padre, se sarebbe rimasto scevro da diagnosi per tutta la vita grazie alla sua protezione.

La follia per me è un tarlo che cresce nella mente fino a sfiorare qualche area troppo sensibile, esposta, fragile. Alcuni giorni fa ad esempio ho visto una scena piuttosto atipica su un autobus di linea. Una donna con l’aria stanca che nascondeva lo sguardo come piuttosto privata è arrivata dal fondo dell’autobus e si è seduta tra due passeggeri, un ragazzo e una ragazza della sua stessa età. Era innocua ma aveva qualcosa che è apparso strano a prima vista alla ragazza: una sigaretta infilata in bocca. Ho notato che la ragazza si è voltata con sguardo interrogativo che deve essere suonato spregevole alla donna stanca. La miccia si è accesa. La donna stanca ha sussurrato con voce sommessa che deve essere suonata minacciosa: “Dio…” e poi una bestemmia. Era stato solo un sussurro. Avevo capito subito quello che stava per succedere e che la cosa non sarebbe passata inosservata agli occhi del ragazzo accanto. La donna stanca era palesemente all’orlo di una crisi di nervi, per motivi che non era possibile desumere. La ragazza allora l’ha provocata tossicchiando leggermente. La donna ha risposto con una seconda bestemmia, un po’ più forte. Il ragazzo a quel punto è intervenuto: ha tossito in modo che l’autobus lo sentisse. Mi sono chiesta: perché ciò che è considerato strano come portare una sigaretta (spenta) appoggiata alle labbra nel 2013, con tutte le strane cose che cerchiamo nel sesso, nel cibo, in tutti i tipi di esperienze, deve essere stigmatizzato? Infine, la donna è prudentemente stata costretta a scendere dall’autobus volontariamente. Probabilmente è salita alla corsa successiva, alla stessa fermata.

Il giorno successivo ero al supermercato quando un uomo borbottava tra sé qualcosa e mi sono avvicinata a lui, a pochi passi dalla sua posizione per scegliere un prodotto dallo stesso scaffale. Stava procedendo lentamente verso la cassa, quando una signorina con i capelli rossi ha fatto finta di nulla mentre vecchio com’era faticava a farsi avanti alla sede del pagamento e gli è passato davanti. L’uomo non era particolarmente tollerante. Ha avvicinato il piede al tallone della ragazza e intenzionalmente l’ha colpito o urtato. In ogni caso, ha ottenuto ciò che avrebbe voluto: la signorina si è voltata verso di lui per intimidirlo con lo sguardo ma ora era lui a fare finta di niente, come vendicandosi. Allora la ragazza l’ha provocato nuovamente sfidandolo con un deciso passo indietro che gli rubava spazio e lui nuovamente ha provocato, con uno spintone leggero che sembrava casuale. La cassiera ha dato ragione all’uomo. Nonostante si fosse svolto tutto in modo piuttosto subdolo, era giusto così.

In generale, noto che tra le persone c’è molto disagio. Anche cedere per strada il passo a un’anziana o rivolgere lo sguardo senza passivo-aggressività o invidia verso l’aspetto o l’abbigliamento altrui è diventato sempre più un problema tra la moltitudine. Ecco, credo che quando si fosse arrivati al limite e la sopravvivenza sia diventata insostenibile sia opportuno fare appello a tutte le risorse, consapevoli delle conseguenze e che dalla padella si sia in grado di non concludersi male.

Comunque sia, esistono anche dei casi virtuosi. O forse gli uomini da vigorosi combattenti che sono in gioventù semplicemente invecchiano immersi in un’infusione di farmaci ed è avvilente ma soccombono lentamente, fino a diventare nulla. Fatto sta che su questi esempi di pazienti imbelli fa affidamento chi vuole persuadere della bontà della psichiatria il nuovo pubblico suo. Sono certa che dipenda dall’età. E qui entriamo in un campo minato. Il campo minato del discorso sulla somministrazione di psicofarmaci ai minori. Mi sento fortemente schierata contro questa posizione. Se è vero che l’età porta con sé una naturale mitezza davanti alla psichiatria anche abusiva, a volte e una maggiore rilassatezza della mente, occorrerebbe attendere che i tempi siano maturi prima di intervenire, in ogni caso e ad ogni costo.

Guarda caso non si nasce mai tanto insani: insani si diventa. E’ così che intendo dire che gli aspetti sociali e ambientali dovrebbero rappresentare una frontiera sicura per la prevenzione dai disturbi o meglio, per la ricerca della felicità cui ognuno dovrebbe aver diritto.

Una volta mi sono domandata se un folle può pregare. Se la preghiera passa anche dalla mente dell’uomo, infatti, come può arrivare a Dio correttamente? La preghiera non è uno stato mentale. E’ pre-mentale. E’ pre-senza. Ero tormentata da questo dubbio: mi ascolterà Dio, quando pregherò? Allora ho cominciato a ragionarci e ho fatto delle discriminanti, su tutto il ragionamento circa la medicina che ho fatto. Ad esempio in quanto al significato di invalidità, nella sua correlazione con il suo corrispettivo più generico: la malattia mentale. Ci avete mai pensato? Cosa sarebbe l’invalidità veramente e perché alcuni malati di mente non vengono giudicati invalidi, anche quando hanno una diagnosi? Che differenza ci sia tra malattia mentale pura e semplice e diagnosi è presto detto ed è illuminante. L’invalidità è un pezzo di carta. Spesso giudicata quale risarcimento per la propria condizione congenita o comunque sostegno sociale, consiste in un incentivo in denaro. Tutto qui. E perché venga calcolato sulla base della propria diagnosi psichica fa pensare. Si suppone che ci siano vari gradi di compromissione dati da ogni tipo di malattia, anche quella psichica. E’ tristissimo. Deprimente, direi. Io, che ero un’ottimista, pensavo fosse motivo di grave abbattimento accettare l’assegnazione di una percentuale matematica. Come se fosse possibile individuare il grado della propria compromissione sociale. Nel giorno in cui mi hanno detto che ero “parzialmente autonoma” mi sono sentita da schifo. Io, che mi sapevo in perfette condizioni e lo ero, io che gareggiavo in atletica tutte le domeniche, non potevo accogliere una notizia del genere per la gioia di mia madre. Mia madre aveva intravisto la possibilità di sistemarmi e non doversi più prendere cura di me grazie all’invalidità e ha gioito.

Persone che conosco che sono entrate in contatto con psichiatrici abbastanza navigati per età ergo soggetti piuttosto miti si sono avventurati volontariamente a presentare la domanda all’INPS per una pensione d’invalidità pur di portarsi a casa la somma. Mi è sempre suonato quale un caso incredibilmente curioso questo.

Potrebbe essere un fatto di maturità, dunque: incorrere nella psichiatria troppo presto potrebbe recare più danno di quanto non sarebbe se fosse possibile procrastinare quell’incontro. Se gli psichiatri riescono a quantificare l’anima, allora quantifichino anche la maturità.

Nel mio caso specifico al momento ho tutti i requisiti morali e legati al senso della responsabilità verso di me e verso gli altri tali da sapere di essere capace di affrontare il mondo degli assistenti sociali e degli psichiatri. Ma ciò non toglie che in passato non era così. Non dico che dovrebbe essere fissata una “maggiore età psicosociale…” Non arrivo a tanto! Ma un po’ anche sì. Che i bambini facciano i bambini, con le loro famiglie, i giovani facciano i giovani e che tutto sia commisurato all’esperienza! E’ un controsenso che ci sia accesso online a contenuti come questo che sto scrivendo quando il prossimo link che potresti cliccare potrebbe essere uno di quelli della psichiatria ufficiale. Questo non genera informazione, non sempre. Può generare anche confusione. I bambini, i più giovani non sono in grado di elaborare un’esperienza cruda come questa: non potrebbero leggere un contenuto come il mio. Figuriamoci se potrebbero affrontare una prognosi infausta reclusi e ospedalizzati in ambiente psichiatrico! Così trovo che per sua stessa natura sia traumatizzante estrapolare un bambino dalla sua famiglia per portarlo a vivere altrove. E’ solo un bambino, via! Che gli interventi siano di sostegno, non di frattura!

Ma quali indicatori potrebbero indicare una raggiunta maturità? A volte per alcuni questa nemmeno arriva mai. La maturità è il periodo per così dire dove tutto è più smussato da un senso generale di sicurezza e raggiunta consapevolezza.

La madre negata

Prima parte

Come accadeva ogni due giorni, mi trovavo anche quel dì davanti all’ampia porta di ciliegio di casa di mia madre che si apriva da anni pesante e solenne davanti a me, quando andavo a fare le pulizie a casa sua. Queste pulizie erano il compromesso che avevamo trovato lei ed io per andare d’accordo. In cambio di denaro, tra di noi era tutto più facile. Ovvio. Semplificato come il regime di una delle partita iva di cui mia madre era stata manager nell’ente statale nel quale aveva lavorato tutta la vita. In quanto a me, avrei tanto voluto fare teatro. E invece? Facevo pulizie. Da mia madre. Da anni.

Il piccolo terribile viso sfizioso, candido, struccato e sorridente a forma di cuore con il mento squadrato e la pelle vellutata come una pesca anche a quasi settant’anni che conoscevo bene è apparso davanti a me come una luce troppo intensa che si fosse accesa bruscamente, nella penombra naturale che dava all’ingresso della sua grande casa un aspetto quieto. Mi chiedevo spesso quale fosse il suo segreto di bellezza. Non che fosse bella. Ero io che mi sentivo brutta. Ma solo al suo cospetto, sempre. Era una donna fortunata. Io soffrivo di complessi di inferiorità. Invidia. Chissà. Diciamo… La ammiravo segretamente e dipendevo da lei sul piano della mia realizzazione. Mi aveva lasciata troppe volte sola a vedermela con i debiti a fine mese e mi negava le spese più irrisorie. Era così che era riuscita a guadagnarsi tutto il mio rispetto. Combattendomi sul piano della crudeltà. E convincendomi quasi che fosse questo un primato di cui andare fieri, in qualche modo. Ed io, che avevo superato il limite della decenza per la perdita di mia figlia, la diagnosi psichiatrica e tutto ciò che avevo vissuto come avrei potuto negare a me stessa che in fondo non ero nessuno per giudicarla? O almeno, che non ero nessuno… Ormai da tempo. Almeno da quando avevo perso appunto pezzi di etica sul mio cammino. Da quando qualcosa si era rotto in me. Dal ritrovamento di un brutto pensiero lasciato sul retro della mia bicicletta. Ma di questo argomento parlerò più avanti. 

Il rapporto tra mia madre e me a quell’epoca era freddo ed ipocrita, confuso, litigioso. Un rapporto di dipendenza reciproca dove la vincitrice era sempre lei, che si divertiva stancamente a trascinare me nelle dinamiche sconce di una relazione stantia laddove io speravo ormai solo che la sua morte precedesse la mia. E non era cosa scontata. Non del tutto. Non ancora. Aspettavo il suo funerale. Già. E immaginavo di non andarci, perché l’avrebbero frequentato tutti coloro che la amavano di vero cuore. La sua famiglia. Quella del partner e familiari, amici, colleghi. Tutti coloro che sarebbero stati pronti a giurare sulla sua bontà di cuore. Sembrava che fossi la sola a conoscerla. Cosicché il mio modo di conoscerla era universalmente considerato deviato. Da qui la diagnosi al Centro di salute mentale, che dovevo a lei e non potevo perdonarle.

Sita al quinto piano di un edificio d’elite della B. bene, casa di mia madre misurava parecchi metri quadrati e sarebbe andata in eredità a mio fratello, un ragazzo con handicap, sebbene fossi stata io a sceglierla. Ma non ne parlavo mai apertamente. Come sarebbe stato possibile? 

“Mamma, dobbiamo parlare.”

Non appena mi sono infilata dentro l’appartamento ho immerso i miei occhi castani nei suoi simili ai miei ma più segnati e maturi, caldi. Sono sgusciata davanti a lei con un movimento strisciante come per farmi notare da lei, che già sarebbe stata pronta a darmi le spalle e andare in cucina a continuare quanto stava facendo. Non per mancanza di ospitalità, chiaro. No di certo.

Peccato che io avrei voluto un’accoglienza diversa. In quella e in tutte le occasioni a casa sua avrei voluto un’accoglienza, un trattamento… Diverso. Mi aspettavo sempre qualcosa di diverso da lei. Qualcosa che non era mai arrivato in cui io continuavo a sperare e non sarebbe mai arrivato, ormai lo sapevo e ne ero convinta. Ma non potevo fare a meno ogni volta di illudermi che qualcosa sarebbe cambiato prima o poi. Che tra di noi sarebbe andato tutto bene finalmente. Che non avrei provato più quel rancore, risentimento di cui avevo smarrito le ragioni in un groviglio di memorie tese e annodate che facevano ancora scintille pericolose ogni tanto nel mio cuore ferito da mille litigi.

Avevo sbattuto non senza una certa fatica la porta alle mie spalle. Tanto per dare l’idea che fosse una cosa importante. Ma mia madre era già stanca di sentire le mie ragioni e quanto avrei avuto da dire, ancora prima che cominciassi a parlare. Ma ero certa che questa volta avrei attirato davvero le sue attenzioni. Che sarei entrata nelle sue grazie e sarei uscita dal suo potere ipnotico.

Sono incinta.”

Eravamo sedute al tavolo della cucina nella penombra una accanto all’altra e non sapevamo già più cosa dirci. Io mi sentivo scombussolata. 

Sarebbe impossibile contare tutte le volte che avevo immaginato quel momento, con mia madre che scoppiava a piangere di gioia dopo un momento di esitazione e mi metteva le braccia al collo.

Invece: “Chi è il padre?” Mi ha chiesto lei con freddezza alienata. Solo in quel momento ho notato che aveva riflettuto attentamente prima di parlare. Si trattava del massimo del calore che sarebbe stata in grado di dimostrare davanti a una notizia del genere mia madre.

“Beh, non sei felice?”

“No. Te lo prenderanno gli assistenti sociali.” Ha proferito questa frase integralmente con un tono di ovvietà disarmante. Mi ha ferita così candidamente che sono sprofondata amaramente in un solo istante a ripescare nella memoria qualche risorsa utile a rispondere, perché non trovavo più il coraggio di rispondere ma ero comunque pronta alla lite. Sono stata abituata da lei a litigare, per ogni cosa, in fondo.

“Ha detto il mio avvocato che non c’è pericolo per il bambino. Ma… c’è un ma.” Ho atteso invano che si generasse interesse nello sguardo di mia madre. Ma quando ho notato che questo si faceva sempre più scettico e aggressivo anziché curioso, semplicemente sono andata avanti con il ghiaccio nelle vene: “Non ho più chi mi riconosce il bambino.”

Mia madre ha abbassato lo sguardo e come se le stessi tirando fuori io di bocca le parole per la prima volta è intervenuta. E’ intervenuta come se fosse sua intenzione mostrarsi seccata, come se quella conversazione fosse una delle mie solite discussioni “sterili,” come se sapesse già come sarebbe andata a finire, come reagendo a una lagna trita e ritrita. Che altro non era che la mia seconda gravidanza, quella che avevo tanto desiderato. E io che capivo e non capivo le sue intenzioni mai del tutto ero improvvisamente terrorizzata dalla sua ostilità mascherata. Ha chiesto stancamente in modo pedante come sapeva fare benissimo, con la sua voce metallica: “E cosa farai?”

Ho risposto, investita dal suo sguardo ipnotico: “Mi fai il terzo grado!”

Poi sono scoppiata a piangere. “Mamma…” L’ho implorata. “Ci sarà bisogno del tuo aiuto. Io…”

“No.” Sono rimasta ghiacciata. “Arrangiati.”

Ho continuato a piangere e implorare: “Non puoi lasciare che anche il tuo secondo nipote entri nelle mani degli assistenti sociali, mamma, ti prego!”

E mia madre: “No. Te l’ho già detto. Io ho già tuo fratello, tuo nonno, te cui badare.” Era molto ferma. E io sapevo già che non sarei mai riuscita a convincerla. Non avevo mai vinto nemmeno una discussione. Era frustrante.

Mi sono limitata a dire: “Tutte scuse.” Poi ho preso la porta e dopo una crisi di nervi sono tornata a casa mia, furibonda e tristissima. Se fosse stato vero, che ero incinta, sarei stata pronta a chiedere a qualche amico di improvvisarsi da padre. Ma non avevo amici che l’avrebbero voluto, a parte uno.

Alcuni giorni fa ero affetta da polmonite. Sono entrata in auto per recarmi in farmacia a comprare un antibiotico e mi sono accorta cominciando a chiacchierare con il mio accompagnatore di avere un filo di voce, così flebile tale da sembrare una moribonda. E mi sono accorta che è proprio così che van le cose, prima o poi: non lo sai ma ti ritrovi al creatore. Ed è strano ma ho pensato alla morte per la prima volta come a qualcosa di inatteso che coglie alla sprovvista e a tradimento e ho pensato che ho ancora voglia di vivere. Ma sono estremamente inibita. Mi ritrovo così, oggi, con questo fior fiore di “esperienza” dentro, a scrivere pagine intrise di dolore e poi vado a fare la spesa, comunemente. E sarà banale ma chi mi vede per strada non può sapere ciò che ho visto e vissuto. E tanti mi sembrano crudeli solo perché a pelle non mi sembrano capire. Ma poi ci parlo, magari perché ho il cane con me e loro pure. I due si incontrano, ci scopriamo simpatici anche noi. Ma sopravvivere a uno stigma così grande non è cosa da farsi grazie agli sconosciuti di quartiere che non sanno in fondo nulla di me più di quanto potrebbe essere il mio bel nome di battesimo, tutt’al più e qualche dettaglio extra, se va bene. A volte mi domando come sia possibile nelle mie condizioni accettare di andare a fare la spesa. Di entrare in un bar dove il servizio è scadente. Mescolarmi a questa umanità che mi ha ferita con una… Leggiadria che di base è richiesta in tutte quelle comuni operazioni quotidiane, quale attitudine necessaria se è vero che lo scopo di fare la spesa o recarsi in una qualsivoglia attività è quella di mantenere i propri vizi, il proprio status quo, il proprio corpo attivo. Insomma, trovo incompatibile la mia condizione con la sopravvivenza a volte. Lo trovo aberrante ma mi riempie di vertigine e spesso non trovo una ragione in me al fatto di sopravvivere in un mondo che non sento abbia meritato la mia felicità. Sono una delle famose mamme a cui hanno strappato sua figlia. Il caso peggiore di tutti. L’unico che non si è mai risolto né smosso dalla sua sede incarognita da quando è scoppiato il caso Bibbiano. Eppure… La vita è più forte. Incatenata in questo pantano fino alle ginocchia, costretta a vivere… A vivere anche se così. Con tutti i timori legati al dato inquietante di aver accumulato solo fallimenti, negli anni. Nella vita matrimoniale, in quella sociale, professionale, con la prole, con la famiglia d’origine, con quelle acquisite. Dunque? Cosa aspettarmi dal domani? Questa la domanda che risuona da giorni immemori nella mia mente. Un’eco di speranza che emerge dal profondo, anche se distante mille nodi dalla sua sorgente più genuina mi sfiora l’immaginazione inibita. L’immaginazione non muove un passo dalla sua sede, è ferma. Immobile. Indecisa. Deve fare forza per sbloccarsi ma è inerme, abbattuta nelle forze. “Forse ho bisogno d’aiuto.” Mi dico. E in quel momento mi accorgo che se è vero che non chiederei mai aiuto né a uno psichiatra né a un terapeuta, sono completamente abbandonata a me stessa. La mia famiglia, in fondo, non c’è. Solo mio padre. E infatti mi prendo cura del nostro rapporto quotidianamente, anche se si tratta di un rapporto quasi del tutto telefonico. E quando non ci sarà più? “E’ la naturale passività intrinseca alla maturità.” Mi rispondo.

Sono così goffa e imbranata. Scimmiotto un comportamento più sicuro di me di quanto io non sia e strafottente da quando ho la tenera età di dodici anni e non ho mai smesso, penso. Eppure… Ho la sensazione che qualcosa oggigiorno sia più semplice. E’ la maturità. Entro nel bar che non mi piace solo perché ho bisogno disperato di un caffè per tirarmi su, con il pensiero di Archie il mio cane che è a casa da solo e devo tornare presto. In quel momento mi sento osservata, rapita via mio malgrado nella mia attenzione. Ergo infastidita. Mi accorgo che non sono capace in questa fase di fare nemmeno la scelta più insignificante. Perché non ho avuto la saggezza di scegliere un altro bar? Quel bar in fondo non mi piace affatto. E mi incolpo. Mi incolpo e mi incolpo, per aver commesso l’ennesimo errore che in una giornata già così fitta di turbamento nero mi è costata un peggioramento della mia condizione mentale, per quanto lieve e impercettibile. “Peggiorerà.” Metto su una maschera e davanti al cane sorrido per dargli gioia quando rientro in casa, dopo tre piani di scale con il fiatone. Lui comincia a giocare. Mi costringe a chinarmi più volte sotto il mobile del soggiorno, dove regolarmente finisce il suo gioco al pollo. Il mio corpo non regge più tanta energia. Mi viene voglia di chiamare qualcuno ma farei un torto ad Archie, il mio unico amico. Lui detesta il telefono.

In quel momento irrompe da oltre le pareti del nostro appartamento proprio un assai più acuto rumore, che riconosco istantaneamente. Non il telefono, bensì il pianto del neonato che ha rallegrato gli animi della famigliola su al quarto piano da alcuni mesi. Archie si è appena coperto il volto con una zampa come disturbato e ha sospirato nel sonno. Mi preoccupa quel passeggino che trovo sempre nel sottoscala dello stabile. Lo sposto sempre un pochino… Impercettibilmente. Non so esattamente come mai lo faccio ma mi fa sentire che ho un peso nella vita della famigliola, con la dolce signora che il primo giorno che mi ha incontrata sulle scale è inorridita ed esterrefatta è rimasta immobile e muta a osservarmi nel buio mentre io mi chiedevo che cosa avessi fatto. E non ho ancora capito cosa avessi fatto, allora. E’ possibile che abbia sentito parlare di me o che forse si sia scandalizzata perché doveva fare un bambino e io all’epoca ero un bel bocconcino, anche agli occhi del suo compagno. O almeno… Credo che sia una delle due. Quando passa per le scale la chiamo signora Neutroni. Scherzo con il mio cane e la chiamo così, con questo soprannome: ha un’aria così neutra quando ci incontriamo per le scale ed è così sofisticata e silenziosa che non potrebbe essere altrimenti. E’ l’unico modo che ho di vendicarmi del suo silenzio, immotivato. Se fosse dovuto alla naturale diffidenza, sarebbe un modo davvero smodato di dimostrarla, io sono stata molto gentile con tutti… All’inizio. Trascurando gli episodi che sono capitati negli ultimi tempi, insomma. Ad esempio il caso di quella donna che mi ha rincorsa per mandarmi a quel paese fino al mio pianerottolo, chiusa la mia porta di casa dietro di me. Perché? Ma naturalmente solo per il fatto che non l’ho considerata quando ha fatto di tutto per attirare la mia attenzione… Sempre che fosse vero che ci sarebbe stato quel giorno un danno elettrico da riparare nella nostra comune scala. E’ stato un modo di prendermi la mia rivincita, certo. Questa signora in fondo aveva mandato a dire al mio allora compagno che sarei stata io a buttare dell’umida polvere di caffè giù dalla finestra. E non era affatto vero. Lo giuro. Potete credermi, è così. Chissà come mai nessuno mi crede mai e si torna inesorabilmente sempre al punto 1… Cioè: io sono la scoppiata del condominio e se c’è qualcuno a cui poter dare la colpa di tutto, quella sarò sempre e per sempre io. Ma non ho ancora dedicato nemmeno una riga alla caposcala. La famigerata strega. La signorina B. Non ha figli. Lavora 12 ore al giorno, anche nei festivi. E nonostante si trovi nel suo appartamento strategicamente piazzato al piano 1 dello stabile solo nel giorno di riposo, (non l’ho ancora individuato attentamente,) riesce comunque a rompere le crespelle nello stomaco. Letteralmente. Un giorno mi ha apostrofata. Mi ha detto che non porto abbastanza fuori di casa il cane. Che non mi vedono più accompagnarlo fuori… I vicini. Come se fosse opportunamente in combutta con qualcuno di questi. Suppongo alludesse tra le righe appunto alla signora che mi ha rincorsa al pianerottolo, appunto. Insomma, in questo condominio non c’è mai pace. Sono stata costretta a correre ai ripari e mi sono presa una gastro. Sì, non solo. In montagna, con il mio cane. La strega ha minacciato di chiamare l’ASL. Io ho raccontato un sacco di balle all’amministratore. Ad esempio che conservavo traccia delle passeggiate con il mio cane, grazie al GPS annesso al collare con cui passeggiamo assieme almeno 4 volte al giorno. E anche se non era perfettamente vero, io a spasso con il mio cane ci vado anche 6 volte durante la giornata. Mi ha fatto andare nel panico quella strega. E’ così che una volta le ho segnato la porta con la mia chiave. La mia chiave è entrata nel legno leggermente morbido e ha creato una fessura. Poi ho cominciato ad allargarla, mentre godevo. Che bella sensazione… 

A fare piccoli danni come ad esempio la chiave sulla porta ho cominciato grazie all’esempio di quello scoppiato del mio ex, con cui ho convissuto 4 anni interminabili. Era un uomo robusto e brusco, mi malmenava ogni tanto e mi chiamava schizo. Io ci rimanevo molto male. Gli rispondevo a tono, chissà perché. Non riuscivo più a dominarmi, alla fine era un “putiferio,” come direbbe il mio povero nonno. La casa. La casa… Appartiene a mio nonno. E’ quella della mia famiglia. Abbiamo vissuto nella casa della mia famiglia e lui l’ha massacrata. Così l’ho mandato via, con una denuncia che se non gli fosse costata la galera non avrei ritirato sapientemente, in fondo. Adesso abita in culo ai lupi. In montagna. Mi dice qualche suo amico che fa fatica a trovare amici. Vorrei anche vedere… Quel suo amico credo che vorrebbe farsi una scopata e via come tanti del resto. C’è il fruttivendolo, lo statale, l’amico d’infanzia, l’amico di lunga data, lui, l’uomo delle pulizie condominiali. Una lista che non finisce più. Che sfigati! Ciò che non capirebbero è che non sono nata ieri. Non mi faccio più prendere in giro come una ragazzina. Non sono più così ingenua. E mi sono arroccata pesantemente nella mia posizione, come un barbagianni. Come un avvoltoio. Non scendo dal mio piedistallo. Non voglio uomini nella mia vita ormai.

Come potrei spiegare loro chi sono, in fondo? Una a cui hanno tolto una figlia per via di una pesante diagnosi… Psichiatrica? Grave? 

I vicini origliano le mie smancerie con il cane e ridacchiano. Li sento. Non capiscono che il mio cane è la mia famiglia. Io in parte lo faccio di proposito. Le smancerie, sì. Sono una tattica che ho trovato per rassicurare al di là delle pareti che sono prevedibile. Si sono abituati da tempo a questa modalità, in fondo. E ognuno avrà le sue idiosincrasie, in fondo. E sono certa che origliano sì. Un giorno è accaduto un fatto insopportabile al limite con le molestie. Stavo facendo sesso con il mio compagno dimentica di ogni guaio e alla fine, quando lui ha avuto un coito si è udito un forte colpo di tosse misto a risata oltre la parete. Ho scritto all’amministratore. La cosa più grave era che non sapevo chi fosse stato. Mi sono recata furibonda al piano di sopra e nella scala accanto, alcune settimane dopo. Già, alcune settimane dopo ero ancora infuocata. E’ stato così che ho scoperto che la mogliettina perfetta del quarto piano gelosa di suo marito si chiama in un certo modo. So il suo nome, sì. Proprio così. E’ vero e nessuno me lo toglie. E il marito? Non ha ammesso. Nessuno ha ammesso. Ho scritto all’amministratore una lettera imbarazzatissima. “Si saranno messi a ridere… Che razza di sensibilità” e quale scarsa serietà, mi sono detta. Io sono al limite della disperazione, mi sono detta. E’ solo tragico e qui c’è una marmaglia che se la ride.

Per non parlare del fatto che se il mio cane fosse stato accolto meglio nel condominio solo un anno e mezzo fa mese più mese meno forse oggi non abbaierebbe furiosamente a tutti. Inizialmente credevo si trattasse di un suo modo di fare la guardia al condominio. Invece si sente insicuro. Nessuno l’ha accolto come si deve. Era “il cucciolo che faceva pipì sul pavimento.” Ma non lo sanno questi ignoranti che i cuccioli a due mesi e mezzo non controllerebbero lo sfintere? Vorrei vederli, a due mesi e mezzo, senza il pannolino.

E Archie odia i bambini. E’ stato per colpa della famiglia del secondo piano. Quella piccola peste della figlioletta mimava uno spavento più drammatico che mai come potrebbe fare solo una vera attrice, un’attrice egocentrica per giunta… Se Archie a sei mesi abbaiava contro di lei. E’ un cane da caccia. E’ un cane! Dio santo, ma non si sa come sarebbero i cani? Così, in un giorno in cui mi sentivo particolarmente di buon umore di recente ho chiesto all’uomo ambiguo che casualmente è padre di questa ragazzina che avrà sei anni al secondo piano di montare un mobile in casa mia. Ha detto di sì. Si sarà presentato? No… Logico! Per ripicca. 

Poi credo che me ne andrò prima o poi. Ma questa casa piace tanto ad Archie. Lui è bolognese. A me piange il cuore al pensiero che potremmo lasciare questa casa. Sarebbe meglio. Anche se non ho soldi in generale sto per ricevere un accredito piuttosto consistente. Non è lo stipendio. Non ho un lavoro. Faccio solo la scrittrice. Ogni tanto, per hobby. Trattasi del conguaglio dell’INPS.

Insomma sono mal vista. E in più sono sola, ora. Insomma, sono un bersaglio facile per le critiche violente. E poi ci sono il benzinaio, il barista, l’uomo del Labrador nero e grasso che abita nello stabile del negozio di telefonia. Ne ho viste di tutti i tipi. Ad esempio, una volta mi hanno cacciata dal negozio di telefonia. Esasperato l’omino incaricato alla vendita mi ha gridato contro che avrei sempre richieste “strane.” Questo solo perché una volta mi sono recata a chiedere un aiuto per fare una scelta tra due cordless. Fatto sta sta che i due cordless apparivano identici, se non per un dettaglio che a lui sembrava insignificante. Io che mi insospettisco davanti a tutto ho drizzato le “antenne.” Non quelle del cordless… Forse avrebbe solo voluto farmi spendere di più, visto che sembrava così sbrigativo. Così non cedevo di un millimetro e forse davvero l’omino non ne sapeva di più. Ma allora perché non ammettere che era solo un dipendente del cazzo in quel negozio, che deve la sua fortuna al mero fatto di trovarsi sulla via E.? Perché non si è recato a chiamare il titolare, se ne avesse saputo di più? Non si fa di tutto pur di accontentare e dar ragione ai clienti oggigiorno. Le cose a quanto pare sono cambiate. Anche nei ristoranti a volte ti cacciano. Sì, ad esempio se fai caciara. E’ capitato a qualcuno che conosco. Non conosco molte persone. Già, ma io posso concordare con questi semi-sconosciuti che me l’avrebbero detto che avendo lavorato nel team di qualche ristorante, che i ristoratori sono beffardi e truffaldini. La storia che ti possono sputare nel piatto a me dev’essere accaduta. Tante volte. Mi dispiace solo se fosse accaduto a mio padre. Al cinese esagera sempre. Siamo una famiglia affezionata. Sì, insomma. Noi tre… Mio fratello, mio padre ed io quando andiamo al ristorante mangiamo come dei maiali, ogni volta la stessa storia di cui ridacchiare. Come dei cretini! E’ divertente. Ne rido ancora tra me se ci penso. Al momento mio padre è bloccato a casa sua per un’operazione ma non vedo l’ora di rivedere lui e mio fratello al cinese. Pretendiamo sempre come dei veri sadici che i camerieri ci portino tutte le portate “alla maniera dei cinesi.” Razzista o meno, i cinesi hanno sempre un sacco di clienti e fanno fatica a coordinarsi allora mio padre può prendersela. E visto che si tratta di un cliente danaroso i cinesi sembrano seccati ma sopportano volentieri la tortura della risatine e noi stiamo bene. Ce la godiamo! Capita circa una volta ogni due settimane normalmente. Ma adesso mio padre si è operato all’ernia iatale. Iatale. Sì, esatto… Quella detta inguinale. Una posizione delicata che merita rispetto.

E come ho detto, ho lavorato nel ristorante di quel danno di mia suocera ed ecco, sì, ho provato sulla mia pelle: i camerieri, i cuochi, gli aiuto-cuochi, i runner… I gestori, non parliamone! Sono tutti dei bastardi. Nel senso che non appena possono si chiudono la tendina del cavolo dietro le spalle in cucina e si trovano a commentare il modo di mangiare, gestire, il comportamento, la parlata, la risata. E non c’è scampo. Ogni cliente è oggetto di pettegolezzo. Se uno ha il braccino corto alla cassa poi e non allunga la mano al momento di prendere lo scontrino “come di conviene” oppure lesina sul resto e non ha disponibile la monetina diventa automaticamente l’oggetto di una grassa risata. E’ così che si lavora nelle cucine d’Italia. Divertendosi!

E questo mi riempie di amarezza. Perché sono rimasta a guardare sempre educatamente sin dalla mia prima storia “questi” che si divertivano. Mi riferisco a tutti… Quelli che mi hanno messa da parte poi. Mia suocera, il mio ex marito. Lo farà anche mia figlia, quando sarà grande. Come se fossi una donna trascurabile. 

Allora perché me la prendo spietatamente con la strega del primo piano? Il mio ex lo diceva sempre: è palese che abbiamo molto in comune, in fondo. Ad esempio quel modo di parlare logorroico. Solo che lei ha la mania di attaccare bottone e farsi i fatti degli altri… Così gli risponderei, oggi. All’epoca non potevo mica dirglielo, che sono sempre stata io la prima, l’originale, autentica con un vocabolario semplicemente vasto. La mia passione per l’etimologia e in particolare quella dal Greco, studiato a menadito quando ero al Liceo chi gliela spiegherà più? Non avevamo mica un rapporto alla pari. E allora come mai ci stavo, al punto di mettermelo in casa? Mi menava, sì. E’ vero. Ma mi faceva tanta compagnia. 

Mi è crollato il mondo addosso come se ne è andato. Dopo la denuncia, sarebbe stato impossibile andare avanti. E si sa, la “criptonite” per una vera donna come me sono le barriere fisiche. Non sopporto gli impedimenti, amo solo condividere. Sempre condividere. Tutto. Ravvicinatamente. C’è stato chi ho odiato e che ha chiamato dipendenza la nostra relazione, solo perché sono stata educata dal mio primo vero, grande amore ad una certa modalità di interazione con i partner affettivi. Non ho mai dimenticato la sua lezione in me. Sono stata innamorata solo di lui. Come immortalata e conservata in vitro da lui, che lo voglia o no. Dopo di lui, sempre partner peggiori. E tutti con iniziale “A!” Un caso? Una “collezione” di uomini? Macché, nessuna delle due. Si è trattata di una preferenza, tutto qui. Perché da giovane potevo davvero scegliere.

Il benzinaio è un tipo oscuro sempre di un irritante buon umore che stride con il mio stato d’animo, condizionato inevitabilmente dalla sua presenza assidua presso la pompa, che limita la visuale dalla finestra di casa mia. Casa mia, sì, che si trova appunto… Dietro. In una posizione decisamente svantaggiata. Non so perché nutre un discreto senso di superiorità. Suppongo che saprebbe qualcosa che io non so. Sembra saperla lunga. A volte sparla con quello del Labrador nero e grasso, un tizio cui una volta ho lanciato il mio solito anàtema da brava mamma di cane: “Dovresti tenere legato il tuo cane, proprio come fanno tutti!” Ma invece di fare come fanno tutti, il tale mi ha sfidato così: “Denunciami!” Lì per lì sono rimasta di stucco. Ho cambiato lentamente strada, a piccoli passi indecisi. Ho fatto retro front tremante e paralizzata con tutta quella rabbia nel petto che stava per esplodere e voleva esplodere. E ho balbettato, dopo un silenzio troppo lungo per non sembrare inibita, schiumante come ero, bloccata: “Dimmi il tuo nome, se ne hai coraggio!” Far west, proprio sotto la chiesa del Corpus Domini, insomma. E la cosa più irritante in quel caso è stata proprio che l’ho degnato di così tante energie da parte mia e attenzioni in quel momento, che quello che si sentiva Dio era… Lui. Il maledetto!

Nel nostro quartiere la chiesa del Corpus Domini mi ricorda ogni giorno quando ci passo con il mio cane che può fare la pupù senza che sia raccolta. Me l’ha insegnato quello che fino alla settimana scorsa è stato il mio migliore amico. Una volta infatti che mi ha portata a M. a trovare mia figlia assieme ad Archie, lui ha fatto i bisogni educatamente nell’aiuola circostante un alberello all’angolo tra due viali e il mio amico ha esclamato: “Puoi lasciarla lì. Non disturba.” Ero felice per la prima volta da tempo. Raccogliere i bisogni può essere anche una soddisfazione per qualche feticista. Ma non per me. Trattenere il cane senza avere la prontezza di poterlo bloccare se intravede qualche cane e scatta all’attacco. No. Troppo complicato tutte le volte. Così, visto che io la vedo bianco o “nero” ho smesso di raccoglierla, sempre che non si trovi proprio sul marciapiede. Perché “disturba.” Anche se abitiamo proprio a due passi dai Carabinieri e questi ci conoscono già tutti, per via della denuncia per maltrattamenti al mio ex moroso, il mio amico è autorevole. E’ uno che lavora per la squadra di calcio cittadina in pianta stabile e fa l’infermiere. Credo che abbia addirittura l’indeterminato in una delle due. Guadagna molto, è inquadrato. Un tipo bonario ed empatico, insomma. Pacato. Amichevole. Intelligente. Già. Ma non mi piace come uomo. Né fisicamente, in tutta onestà… Né al di là della semplice amicizia che dura da quando avevamo sei anni e ci siamo conosciuti sullo scivolo sotto casa, quando eravamo vicini di casa. Ci siamo ritrovati da adulti. Lui super-realizzato all’apice della carriera calcistica come allenatore e io spiantata. Perfetto. Ci risiamo. Credevo di fare bella figura sempre io. Forse devo fare un recap. Vale solo per i colloqui di lavoro, ora. Già. Devo aggiornare il “database” in my heart ora. Lo odio? No. Lo rispetto. Credevo che avrei nutrito un pizzico d’invidia se avessi avvicinato mai uno che vive come lui. Che si paga ogni sfizio. Con un mutuo, un drone di proprietà e il giardino privato. Uno che quando io ho mandato via A., si è messo con una donna che ha lasciato l’ex marito per amor suo. Un pochino credevo che amasse me. In fondo sarebbe stato carino. Già. Ma non ce l’avrei fatta ad andare a letto con lui. Non mi piace la sua testa. Sì, proprio la testa in senso stretto, concreto e fisico. Non ha molti capelli. Alle donne possono piacere i difetti. Non questi… Difetti, a me. Non a me. Sì… Capisci? Sono imbarazzata. Ora, certamente si tratta di un dettaglio e non voglio diventare sempre più esigente come ha fatto mia mamma. O almeno così direbbe lei… Tuttavia dirò che non si tratta del mio tipo ideale. Mi dispiace se non hai tutti i capelli ma ciò significa che sarebbe stato bello, semplicemente… Prima che tu li perdessi. Potresti rispondermi che ho delle belle zampe di gallina sotto un occhio solo e che rido storta ed è così che ho un emisfero del cervello più sviluppato dell’altro ed ergo la scoliosi. Tutto collegato, lo giuro! Vedi come sono elastica? Non faccio mistero di me! La verità in fondo è che troverei qualunque scusa ma un uomo non lo voglio più, dopo le botte.

E il Corpus Domini è un ricordo anche per un secondo motivo. Avevo organizzato lì un corso di teatro, come Dio comanda. A puntino. Avevo pubblicizzato tutto sui social e raccolto anche le debite adesioni. Numerose adesioni. Gli allievi scalpitavano letteralmente. Ma ho litigato con la catechista principale e il corso non è andato in porto. Questo sarebbe un altro modo per dire che quando il mio cane fa i bisogni lì davanti ho ben due motivi buoni per pentirmi, se poi Dio mi guarda e io non raccolgo.

Insomma il benzinaio mi mette in soggezione e condiziona. Ogni mattina me la fa scendere e il punto è… Che sono obbligata a passare davanti alla pompa. Non ci sono altre direzioni percorribili, quando devo anche solo uscire di casa! La situazione che si configura come peggiore è quando sono con Archie. Perché non voglio che noti il mio disappunto davanti a un uomo così maledettamente catalitico, accidenti! Glielo trasmetterei… Come è potuto accadere che abbia preso il sopravvento nel mio animo, questo pompiere? Non ci siamo mai nemmeno rivolti la parola e ci guardiamo in tralice lo stesso. Allora visto che siamo così connessi in una silente osservazione reciproca e costante e ci odiamo altrettanto silenziosamente senza un perché apparente, silenziosamente io ogni mattina per vendicarmi vado a finire nel bar del ragazzo “muscoloso.” Bingo! Lui mi dà un senso di protezione, con quelle braccia tornite e il core piatto e anelastico. Si trova sempre sulla via E., proprio accanto al lavasecco e accanto al negozio di telefonia. Il benzinaio mi segue con lo sguardo, mentre mi avvicino al bar, con il suo sorrisetto che si smorza allora impercettibilmente. Ci sono abituata e faccio allora delle finte. “Entro, non entro, entro, non entro.” Guardo l’orologio, prendo tempo. Alla fine entro sempre ma io credo che così posso creare suspance, ansia in quel benzinaio corrotto con le major del petrolio. Naturalmente si capisce che ci vado sempre quando il negozio di telefonia è chiuso ancora, regolarmente al mattino prima delle 9 con Archie in fase di passeggiata o sola subito dopo. Prendo un calzoncino prosciutto cotto e formaggio che costa di più, più delle paste si intende. E un caffè semplice che sorbisco con un movimento circolare di caffè fumante e aspirazione dell’odorino civettuolo e sapientemente il mio soffio che fa circolare il fumicino tutto intorno alla tazzina, rigorosamente con le spalle rivolte al prossimo per conservare un’aura di maggiore mistero e riservatezza. Ma qualcuno mi si avvicina regolarmente troppo. Non mi piace essere spintonata, urtata. Ignorata. Così, in quei casi chiudo un occhio. No, non in senso figurato. Chiudo proprio l’occhio. Per concentrarmi meglio, già. Metto una barriera a ciò che può entrare nel mio campo visivo, anche per un angolatura minima. C’è chi lo sa e lo trova minaccioso. Io me ne frego. Serve solo a concentrarmi meglio. Ma se ancora altro entra dall’altra parte per l’altro occhio allora mostro lievemente la… Lingua. Non sopporto di essere invasa. La vista è un organo troppo sensibile in me. Sono una donna che si turba facilmente. Qualcuno deve aver pensato che io fossi un’assassina, credo. Ma si tratta di tic? Non propriamente. Si tratta di scelte intenzionali, per ridurre l’attrito con il mondo che mi circonda e può turbarmi. Hai presente quei bambini che si tappano le orecchie per non udire qualche ramanzina sgradevole, se vogliono mostrare avversione e non hanno scelta se si sentono sopraffatti? Overwhelmed? Quella sono io. Sì. E poi esco dal bar senza aver assistito se qualcuno mi ha notata in uno dei miei strani atteggiamenti e vedo solo donne altezzose, vanitose e disinvolte, che offendono la mia sensibilità. Ma non posso farci niente se sono tutti così alteri, oggi, tanto da offendere con la spavalderia e l’ostentazione dell’atteggiamento chi invece tiene gli occhi bassi e non può fare a meno di mantenere una postura scorretta. Sì, una che va ricurva sotto il peso del proprio limite, sotto il marchio della propria inconsistenza pregressa. Tutto inutile. La vista di tanti presuntuosi mi offende. E mi chiedo. Che cosa avrò io di strano, diverso? Fino a pochi anni fa non avevo quei vezzi. Non ero così chiusa, tanto da sentire il bisogno di chiudere gli occhi davanti a tutto, come a voler mettere la testa sotto la terra come un vile struzzo. Guarda quella donna che passa! Come mai lei non si nasconde, lei non teme, lei sorride, lei osserva intorno a sé con la calma di una musa? Con la serenità che mi manca.

Ma in casa mia sono una regina, direte. E sì, è vero ma… Solo a metà. Anzi, ripensandoci non sarebbe affatto vero. Lo ammetto, sono schiava del cane. Mi viene raramente comodo che Archie riposi e faccia il “soprammobile.” Un cane semplicemente non è un gatto, né un soprammobile. Ha bisogno di “attenzioni.” Sempre. Sì. Costanti attenzioni. E siccome lui è la mia famiglia e la mia vita, ha anche la dote e il potere di farmi dimenticare di ciò che sto facendo pure in qualunque momento. Supponi che io sia rapita in estasi davanti alla bellezza di un paragrafo che sto scrivendo per una prestigiosa casa editrice. A quel punto – sì, credetemi: a quel punto, non altrimenti – Archie che ha “il radar” arriverebbe e con quel suo musetto con il naso grande, le orecchie gigantesche che gli incorniciano il viso e lo fanno sembrare più piccino come quello di un clown sotto il parruccone, più simpatico e poi quegli occhi dolcissimi… Mi salta addosso sullo sgabellino verde in plastica-no-tissue “a prova di cane” e dopo un primo momento iniziale di reticenza da parte mia dovuta alla concentrazione mi conquisterebbe. E’ così che lui mi comanda. E’ così che la mia vita si organizza centripetamente intorno a lui. E poi direbbero di me che io sia una mamma cattiva di cane. La strega. Che voleva portarmelo via, pronta a chiamare l’ASL. Ma vi rendete conto! Sì, d’accordo. Non sono ancora riuscita a fargli smettere di fare pipì in corridoio ogni tanto e la casa odora un po’, il pavimento è perennemente impolverato. Vabbè, ma quando c’è un cane come dico sempre è anche lecito lasciare “giù” un po’ la casa, nel nome dell’amore per il nuovo arrivato! Sacrificare il proprio tempo ad un cane ed essere sola significa appunto poi non avere tempo per fare altro. Ho rinunciato a tutto per lui. Dopo che la strega ha minacciato di mandarmi l’ASL a casa per la sua follia insulsa io ho lasciato il mio lavoro per lui e mi sono rifugiata nella casa di montagna. La casa è di mia madre ed era di mio nonno. Praticamente ho dovuto rompere molto le scatole per guadagnarmi un tempo limitato da passare lì, nonostante non si tratti esattamente del luogo dei sogni per una vacanza. No, perché è un buco dove meno di duecento anime vivono e passerà un’auto ogni ora a regime sulla strada principale e c’è poi un cane che esce dal recinto e aggredisce i passanti, poco distante da noi. Come lo so? Ho chiesto informazioni. Perché io sono una mamma prudente. Ma sarà un bene essere tornata nello stesso condominio della strega con lui, Archie?

Lo faccio comandare, spendo cifre esorbitanti per nutrirlo. E proprio… E solo perché mi hanno rubato una figlia quei cazzo di assistenti sociali e mi sono aperta con la persona peggiore del mondo, la strega, da vera… Incauta quale ero prima di lasciare A., quando siamo arrivati in questo condominio, tutti mi prendono di mira perché sono fragile. Eh? Ci ho preso! E’ proprio così, lo so bene. Perché sono un bersaglio facile! La prima a cedere quando ci sarebbe caos. Questo è quello che pensa di me la marmaglia. Ma io dico che non è così. Dico che ci vuole coraggio a sopravvivere in questo clima di tacito, ipocrita disaccordo.

Con quale diritto poi si pone al di sopra di me, la strega! Chi sarebbe lei per dirmi e impormi che dovrei portare più spesso a spasso il mio cane?Ed è esattamente quello che ho fatto. Perché lo sa che sono una cagasotto! E’ lecito no? Aver paura dell’ASL. Degli assistenti sociali. Dei pervertiti degli psichiatri. Una volta ho incontrato uno psichiatra ossessionato dalle mie esperienze sessuali con il mio moroso solo perché ero indecisa se sposarmi o diventare suora. La verità è che si eccitava mentre raccontavo. Sì, lo vedevo con i miei occhi.

Poi c’è quello che sarebbe stato un anonimo compagno di classe delle medie che è ricomparso in circolazione alcuni mesi dopo che dalla città di M. con A. ci siamo trasferiti qua, alcuni… vuoti anni dopo il nostro arrivo in città. Ero così felice di vedere una faccia conosciuta dopo anni! Non ero nemmeno sicura che fosse lui. Forse la mia era solo incredulità davanti a tanta fortuna. Fatto sta che era sempre stato certamente un tipo che rimaneva un po’ sullo sfondo, ecco. Senza offesa. Ma ci sono rimasta così male… Quando lui mi ha chiamata Elisa. “Il mio nome è Elena.” Di proposito, ne sono sicura, per sminuirmi mi aveva chiamata così. E della mia felicità chissene importava, giusto? Che tipo. Il motivo di questo comportamento sarà stato sicuramente che dopo un primo momento di festa che gli ho fatto quando l’ho riconosciuto dapprima alla soglia del suo negozio da parrucchiere visto che non mi ricordavo esattamente il suo nome ma solo il cognome allora glielo ho chiesto. Ma io non avevo malizia. Odio i maliziosi. Così quando mi ha invitata a uscire gli ho tirato il pacco. A parte che io da fidanzata non esco proprio con nessuno… Ma dimmi tu se due ex compagni di classe possono litigare dopo una sola occasione che si fossero rivisti, dopo anni di lontananza! Che comportamento da colleghi sarebbe, questo?

Di mestiere io faccio l’indecisa. L’indecisa cronica. Sì, non l’hai mai sentito? L’indecisa di professione. Scherzo. Faccio l’imprenditrice. O almeno, qui… Mi spiego. Seriamente, ho una posizione aperta alla Camera di commercio. Da mesi. Ma non mi va mai di mettermi al computer a sviluppare un’app che in fondo è una cosa piccola. Mi piacerebbe essere ricca. Ma mi piacerebbe anche avere una vita semplice. Ma starebbe per arrivare un grosso acconto da parte dell’INPS al mio conto corrente, come ho detto poco sopra. Il famoso “conguaglio.” Quello con cui si scusano per averti fatto vivere sul lastrico, ricordandosi di te dopo anni di indigenza. 

Quindi cerco altri lavori sempre e supero brillantemente colloqui e colloqui… Di fatto, ho una cultura superiore alla media. La passione per l’etimologia greca non basta. L’hobby assiduo della scrittura nemmeno. La maturità classica, no. Non è sufficiente a spiegare quale sia il mio livello culturale e anche se ho solo un titolo accademico ciò non conta. Infatti sono una cellula multi potente non ancora laureata che manda in fumo ogni lavoro che trova perché se è vero che soddisfo i requisiti d’accesso per la maggior parte dei lavori che si trovano su Subito – lavori del cazzo, diciamolo – i requisiti di questi lavori non soddisfano mai comunque me. Quindi lascio. Regolarmente lascio ogni lavoro, anche il più stabile. L’indeterminato. Insoddisfatta senza via di scampo, sono convinta che a quarant’anni posso ancora prendere un titolo. Perché una quadra sociale posso trovarla anch’io. Sono disabile, madre negata e psichiatrica. Ma non sono priva di iniziativa, né di qualità. Né di diritti. Né di dignità. Né di ambizione. Quando avrò la laurea avrò il pezzo di carta che mi permetterà di essere al livello di soddisfazione professionale che merito. Ma sono una cagasotto. Rimane questo dato problematico. In passato mi sono iscritta varie volte in questa e poi quella Facoltà. Con l’indennità INPS non pago le tasse semplicemente. Filosofia, farmacia, medicina. Teologia. Legge. Ma niente… Al momento di dare gli esami non ho mai avuto il coraggio. Di cimentarmi davvero e andare a prendermi il mio voto non se ne è mai parlato. Cosa vuoi che sia un voto! Come se mi importasse solo fare mostra di me con il culo su una sedia di qualche colta aula universitaria. In un’aula prezzolata. La verità è che sono fragile. E se apro bocca in classe dicono di me che io abbia una marcia in più. Ed è vero. Ma lo fanno apposta quegli allievi! Detestabile o meno, credo che l’abbiano detto quella volta a Scienze religiose per mettermi sotto pressione. E così è stato. Non ho poi dato alcun esame mai. E poi chiamano benefattori i credenti.

Adesso mi sto corteggiando un corso come terapeuta. Counselor, per la precisione. E’ stato il mio primo amore, A., a indicarmelo, prima che tra di noi finisse. Il ricordo di lui sopravvissuto negli anni si è condensato a tal punto da far riemergere certi ricordi, come dettagli come tronchetti che dal mare giungono a riva, dopo un lungo viaggio. Il suo pentolino rimasto in casa mia, quello con il manico blu che si è spezzato. Qualche tazza risalente alla nostra relazione da ventenni, sempre nella credenza di casa. E poi sì… I libri di Counseling. Hanno ravvivato la mia speranza così. Ho reperito il numero di A. circa un anno fa. Ero ancora fidanzata, all’epoca con quello che menava me e il cane, pure. A. Tuttavia ho fatto uno strappo alla mia regola sulla fedeltà che fondamentalmente mi contraddistingue come stile nelle relazioni di coppia. E così, l’ho chiamato. Abbiamo parlato alcuni istanti. Si ricordava di me? Certo. Avrebbe poi detto che abbiamo avuto una storia importante, pure. Nonostante ciò pare che si aspettasse più un dialogo come avrebbe potuto essere un saluto con il sorriso sulle labbra o qualche distaccato aggiornamento una tantum. Invece il risultato dell’interazione è stata uno sfogo disperato che gli avrei riservato qualche settimana dopo, quando la mia convivenza è andata in crisi ufficialmente. Io non so come sia partito tutto ma sentire il suo accento toscano anche così al telefono e solo una volta e averlo invitato a prendere un caffè che non prenderemo mai mi ha ricordato che dopotutto potrei pur sempre rivederlo, prima o poi se non… Altro. Anche se lui abita nella sua regione d’origine. E così, adesso vedo che quando gli mando un messaggio (raramente, centellinando le informazioni più essenziali) lui che è in una relazione vede i messaggi. Hanno la doppia spunta infatti quando li vede. Credo abbia un I-fone. Ma poi non risponde mai. Mai. Accidenti!

Tutti coloro che non siano interessati a corteggiarmi perché sarei una preda disponibile da poco tempo, fresca di rottura da soli sei mesi quindi più facilmente manipolabile credo mi reputino piuttosto antipatica, senza conoscermi. Sono un tipo piuttosto diffidente e poco appariscente e amichevole. Non voglio semplicemente casini, tutto qui. Ma c’è chi non mi vede di buon occhio perché evito gli sguardi e sono permalosa. Parlo sempre di “sconosciuti,” ovviamente. Ma c’è qualcuno che mi adora e io adoro… Che si tratti di qualcuno che vuole vendermi qualcosa è secondario perché sul fatto che io adori spendere denaro in quel negozio di animali è scontato ma è così e basta: quel negozio è… Magnifico per un cane! Parliamone… Parliamo di Archie, via! Il mio cane bambino. Ogni mese acquisto per lui compulsivamente di tutto lì. Palline se ficca il muso sullo scaffale preposto, ossa di legno, ossa ricoperte al pollo, al merluzzo, masticativi, crocche, ossa di cervo, scatolette costose mille gusti, monoproteiche… E Archie è estremamente vorace. O vuole giocare, o vuole mangiare o passeggiare. E non c’è cosa in cui io non lo accontenti. Se poi la commessa mi rivolge un sorriso che male c’è? Come se io avessi bisogno di questo più di tanti altre espressioni del viso simili a quelle di qualcuno che non sa… Quello che voglio. Io almeno lo so, quel che mi piace. Il sorriso altrui. La gentilezza. A chi non piacerebbe il benessere altrui condiviso con i modi giusti? Se intanto la commessa incassa, amen. Poi visto che sono intelligente io penso che l’app che sto sviluppando come libera professionista con posizione aperta alla Camera di commercio è sull’economia circolare, contro gli sprechi. Non è una contraddizione. Dono anche al canile, io! Il problema vero è che c’è chi mi giudica perché dilapiderei un patrimonio per nutrire my dog. Ma ciò è del tutto fuorviante! Infatti sarà anche vero che io ho un “reddito” limitato all’assegno che mi passa mensilmente mio padre e la famosa pensione. E che arrivo sempre strozzata a fine mese e sbarcare il lunario ogni volta è dura. Ma mica chiedo a nessuno soldi extra per questo! In passato lo facevo, già. Ma ero una bambina. Adesso sono una donna “matura.” E lo so che mia madre in particolare se la lega all’orgoglio e teme solo che io possa chiedere i suoi soldi per me. E vorrei anche vedere! I figli si fanno e si crescono e si mantengono – aggiungo io! O non è vero che sarebbero una responsabilità? I figli, loro non sarebbero costretti e pronti a litigare pur di far penare per 100 euro in situazione di necessità un genitore. Perché mia madre è un tiranno. Un negriero. Mi avrebbe voluta vedere sistemata a fare un lavoro sgradito, mica teatro come avrei voluto fare io. Solo che si è frapposta tra me e i miei sogni e quando sono partita per l’estero con una compagnia danese me l’ha fatta pagare… Salatamente.

A 18 anni sono partita per la Danimarca. Sì e sono tornata senza neanche passare dal via in Italia quando mia madre ha chiamato la sanità locale per farmi ricoverare. Non sono certa, ovviamente che sia stata davvero lei ma ho tutte le ragioni per sospettarlo. E’ stato il mio primo ricovero in psichiatria, perché qualcuno aveva riempito il mio bicchiere di droga a una festa. Che tristezza… E da allora non è mai finito il circolo dei ricoveri. E mia madre ha sempre inneggiato ai ricoveri. Perciò ho motivo di credere che anche se non me lo direbbe mai comunque in ogni caso dietro tutta la misteriosa questione ci sia lei, anche se ero stata una ragazza sana e promettente, fino a quel giorno malaugurato.

Solo che se mi mettono l’amministratore di sostegno se spendo troppo per il mio cane, a me che non sono riuscita mai a vincere senonché nell’accumulo di fallimenti, brucerebbe troppo. Allora sarò più riservata e non dirò a nessuno come me la passo. A fine mese, a costo di mangiare fagioli secchi per tutto un mese, credo che eviterò di essere poco discreta circa le mie condizioni economiche. Purché non si sappiano queste ultime, farò di tutto perché le informazioni non circolino pericolosamente nel distretto di mia mamma. Se è vero che avviato lei i ricoveri, allora potrebbe innescare anche il meccanismo d’attribuzione dell’amministratore. Ma la mia libertà non la svenderei per niente e guai mai. Pioverebbe sulla “pozza-di-sangue-che-sarebbe-il-mio,” quando sapessi di essere amministrata.

Sono solo un po’ metereopatica.

Credo che si dica così, con la “e” laddove suonerebbe meglio senza. Il Greco è eccezionalmente assertivo. Se vuole una lettera anche se poco comune ce la ficca lì e il suono della parola regge. Capisci? Io capisco tutto il gergo dei medici. I paroloni! Il fatto che sia figlia d’arte mi confonde un po’. Sono così fiera di papà! Ma non sarò mai come lui una vera scrittrice. In fondo, non so nemmeno se lo vorrei. In realtà non so davvero quello che voglio pienamente. E’ così difficile. E nemmeno sono più riuscita a credere in me stessa. Questo da quando sono diventata una donna matura, almeno. Perché la maturità spegne un sacco e anche se reca con sé una serena mitezza, l’adultità è un cambiamento grande. Grande davvero. Dopo, non sei più la stessa persona di un tempo e resetti tutto il tuo vissuto.

“Prima” era tutto molto più semplice. Forse il motivo per cui dico che fosse semplice è che c’ero più abituata. Non sono entrata da tanto nell’adultità, in fondo. Eppure tardivamente ci sono entrata. Chi sarebbe riuscito ad autodeterminarsi se sottoposto a una vita come quella che ho vissuto io, in fondo? Si dovrà perdonarmi. Sì, chiedo scusa… Se ho fallito ma mi piacerebbe se qualcuno mi chiedesse scusa a sua volta per la sua parte di responsabilità, invece questo non accade ancora mai. Io sono una introspettiva, mi guardo dentro.

Fino a qualche anno fa potevo permettermi che le cose mi arrivassero “conto terzi.” Mi spiego. Delegavo spesso agli altri di avere il piacere e avere me come oggetto della narrazione su quanto ci fosse da sapere nel mondo. Sembra complicato ma ora mi spiegherò meglio. Si tratta di un’attitudine originale che mi apparteneva e oggi non posso più permettermi, vista la raggiunta “maturità.”

Credo di non aver mai preso almeno tre tipi di iniziative: prima fra tutti quella nel sesso. In secondo luogo, quella con i film su Netflix. In terzo luogo, con le notizie di attualità giornalistica. Quello che accadeva era come un gioco: i miei morosi provvedevano per me a queste cose. Non sono mai stata una tipa da iniziativa. La mia iniziativa la rivolgevo ad altre cose. Ad esempio? Fatemi pensare… Ad organizzare le cose. Già. Ho una mente fortemente organizzativa. La mia agenda è perfetta da sempre. Sono solo un po’ inconcludente e non si può di certo dire che io non sia incasinata comunque, ma questo è solo un dettaglio da nulla. Questi i primi pregi – pregi: lo sottolineo – che mi vengono in mente di me.

Ma A., l’ultimo, ha stravolto lo schema. Mi ha costretta a cambiare per lui. Fino al punto di concepire che fosse lecito lasciare un uomo. Punto. Per me, che ho sempre aborrito il divorzio, non era mai stata un’opzione la leggerezza di abbandonare un partner per qualunque motivo. Sarebbe stato banale. Io fedele, io donna di famiglia, io devota… Mi sono ritrovata alla fine della nostra relazione ad affrontare una chiusura totale in me stessa, a combattere in me stessa con mille turbe identitarie. Mi sono ritrovata a guardarmi allo specchio una notte alla luce della lampada accanto al nostro letto e domandarmi: “Chi sei?” E nonostante ci fosse stato un momento con lui laddove avevo veramente creduto di aver fatto breccia nel suo cuore, poi tutto è tornato ad essere sempre e solo ciò che era prima di raggiungere quel livello di intimità che avevo sperato e poi è finita, nell’arco di pochi mesi, quando lui ha trovato casa in montagna per conto suo.

Ricordo come se fosse ieri il giorno quando lui, entrambi seduti come ogni giorno sul divano fianco a fianco, per poter prendermi in giro mi ha mostrato un mockup realizzato con la AI, tra il serio e l’umoristico. E incomprensibilmente questo rappresentava il ritratto di una donna che lo baciava. Che lo baciava. Che baciava lui, proprio lui! E io… Sapete che cosa è stata l’unica cosa che sono stata capace di balbettare, in quel momento? “Che… Bel mockup.” Cosa? Che bel mockup! Direste voi. E proprio così, è andata in questo modo. Con quale coraggio posso essermi ridotta così e con un uomo del genere non è la vera domanda. La domanda che voglio continuare a farmi è perché mi sono torturata tanto con quei dubbi e dilaniata tra le spade delle domande, come potrebbero essere: ma lasciarsi sì, lasciarsi no? Ed altre stupidaggini insulse che hanno rappresentato il centro dei miei pensieri per la durata di questa relazione infinita! Già, ma per un motivo ben preciso. Le paranoie infatti sai si dice che tengano lontano il cuore dai dolori peggiori che stanno al di sotto di quelle banalità che ricalcano mestamente. La mia relazione stava finendo da tempo. Ed è stato sciocco sì dedicarmi a pensieri immaturi come “Lasciarsi ora, non lasciarsi mai.” Ma avere a che fare con un adolescente troppo cresciuto non è stato facile! Dirò questo a mia discolpa ed anche che in fondo non sono pentita di averci provato con lui fino in fondo, a far funzionare la nostra storia. Al di là di tutti i contenuti stupidi che condividevamo. E’ stata dura quando ho dovuto ammettere di non aver ricevuto un minimo di riconoscenza se avevo accolto nella mia vita un pluri-pregiudicato come lui. Vi ho lasciato di stucco, eh? Ci sono proprio riuscita, già: un pluri-pregiudicato ho detto! Avete ben capito a quali livelli di compassione e inclusività viaggerebbe la sottoscritta? E infatti ecco come stanno le cose. Contavo da sempre sul fatto che non avrebbe trovato altra donna dolce come me e già immaginavo che potesse amarmi come si conviene a quella che diventa la crocerossina. Ma lui non ha mai avuto bisogno di questo. Non ha mai nemmeno avuto il minimo dubbio di dover cambiare. E io credevo che la pazienza e l’amore avrebbero sciolto il suo cuore. Invece, è andato via. Tutto qui.

E mentre la vita andava via con l’uomo “giusto” che non si è però trasformato per un “caso” nel principe azzurro, ecco che mi sono ritrovata tutta sola improvvisamente nel nostro appartamento martoriato dai colpi e dai rumori nottetempo. E quindi i condòmini si sono fatti sotto. In fondo è comprensibile: avranno accumulato rancore inespresso per anni. Abbiamo fatto molto rumore al terzo piano, noi. Prima ancora che arrivasse Archie, soprattutto. Ma anche dopo. A suo discapito anche. E’ stato così che da quando sono rimasta sola con lui, un bastardino color crema improvvisamente cresciuto, mi sono ritrovata molte volte a rammentare quanto fosse dura sopportare di vederlo così imbranato nel nascondersi sotto il divano, se inseguito minacciosamente per la casa con intenzioni malevole. O guaìre al colpo di una pacca un tantino troppo forte. Una volta A. quando Archie aveva solo quattro mesi con una pacca sul sedere gli ha fatto cedere le zampette e la sua vescica ha rilasciato tutta la pipì sul pavimento. Non eravamo in casa. La macchia si è sparsa con me tremante nell’androne. Sarei andata mestamente a pulire, subito dopo aver consolato il cucciolo se il suo papà l’aveva inspiegabilmente colpito. Lui… Scodinzolava sempre ad A. Gli voleva un bene immenso. Non so come ho potuto rimanere a osservare tutto questo, non reagire, non ucciderlo per aver fatto tutto questo ad Archie. Io osservavo e speravo che avremmo trovato una quadra. Che per quanto difficile prima o poi avremo trovato un equilibrio perché dopotutto sarebbe stato difficile per Archie fare a meno del suo… Papà. I vicini hanno origliato tutto, in tutti questi anni. E alla fine se la sono presa con me. Non con lui! Non sono andati in squadra a vendicare me riempiendo di busse quello che aveva massacrato la mia casa, il mio cane e che aveva fatto gridare disperatamente e piangere a dirotto me. Loro erano infastiditi dai “rumori di condominio” e dalla “maleducazione.” Capisci quanto sia crudele… Accade a tutti ogni tanto di dover badare allo “steccato della propria casetta in Canadà,” d’accordo. Ma che fare una riparazione in giardino diventi più importante di quanto non lo sia la fame del mondo, ad esempio… Che vuoi? Già. Mia madre non sa fare altro, figuriamoci! Ma arrivare al punto poi di minacciare di chiamare l’ASL e diffondere voci sui miei dati sensibili diffamando la mia diagnosi e rendendomi invisa al vicinato, questo… Era davvero troppo. La strega fermava i passanti nel vialetto di casa nel giorno del suo riposo lavorativo, allungava un dito ad uncino molto sospetto, la perfida al mio cane e lui era attirato e scodinzolava e credeva buone le sue intenzioni, piccolo, tenero, ingenuo cucciolo di quindici mesi. Invece la Strega… Avrebbe solo voluto accattivarsi la sua buona fede, per poi fare mostra di indifferenza verso di me, la sua padrona. Così ho scritto l’ennesima lettera all’amministratore e mestamente coinvolto un avvocato, prima di decidermi a fare i bagagli e partire per la montagna. E’ stato così che ha cessato di offendere. Peccato che fosse paga. Peccato che avesse già vendicato a quel punto la sua amica, quella che mi ha inseguita fino al pianerottolo.

Il mio hobby quotidiano come ho accennato prima è quello di guardare le offerte di lavoro online e presentarmi ai datori di lavoro e ottenere un colloquio e superarlo. E sì, superare colloqui e cercare lavoro è una skill piuttosto richiesta. Il lavoro che ho preferito fare tra tutti è stato quello di commessa in un negozio di calzature, quando ero davvero magra e il lavoro al Bed and breakfast. Il primo è finito perché era troppo lontano da casa; il secondo? Per la solita botta di fortuna… Pensa, quando l’ultimo A. mi ha comunicato che sarebbe andato a vivere in culo ai lupi subito ho dato le dimissioni, ma non prima di aver trovato lavoro, in quella che ero convinta sarebbe stata la nostra prossima meta. E invece ho perso l’uno e l’altro lavoro. Quando ho saputo che non sarei andata con lui. Ho pianto molte amarezze per quel lavoretto niente male. Era proprio il “mio” lavoro. Adoravo passare le ore a stirare al mangano le lenzuola in lavanderia, con il profumo di bucato delle fredde lenzuola stese al sole nel chiostro e l’ordine precisissimo che imprimevo a tutto l’ambiente, scuotendo accuratamente con una certa guadagnata maestria gli asciugamani candidi appena lavati: uno ad uno stesi a filo in ordine di grandezza sugli stenditoi… Era un rito meraviglioso, una routine modesta ma soddisfacente e serena. Quello che si potrebbe dire un classico lavoro “tranquillo,” cui molti potrebbero aspirare. Se penso che invece A. lavorava nella confusione dei pacchi da consegnare per una delle più note ditte internazionali di e-commerce, mi rendo conto di quanto potesse essere stanco.

Ma visto che non vi sarà sfuggito anche il mio lato oscuro, quello che al di là di ogni luminosità se ne sta lì in agguato pronto a mordere chi si avvicina troppo anche a tradimento, potrei rivelare qui uno dei miei segreti, ora che ho un po’ “scaldato” i motori.

Non di questo luogo di lavoro ma ho conservato alcune copie di chiavi che non mi appartengono direttamente e le ho custodite in caso di allarme. In caso di trattamento sanitario obbligatorio. Ne ho subìti già. E in tal caso la migliore difesa è sempre la fuga. Ma oggigiorno in caso di crisi c’è qualcosa che mi preoccupa più di me stessa e la mia eventuale incolumità. Se mettessero Archie in canile perché io fossi costretta a fuggire o rimanere, quantunque ma comunque andare a finire ricoverata, nessuno lo adotterebbe. Abbaia troppo. A volte è nervoso. Aggressivo. Lui deve stare con me. E’ la mia famiglia. Può stare solo con me, così chiamerò uno di questi giorni una pensione per cani e chiederò che se ricevessero una chiamata da parte mia, prima o poi, sarei allora pronta a pagare sin da subito la somma necessaria per poter tenere Archie, per molti mesi. Poi dicono di me che io spenda soldi “inutilmente.” Vorrei vedere questi boia burocrati detti medici e parenti se fossero minacciati nei loro interessi vitali. Nella loro casa, i loro bambini. La loro moglie. Vorrei vedere se non diventerebbero degli orsi polari privati dei figli. Vorrei vedere se non sarebbero tacciati quali “affetti da ansia anticipatoria” pure quei medici che oggi se ne stanno chissà come e perché sempre con il culo al caldo. Forse il perché è che con tutti i soldi che circolano nella sanità quelli posseggono i “mezzi.” Scommetto che anche se non lo dicono posseggono bunker a prova di atomica, da qualche parte che sia raggiungibile con uno dei loro jet del cazzo. E poi i malati saremmo noi. Nessuno dovrebbe mai separare me e Archie. Così ho scelto che metterò in sicurezza il nostro futuro chiamando una pensione per cani con lungimiranza, domani stesso.

Vivere in preda all’ansia anticipatoria quando la propria dottoressa al Centro di igiene mentale più sdozzo d’Italia latita da mesi e non si fa mai sentire potrebbe sembrare insulso. Eppure si chiama appunto “anticipatoria” quest’ansia immotivata siccome chi la vive spesso di… Ricoveri, come nel mio caso, ne ha visti davvero tanti. Tanti, immotivati, improvvisi.

Saranno quattro anni da quando ho superato un Accertamento sanitario obbligatorio facendo causa a chi me l’aveva mandato medico incluso che non ho più avuto problemi. In realtà i medici fanno tanto i forzuti ma sotto sotto al primo soffio di vento potrebbe crollare loro l’ego come se nulla fosse. Sono più fragili che mai. Se qualcuno minaccia loro il posto di lavoro, si fanno morbidi come vermi. Ah ah ah ah. Basta avere un buon avvocato a volte. E io ho avuto la fortuna di incontrarne uno togo. Molto togo. Uno che mentre ero nascosta dove nemmeno lui avrebbe potuto sospettare, ha saputo diffidare e fare il mazzettino e rispedire al mittente la missiva di ricovero. E’ avvenuto nel 2023. In pratica ho denunciato e vinto la causa e superato un accertamento sanitario grazie al mio Avv. Non è stato facile. Secondo segreto di Elena. Sì, è un segreto perché non conviene parlare troppo di questo genere di battaglie vinte. E’ rischioso, da noi, oggigiorno. Non sono cose che si dicono.

Archie ha già conosciuto una prima volta anche Elisabetta, mia figlia. Una bambina sveglia di sette anni che mi assomiglia tanto. Era distratto. Non credo che abbia capito che si tratti proprio di mia figlia. Mi aveva spiegato l’amico scemo che i cani sentono gli odori e così anche Archie avrebbe ravvisato un odore familiare su mia figlia, simile al mio. Invece non è andata così. Vedo Elisabetta due volte al mese con regolarità nella provincia prossima alla nostra, con continuità da sempre, fatta… Eccezione per un anno per così dire “sabbatico” che mi sono presa libertariamente, quando ho smesso di credere in me stessa senza realizzare che il motivo era quel peso che mi portavo dentro, legato a lei. Elisabetta. Impossibile da riottenere la genitorialità sospesa, non ho fatto un solo passo avanti a causa di un ostracismo cocciuto tout-court a me riservato, a vantaggio della famiglia ufficiale. Quella che quando ha dato whatsapp a Elisabetta a soli 7 anni come prima cosa ha bloccato prontamente il mio numero. Mi tengono così lontana, che ormai mia figlia mi chiama così, per nome. Elena. Sono tutti così freddi, là. Ma lei no. Io e lei ci divertiamo quando siamo assieme. E anche se vuol far contenta quella nonna ristoratrice stronza e arzilla, sempre, anche a costo di sacrificare la mia soddisfazione, ciò non importa a me. Non so se riuscirà mai a vivermi pienamente. Ma il suo faccino quando ci guardiamo e scoppiamo a ridere senza motivo è buffo ma mi ricorda ancora che sarebbe stato bellissimo anche se in parte non potrà mai essere pienamente vivo e vero il sentimento d’amore che lega una madre e una figlia.

Quando sia accaduto esattamente che mi sono accorta di essere single, questo è un mistero. Dev’essere stato quando ho visto come da manuale il mio frigo completamente vuoto, ieri sera. Embè? Ieri sera, già. Proprio ieri sera! Come sia possibile metterci sei mesi dalla fine dell’ultima convivenza senza accorgersi di essere single, un altro… Mistero. Credo che il motivo sia che sono stata come San Tommaso e finché il frigo non è apparso chiaramente affamato di spesa io non ne fossi convinta. Semplice. E’ stato allora che tanto per peggiorare la situazione alle 7.30 di sera sono uscita in strada. E non mi ero accorta che non fosse notte. Allora ho avuto improvvisamente fame. Niente di più trucido: infatti che non avevo mangiato niente per tutto il giorno nemmeno mi ero accorta! Ho comprato delle macine. Sono tornata in casa e quando le ho messe nel frigorifero per errore allora mi sono messa a ridere. “Buffo!” Mi sono detta. “Il gelato alle macine mi piaceva quando ero bambina…” E mi sono commossa subito dopo. Era ufficiale: ero single. Piangere per un nonnulla, pensare ai chili di troppo, all’infanzia, ai chili di gelato che ti faresti in solitudine sul divano sotto una coperta, mettersi davanti al pc stile hikikomori a scrivere romanzi tristi e soprattutto… Il frigorifero vuoto. Tutto ciò era inequivocabile: “Sono single.” Mi sono detta. E sono scoppiata a piangere sommessamente, come una pazza. Ma in quel momento ha fatto capolino Archie. No. Non era vero. Contrordine: non ero single. Ero matchata a un cane forever. Sì, perché i cani come gli uomini durano anni interi. I cani richiedono cure, coccole, attenzioni. Anche loro cercano di montarti quando tu non vuoi. I cani amano uscire la sera come gli uomini, vanno dietro a tutte le codine danzanti e ai sederini come gli uomini, amano la compagnia come gli uomini. E pensando a questa lista di qualità mi sono allora un poco rincuorata. 

Ma la vita con un cane… Può abbruttire? La vita sola… Con un cane. Meritava una riflessione ulteriore. In quel momento ero convinta che la frequentazione in via pressoché esclusiva del mio cane, assidua e pervicace, mi avrebbe portato a diventare come lui, comunque esso fosse. Forse preso atto di quello che per qualche motivo avevo appena cominciato a domandarmi se avrebbe costituito un problema, prima o poi, in prospettiva sarebbe stato meglio per me se avessi cominciato ad aprirmi, che ne so, a… Un corso. Una vita nuova. Più soddisfacente. A realizzare qualche sogno nel cassetto che fosse rimasto lì, per quel tempo che era durata la relazione che in fondo mi aveva costretta a rinunciare a qualsiasi ambizione, professionale ad esempio, nel nome suo. E ho pensato a tutte le opzioni possibili di sogni da realizzare ma non ho trovato al fondo del mio cuore alcuna traccia di motivazione. Strano, mi sono detta. Molto… Strano. Per una come me che ha sempre avviato corsi di teatro, cambiato tanti lavori, superato sfide personali senza pari con resilienza si trattava della prima volta che mi sentivo così ferma. Inibita. Lo slancio dell’immaginazione si bloccava lì, come fa una mosca davanti al vetro nell’atto di pretendere di uscire da una finestra chiusa. C’era qualcosa che mi impediva di andare al di là della mia condizione. E non avevo mai amato rimuginare. Ero sempre stata una donna d’azione. Quello che osservava perennemente il proprio ombelico in fondo era sempre stato lui, A.! Non io, oh! Forse mi aveva condizionata a tal punto da diventare come lui, A.… Oppure avrei dovuto cercare un modo di tornare libera e sbarazzarmi delle catene dei ricordi e le ombre del passato. L’avevo sempre sentito dire sì ma non avevo mai vissuto la fatica di uscire allo scoperto oltre il mio bozzolo.

Tutte queste buone intenzioni senza un perché apparente sarebbero scomparse all’alba dell’indomani, quando mi sarei svegliata con i soliti pensieri turpi. Avrei appena sognato Archie che trascinato dalla corrente aveva fatto in tempo a perdersi su una spiaggia sconosciuta e tornare a riva portato da un’onda come Venere mentre io a cavallo tra un sentimento di profondo turbamento per la sua perdita e quello di sollievo immane del ritrovamento non sapevo come riorganizzare i pensieri e i sentimenti contrastanti e conciliare la gioia della gratitudine con l’angoscia che l’aveva preceduta. “L’antiparassitario… Non ha preso l’antiparassitario…” Ho biascicato nel dormiveglia. E così i miei occhi sbarrati hanno visto improvvisamente il soffitto che stavano guardando già da qualche istante nebulosamente e quando l’hanno messo a fuoco Archie è venuto a leccarmi come fa tutte le mattine e io mi sono sentita di nuovo felice. Ci aspettava la passeggiata come di consueto. 

Nel corso della passeggiata anche mentre riflettevo sulla condizione di singletudine tutti i pensieri del giorno precedente erano come stati rintuzzati al loro posto. Come se sotto sotto non ne valesse la pena di perseguire uno slancio così debole. Che bisogno ci sarebbe stato mai di compiere qualcosa di eroico, in fondo? Qualche impresa meritevole che altri potrebbero ricordare come… Andare a vivere in Romagna, lasciare la comodità della casa di famiglia per una soluzione meno economica ma personalizzata, con il… Giardino, magari? Come iscrivermi a un corso di Laurea e andare fino in fondo a tutti gli esami? Come cercare una casa editrice seria e pubblicare il mio primo romanzo? Come trovare una residenza all’estero? Come fare un secondo figlio con un donatore anonimo e da madre single con cane? Come andare a vivere a M., anziché in Romagna, per stare più vicina alla mia unica figlia?

Ogni obiettivo mi sembrava ormai abbandonato ad una deriva e aver preso il largo da me definitivamente. Ogni obiettivo mi aveva detto addio e me ne rimaneva solo il ricordo. Se cercavo di visualizzare me stessa in vesti diverse da come fossero quelle attuali, non ci sarei riuscita. Era come vivere in una dimensione stolida e ferma come sabbie mobili eppure faticosa e tesa come un palloncino pieno d’aria. Era come essere schiacciata sotto il peso di un’incudine.

Prima o poi avrei goduto del beneficio dell’eredità dei miei genitori. Ed era un tasto delicato. Con un po’ di soldi in tasca credo che mi sarei sentita meglio. Ma fermo restando che amavo mio padre come si conviene a una brava figlia, qualcuno diceva che avrei potuto risparmiarmi di lavorare anche, visto e considerato come prima o poi avrei potuto farne a meno. Ma a me non andava affatto mai bene niente. Soffrivo di un immenso stigma e ciò che assolutamente mi sembrava più ripugnante era da sempre sentirmi diversa dagli altri. E al contempo ero oscillante mio malgrado come il giunco che si spezza. Mio nonno lo diceva sempre. Forse era stato lui a farmi impazzire veramente, siccome comunque con il tempo per strada qualche rotella l’avrò persa pure io, con tutto ciò che ho sofferto. Egli diceva che il consiglio migliore che un nonno possa dare a un nipotino è l’invito a fare come fanno gli altri. A prendere esempio da essi.

E aveva sempre quel sorriso soave sulle labbra così etereo e incantevole su un uomo sereno della sua età, così veneranda che avrebbe potuto incutere solo e sempre rispetto a una nipote come me, che non aveva mai trovato nulla da ridire personalmente su di lui. Ma alcuni non la pensavano come me, intorno a me. Io ero solo una bambina di due anni ma mio padre, tanto per cominciare era persuaso e non faceva mistero che fosse stato mio nonno a generare il disagio psichico del mio unico fratello maggiore. Mio padre se ne era andato via volentieri dalla nostra città, a M., dopo il divorzio, quando io per ritrovarlo, da vera cocca di papà quale sono a tutt’oggi l’ho raggiunto per vivere con lui. Ma è durata solo per il tempo di concludere i due anni del Ginnasio. 

Oggi mio nonno abitava in una casa di riposo. Io ero confusa in quanto a lui, vedevo in lui solo un vecchietto simpatico, bassino, pelato con il sorriso e il nasone grosso, gli occhietti particolarmenti vispi, sdentato e sordo con la voce tremula che mi accoglieva sempre a braccia aperte e perdonava ogni assenza e non trovava mai motivo di astio in se stesso verso alcuno. Non lo trovavo un tipo offensivo, insomma.

Come sono strani gli uomini. Quando proiettano involontariamente le proprie paure fuori di sé qualcosa si rompe. Anche una famiglia. Anche l’armonia che regge una struttura di ferro. Come carta al vento. Ma qualcosa sarà accaduto. Io credo a mio padre. E mio fratello poiché io non l’ho portato a merenda qualche volta come invece avevo promesso… Sarà per questo che si è messo a picchiare tutti recentemente? Mi sono domandata. Era così complicato vivere una famiglia così disgregata.

Quando ero una giovane fanciulla non potevo immaginare come sarebbero andate le cose. Beata… Gioventù. Proprio vero. E’ così mesto ma credo che… Beh, no a questo punto non saprei proprio cosa aggiungere. Era così difficile evitare ogni giorno quotidianamente di ripensare al magma che avevo attraversato nuda e sola. Ne sono uscita ustionata e nessuno si è preso cura di me. Eppure… Come per miracolo, beh… Eccomi qui. Ma ciò che conta è che sono testimone e depositaria di un’esperienza, così come tu lo sei della tua. Tu, che vivi in Sardegna a sorseggiare rum o che cavolo ne so che si beve sulla spiaggia e tu, che hai il ventre gonfio di vermi in Uganda.

Di vivere una vita al presente ho fatto esperienza una sola volta. E’ stato quando pregavo. Abitavo di nuovo a M., tra il 2012 e il 2018. Coltivavo la mia interiorità e avevo continuamente intuizioni e insight sorprendenti. Ad esempio, in una sola notte sono arrivata a concepire che ero felice lì, e che i migliori tempi che avrei mai vissuto, contrariamente a quanto credessi prima di quella notte, sarebbero stati sempre quelli del Ginnasio. E sarebbe stato sempre e sempre più profondamente vero.

Ricordo le mie amiche, il brio di un’atmosfera fervida dal punto di vista della vivacità culturale in città, con il Festival della letteratura che cominciava a settembre, l’amore per lo studio del Greco, le prime pagine appassionanti, quasi folgoranti di filosofia. I primi amori, anche. L’aspetto del Liceo visto dall’esterno, così austero e riposante, all’ombra del quale nel freddo del mattino durante tutto l’anno gli studenti entravano e uscivano, studiavano lezioni. L’atrio… Ricordo l’atrio e non solo, ricordo anche il chiostro, dove solo qualche sparuto studente aveva il coraggio di mostrarsi a fumare. Io ero una di quelli. Ma un pizzico di vergogna davanti a qualche insegnante che passava lo provavo, lo ammetto. Ed era purezza d’animo la mia di bambina. Quattordici anni, un’assemblea di istituto, la sera di San Valentino e la riva del lago di M. Niente di meglio. Eppure all’epoca non potevo sapere quanto avrei rimpianto questo ben di Dio in seguito. All’epoca sapevo solo che la mia ambizione mi avrebbe portato a cavalcar le stelle. Ma non era vero. La mia buona stella? Mi ha abbandonata subito, quando sono nata si è dileguata. Forse un’eclissi? Chissà come mai… Credo che il motivo in fondo fosse proprio che ero arrivata io. Si è oscurata e io sono nata al buio di una stella che si era spenta. E ho cercato in mille luoghi una scala per riaccendere la luce nel mio cielo. Una lampadina, un cavo elettrico, almeno. Una ciabatta ove applicare le prese, che ne so… Invece, niente da fare. Ho provato e riprovato ma è proprio vero che la vita ti sorprende sempre: perché quando al posto del fiammifero che cercavo ho trovato la verità invece, nessuno mi ha creduta. Come nel mito della Caverna. Solo che io ero fuori, in tutti i sensi. E fuori significa non che fossi matta… Non davvero insomma. Quanto ho sperimentato è che la confusione, la menzogna, l’idolatria, le ideologie… In una parola tutti i mali del mondo sono più forti. E bisogna imparare a mettere al sicuro quel poco che abbiamo di caro, perché prima o poi qualcuno o qualcosa verrà a riprenderselo. E non è così scontato che saremo sempre gli stessi, da quel momento in poi. Perché come un amico di vecchia data una volta mi ha detto, dobbiamo fare attenzione a scegliere di rapportarci alla gente migliore. Perché queste relazioni… Ci contageranno.

Una volta mi sono chiesta se la malattia mentale sia contagiosa. Ci avete mai pensato? Credo di sì. 

Come l’allegria. Ma ecco… La malattia mentale come l’allegria non è altro se non un umore, un’energia particolare, ed è diversa in ogni persona. E che l’energia può essere malata io questo non lo condivido. Perché semmai può declinarsi in diversi modi. Ma l’energia non può mai essere nociva. Non quella… Umana. Non quella naturale. L’energia viene dal profondo cuore dell’uomo. E anche se si chiamasse odio, in un dato istante, avrebbe pur sempre la dignità di un sentimento. Che si possa intervenire sull’odio, come sull’amore, sulla noia, beh… E’ una palese assurdità. Può essere adatta a me, non a te, questa o quell’energia ma per questo motivo non significa che sia chiamata alla stregua di “malata.” L’energia è luce. L’energia è vita. Dignità. E la vita, l’energia la luce del cuore si trasmette offrendosi declinata nel suo arcobaleno di colori di cuore in cuore con semplicità e gratuitamente. Chi può pretendere così di cambiare il mio rosso in blu, con la presunzione che il blu sia meglio del rosso a me non piace. Non sarò più io quel blu. Sarà un’altra persona. Io non ho scelto di cambiare. L’ha scelto qualcuno esterno al posto mio. Gli psicofarmaci che mi hanno dato hanno fatto questo per lui e questo perché… Qualcuno l’ha pagato. Chi mi ha iniettato veleno blu e deformato così la mia luce mi ha rattristata. Io mi piacevo. Egli mi ha giudicata. Chi potrebbe chiamare malato il signor Rosso solo perché non è il signor Blu? L’uomo. L’uomo ha sempre fatto solo quanto gli pareva sin dagli albori della civiltà, da quando ha abbandonato l’Eden. E mi sento un po’ persa anch’io in questa civiltà dove sembra che nessuno sappia esattamente dove sta andando e ognuno vive “al momento” abitando un’emozione che dura un istante e poi lo abbandona, lasciando un vuoto immenso in un su e giù che prima o poi, come se nulla fosse, lo lascia.

Capitolo 2

“Accidenti!” Ho esclamato, non appena mi sono abbassata ad afferrare il cavo del caricabatterie all’altezza della montatura del letto matrimoniale, in camera da letto. Quella camera da letto dove avevo dormito tante notti insieme ad A., prima che a prendere il suo posto arrivasse in pianta stabile Archie. Ogni notte la “busa” del materasso creatasi sotto il peso dell’omone alto 1.90 ospitava il corpicino flessuoso e atletico al contempo del mio cane. E ora era per via di quello stesso cane, che aveva preso il posto del mio moroso non solo nel mio letto, ma anche nella mia casa, tempo, vita… Che il cavo mosciamente si era accasciato molle sul palmo della mia mano, completamente fuori uso. Come sarà?

Ogni volta che dobbiamo affrontare una passeggiata Archie entra in modalità “all’attacco!” E come se fosse scoppiata la guerra del Golfo comincia a fare balzi che potrebbero scuotere le fondamenta della casa. Sì, sempre che questo edificio non fosse brutto così tanto da farmi sospettare che sia un baraccone abusivo, in realtà. Ma sono sicura che non lo sia. In fondo siamo pur sempre nel Centro Italia.

Due delle tipologie di balzi che preferisce Archie li chiamerei piuttosto “tuffi:” sono il suo carpiato, quello per cui è meglio preparato e la capriola, da svolgersi entrambi rigorosamente… Sul letto. Per sicurezza, naturalmente.

Sì, lo fa su quel letto. Che è anche l’unico letto, del resto. Naturalmente è stato A. a scegliere quella rete da materasso. Una rete così instabile sotto il peso e la spinta di Archie che esso compie un carpiato tanto energico ed ecco in aggiunta al carpiato, contemporaneamente si svolge anche una gara di pattinaggio olimpionica completa; con la differenza magistrale che a pattinare non è Archie. Bensì il letto. In pratica quando Archie salta, il letto pattina sul marmo e va ogni volta a urtare il caricabatterie, che sporge infilato nella presa a parete altezza rete del cavolo e così va a rompersi.

“Ecco perché trovavo sempre più schiacciato il caricabatterie…” Svelato il mistero. “E non ho un secondo caricabatterie. Non ho nemmeno un’altra rete. Quella che abbiamo è così sdozza tanto che sembra dopotutto che A. non si sia sbattuto affatto per traslocarselo con sé. Ha avuto un’intelligenza sopraffina. Tutto ciò nonostante avesse speso una cifra con un marketplace. Suppergiù 100 euro. Dovrei fargli i miei complimenti…” In compenso, A. era noto per prestare un’attenzione maniacale ai cavi dei caricabatterie e se li era presi tutti lasciandomi senza. Un’odiosa congiura insomma.

“Accidenti!” Il cavo dondolava leggermente a penzoloni tra due delle mie dita sottili e il malumore cominciava a pervadermi. “Archie… Maledizione!” Ma era una mattina come tante e visto che è tra le 7 e le 8 che abbiamo le intuizioni migliori ecco che mi sono domandata come mai non l’avessi ancora fatto; massì… Voglio dire: perché non avevo ancora mai spostato il cavo del caricabatterie dalla parte opposta del letto! C’era un’altra presa, proprio accanto a quello che era il comodino di A. e ora è quello di Archie. Esattamente speculare alla mia! “Come avrò fatto a non pensarci prima?” Le priorità. Era stato un fatto di priorità decisamente. Fissare delle priorità era complicato nel marasma di scelte che stavo vivendo con l’empasse, l’inibizione che avevo in cuor mio. Allora mi sono fatta coraggio. In quella che ora era casa “mia con Archie” c’era parecchio disordine, sì. Ma era proprio il caso di dire che non era affatto un disordine disorganizzato. Nel senso che ogni singolo dettaglio in casa mia era pre-ordinato alla massima sicurezza del suo legittimo cane!

Le sedie nello sgabuzzino Archie le divelleva. Il tavolo con la tovaglia che Archie ne sgranocchiava gli angoli. Il divano? Oggi completamente ricoperto e ammortizzato con lenzuola anti orma e anti morso. La cuccia… Avevo comprato un’apposita guaina anti scuotimento. La borsa da rider? Posta in alto. Come i detersivi. Come le piante. Sono tossiche per i cani… E potrei andare avanti con millanta esempi.

A parte gli spazi vuoti inferiori tra le gambe dei mobili del soggiorno… Tutto era in ordine. Eppure, quegli spazi vuoti sotto i mobili erano la mia ossessione da sempre e appunto non avevo mai messo mano alla questione davvero. Quando Archie giocava, i suoi ninnoli finivano a ripetizione sotto i mobili. Ergo questi andavano infarciti bene con dei cuscini, già. E’ evidente. Sarebbe stato semplice metterci dei para-spifferi, almeno. Quei salami che si appongono alle porte da basso, dai. E invece, non avevo ancora avuto modo di recarmi all’OBI ad acquistare dei cuscini. Com’era potuto accadere?

Questa dicitura… “Casa mia con Archie,” mi ricordava qualcosa. Ma certo! Si trattava dell’INCI poco invitante di alcuni sughi che avevo visto recentemente su uno scaffale al supermercato. Dovevo averli notati al reparto freschi. “Ragù con carne.” Già. In quel nome c’era qualcosa di strano, di non familiare. Cos’era? Non si parla così in Italia. Solo il figlio di un immigrato cinese con la pronuncia sbagliata da poco residente potrebbe scrivere su un sugo ufficialmente ammesso in un supermercato noto come quello più vicino che c’è sulla nota via E. un simile… Insulto! Perché non dire allora Ragù alla carne, oppure semplicemente Ragù? Ai miei tempi, in casa mia, una “nostrana,” si diceva Ragù di carne. E se… Se? Se non fosse stato esattamente di carne ma solo… Con… Aggiunta di pochissima carne! O carne impropria, o avariata, non saprei! O carne di cane cinese! La questione mi suonava così sospetta e mentre stavo già sognando di realizzare uno stuoino per dare il benvenuto con quella frase, “Casa di Elena con Archie” ci ho riflettuto e scelto che lo stuoino che avrei presto realizzato in copisteria avrebbe tenuto conto di questa profonda riflessione alimentare contemporanea. Scrivere “con Archie” sarebbe stata una scelta azzeccata se avessi voluto mantenere una discreta distanza. Come se potesse essere stata mia intenzione manifesta mai trasmettere il senso che in questa casa, primariamente di Elena, di Archie c’è poco. Ma credo che sarebbe giusto se Archie si offendesse e a me dispiacesse in tal caso e non sarebbe nemmeno vero, no. Non rispecchierebbe la realtà se mascherassi ciò di cui Archie è socio maggioritario spacciandolo per qualcosa che non è. Così scriverò banalmente “Casa di Elena ed Archie!”

Punto primo, se la signora Neutroni passasse e guardasse penserebbe: “Archie vale più di mille bambini piccoli.” E se fosse possibile immaginare la faccia della Strega davanti allo stuoino con gli occhi increduli fissi su di esso pieni di premeditazione omicida, non sarei di certo ancora qui ad attendere di recarmi in copisteria.

La copisteria è il secondo dei negozi di quartiere dopo quello di animali dove preferisco fare shopping compulsivo. Si capisce. Tutto è cominciato quando ero a fine mese e mi mancavano trenta centesimi e quelle vecchie canaglie che conoscevo da sempre ma non si ricordavano di me non mollavano l’osso. “Non li ho!” Gridavo io. Non mi volevano credere. “E’ vero!” Sono stata costretta a lasciare lì le copie, dopo averle sbattute ben benino sul tavolo in preda ad una crisi isterica. Era una copia del mio prezioso manoscritto del 2024 che sarebbe rimasto lì per non aver potuto pagarlo… Fino al mese successivo! L’impatto non è stato decisamente dei migliori, d’accordo. Ma poi ho messo in atto una politica aggressivamente passiva. Mi recavo al loro negozio e stampavo roba. Ma la mia tattica era ben più sottile. Si sa cosa siano in realtà le copisterie. Delle accolite di vecchie canaglie che sono brave solo a fare gli spioni! Certamente. E a chi non piacerebbe essere spiato a scopo di lucro ma… Di tacito, comune accordo? I social non bastano più, non sono nemmeno metà del divertimento che si prova quando ti accorgi che i PDF che mandi in copisteria vengono letti davvero da chi deve fare le copie. Non sono sicura che non conservino poi delle copie per sé. Ormai è chiaro che in copisteria ci sono quelli che di me sanno vita morte e cavoli di ogni genere. Ho mandato loro persino il contenuto della mia cartella clinica! In pratica, in quella copisteria è custodito con tacito accordo e gratuitamente il mio famoso “archivio personale.” Sì, è così che lo chiamo io. E poi c’è un’altra cosa di notevole importanza. Si tratta di una magnifica valvola di sfogo ed è anche sexy sapere che in una copisteria qualche confidente per quanto anonimo ce l’hai anche se non hai altri amici ufficialmente, a parte uno particolarmente scemo… Confidenti che conservano tutto ciò che c’è da sapere sul mio conto sotto chiave. E’ divertente. Così, ho cominciato a sbilanciarmi di più e nel corpo delle email ora non scrivo più soltanto cose come: “Oggetto: In stampa Testo: Buongiorno, come sta? Se può stampare e rilegare, potrei passare a ritirare in serata. In allegato PDF. Grazie, cordiali saluti e buona giornata! Elena.” Ora le email assomigliano più a qualcosa come: “Oggetto: Dove sono i miei calzini? Testo: Ciao vez, a posto? Stampa pure il PDF in allegato. P.S.: Si tratta del mio ultimo libro che pubblico con Einaudi nella collana che mi ero sempre corteggiata il prossimo 15 settembre. Fico eh?” Naturalmente la parte importante è il P.S. Bello esibirsi! Ed è la prova che per essere miei amici bisogna farlo in segreto.

In fondo credo che almeno una volta nella vita abbiano mandato tutti qualcosa in stampa in copisteria solo per comprare un po’ di visibilità. Sbaglio? Ehilà? C’è nessuno? In copisteria ci sono dei bravi ragazzi davvero. Come dei confessori urbani. E anche se un vero e proprio segreto professionale non c’è, è divertente avere un hobby e una valvola di sfogo urbana.

Stigma. Cos’è lo stigma? Per me lo stigma è come quando qualche proprietario che trasgredisce la legge e tiene senza guinzaglio il proprio cane, libero di interagire con altri cani, incontra il mio che è sempre controllatissimo e rigorosamente al guinzaglio e imbragato fino al collo in sicurezza. E’ così che mi sono accorta che Archie potrebbe avere già scoperto che nessuno di quei trasgressori si interessa davvero di lui. Ma credo anche un’altra cosa. Che se quei trasgressori affermassero di amare veramente i propri cani… No, non reggerebbe affatto. Perché se il loro cane non fosse buono, come sarebbe pronto ad affermare guarda caso ognuno di loro, ma invece imprevedibile come è vero che sarebbe ogni animale; e se pure il mio fosse meno gigione di come sembra solo perché è abbastanza grosso, allora sarebbe vero affermare che loro non fanno di tutto per mettere in sicurezza il loro animale e, fatto ai loro occhi secondario, anche il mio. E’ per questo motivo che per Legge è vietato condurre liberi i cani per le strade e anche i parchi.

Per tutti questi motivi io sarei un’odiosa rompiscatole legalista: questo è stigma per me. I casi sono due: o questi sedicenti padroni perfetti non sanno come offrire protezione a un animale da compagnia, oppure… Beh, la seconda è più plausibile: oppure solo io in questo quartiere non sono ignara di quanto sia pessima cosa ritrovarsi con qualche guaio legale improvvisamente di cui doversi sobbarcare, anche se putacaso innocente.

E io incarno il secondo caso. Sono un’ottima proprietaria, è fuori discussione, vero. Ma non è questo il punto. Io sento lo stigma e soffro e sono preoccupata per il mio cane perché non ho ancora fatto l’assicurazione per lui, come confesserò e se nasce una rissa e il mio cane ci rimette un’unghietta oppure lui dà un morso o qualche altra cosa di peggio anche a… Un altro povero cane, io casini non ne… Vorrei. E ciò che è peggio è che è così limitante ogni volta dover retrocedere, cambiare strada. Ogni volta la stessa storia e sempre le stesse persone. “Il mio cane è buono, è buono!” Così io sono costretta ad evitare certi luoghi, i più scelti naturalmente. Come potrebbe non essere così! In fondo è proprio perché un luogo è migliore che viene scelto da chi vuole liberare il proprio cane… Che goduria, giusto? Ho indovinato. Bello liberare un cane e farlo correre dietro al fresbee che altri nemmeno comprano per rispetto, nel parco migliore della città! Sono stanca. Stanca di subire. Stanca di portare una croce. Quotidianamente dover reggere il peso di questo, quell’alterco. Ignoranti, superficiali proprietari che si credono modelli di virtù. Sempre la stessa storia che si ripete ogni santo giorno. Io sono solo preoccupata per… Questo mondo che va a rotoli. A rotoli, a rotoli! Io voglio andarmene. Sì. Ma dove potrei andare? E con Archie.

Ho ben cinque giorni di permanenza prenotati in una struttura d’elite a M. Sì, si tratta di una lunga storia. E va bene, posso anche raccontarvela ma… Ad una condizione: che non pensiate di me che io non sappia quello che faccio.

Tutto è cominciato quando ho chiesto 400 Euro per far partire il mio progetto con l’app online e la Partita Iva a G. G. Ah, giusto. G. G. Non sapete chi è. Naturale. Non ve ne ho ancora parlato. Si tratta di un uomo che era innamorato di me così io che facevo le pulizie a casa sua una volta ogni settimana mi sono dimessa ma poi ci siamo risentiti quando avevo il progetto con la app, avevo bisogno di soldi, li ho chiesti a lui e visto che lui è un povero uomo in carico al Centro di salute mentale a sua volta si è ammalato di me. E c’è stato qualcuno che gli ha detto: “Elena non è un’amica. Lei ti ha circuito!” Era il suo avvocato donna. Lui era confuso ma per evitare complicazioni mi ha diffidata. Poi si è pentito. Quando ormai gli avevo mandato indietro i soldi rimanendo in bolletta me li ha rispediti a sua volta. Non si potrebbe mai saper dire quanto fossi felice di veder comparire quel giorno 400 euro così sul mio conto dal nulla! Ed ecco che oggi sono tornata a fare le pulizie a casa sua. E a lui hanno messo l’amministratore di sostegno. Ma allora la residenza pagata a M. che cosa c’entrerebbe?

Eh, già. C’entra… C’entra eccome. Ho omesso di raccontare per sintesi un dettaglio importante. Il piano di finanziamento che avevo impostato per il lancio dell’app avrebbe comportato che io, trovato lavoro a M., mi trasferissi lì per lavoro. E di fatto avevo trovato un lavoro piuttosto promettente a M. Ma poi 400 euro non sarebbero bastati a coprire tutte le spese. Archie si sarebbe cibato di sole crocche per molti giorni, stringendo la cinghia a quel modo. Ecco come mai ho rinunciato a tutto il progetto dell’app tout court e ora con l’imprenditoria ci vado più piano, molto più piano, in modo quasi graduale. Lo ammetto: in base a come si potrebbe dedurre in quanto alla mia capacità di fare di conto, non è il mio forte la matematica.

E così la morale è: mai prenotare una residenza esclusiva prima di sapere davvero se poi non rinuncerai. “Ma io non mi chiamo Elena!” Direbbe qualcuno qui. Eppure, c’è sempre una prima volta per cominciare ad avere le manie di grandezza, posso affermarlo.

Ma non era arrivato Gesù? Gesù non aveva detto che dovevamo essere felici di essere buoni tutti? Non crediate che io stia piagnucolando come una caga sotto, ora perché non è così. Parlo con serietà. Mi sono infilata in un brutto guaio e non so come uscirne. Infatti ho cominciato a pensare che questa vita sia come una grande gara dove si fa a chi punisce di più il prossimo. Stamattina infatti in preda a questo sentimento che vado raccontando orbene sono entrata bella come un fiore nel bar accanto alla bella casuccia di G. G. dove sarei andata a fare le pulizie e senza troppi convenevoli ho ordinato un caffè. Con la coda dell’occhio mentre ero distratta a osservare le paste, sovrappensiero non ci ho fatto troppo caso ma ho notato la barista, che non era la solita di sempre, fare “Cucù” con me. Cosa sarebbe? E’ presto detto. Sembra che non le avessi rivolto troppe attenzioni a cui credo fosse abituata e così per accertarsi che non fossi in catalessi e invece fossi solo appena sveglia, visto che erano già le 10 del mattino, mi ha fatto la domanda che nessuno dovrebbe mai fare a Elena. “Tutto bene?” Io che detesto quella domanda in generale l’ho ignorata. “Prendo anche una brioche.” “Mi ha sentita?” Era fastidiosissimo. “Alla mela. Grazie.” La signorina fa una smorfia contrariata e strizza un occhio – l’ho vista – ad un’avventore, una donna dietro le mie spalle. La situazione non mi aggrada ergo prendo la mia brioche con la tazza di caffè e mi siedo all’esterno. Rientrata, al momento del pagamento ho esibito una banconota da 50 euro. La barista con la solita smorfia sulle labbra contrariata, al limite del disgusto si è rifiutata di darmi il resto. “Non ho da darti il resto.” Si è lagnata. E adesso viene il clou: sommessamente mi ha chiesto il bancomat. Io ho barcollato. Io che non uso il bancomat, con meno di 100 euro sul conto a fine mese che devo prelevare oppure arriveranno i RID bancari a levigarmeli? La mia mente va nel caos. Non riesco a pensare più a niente, tranne che al caffè del cazzo che ho preso e sono costretta a pagare. Era inevitabile che pagassi. Lei non era di certo come il ragazzo “muscoloso” che mi dice: “Next time!” Ogni volta e chiude con un’allegra risata se arrivo senza soldi in tasca. Sconsolatamente ho barcollato, l’avventore donna dietro di me l’ha notato, ho percepito un sottile cambiamento di energia legata alla soddisfazione delle due complici che avevano continuato ad osservarsi mentre io me ne stavo sempre defilata. Non amo le attenzioni. E’ così difficile da capire? E poiché ho pagato con il bancomat per loro è stato come mettermi in buca. La vita è questa: non sai come mai ma c’è chi preferisce vincere e chi non ci fa caso. Ma a nessuno piace perdere. Così ho rotto il tubo dell’acqua a G. G. in casa sua perché avevo bisogno di una valvola di sfogo.

E sì, devo dire che è stato estremamente piacevole. Sì, è stato piacevole fare una crepa nel cestello inferiore del suo frigorifero anche. Solo che questo lui non lo sa… Ancora. Ripensandoci no, non è stato piacevole fare questi danni. Ho goduto.

Del resto il bello di fare le pulizie è che è il mestiere che può rilassare di più. Si usano le mani, il corpo. Sì, proprio così: quando si fa qualche danno si usano le mani e il corpo. Sì, ma non i classici danni sono quelli che dico io. I danni che dico io non sono come quando un piatto ti scivola di mano mentre hai le mani sotto l’acqua corrente, finisce a terra e va in mille pezzi; i danni che dico io sono come quando hai un grosso vaso cinese di valore o un quadro da collezione e questo intenzionalmente lo sfondi, quello lo stringi così forte tanto da farlo andare in frantumi.

Già. Le mani per rompere. Il corpo per esultare. E’ così che si fanno le pulizie rilassanti.

Ma la parte più divertente non sono le ripicche, come si potrebbe invece pensare. La parte più divertente viene dopo. “G. G. si è rotto il rubinetto dell’acqua calda, accidenti… Quanto mi dispiace!” In quel momento G. G. si è appena voltato dalla mia parte, mentre ho in mano il tubo dell’acqua scollegato dal muro da cui fuoriesce un getto d’acqua violento. Potrebbe sembrare una scena di Arancia meccanica, invece sono io che dico con naturalezza: “Accidenti, il tubo è completamente divelto e dell’acqua proveniente dal bagno sta allagando l’appartamento.” G. G. inorridisce e io continuo: “Naturalmente se è vero che sarei stata io a fare questo danno, stavo appunto pensando a quanto potrebbe costarmi risarcire.” “Costa troppo per le tue tasche. Non puoi permettertelo.” E poi viene il bello: “Va’ a casa a riprenderti. Hai bisogno di riposo.” G. G. mi ha appena dato una carezza, io ho sorriso e nel mentre ho infilato una mano nella mia tasca dei pantaloni altezza chiappa sinistra, defilandomi. Ne ho estratto uno scontrino, di cui mi sono liberata al primo passo fuori dall’androne del prestigioso stabile e un accendino. La sigaretta si accende. Profumo di fascino. Aspiro. Il fumo esce dalla mia bocca. Copre la visuale a chi vorrebbe guardare oltre la coltre il mio viso che nel preciso istante in cui sogghigno ha qualcosa di stranamente e vagamente inquietante. Intenzionalmente sbuffo, altra boccata, altro fumo. E mi sto facendo la passeggiata più rilassante che ci sia. Tornerò dal mio cane. Tutto qui. Oppure chiamerò K. Un’altro dei miei passatempi strambi.

K. è la mia amica del cuore. Si capisce, lei non sa di essere questo per me. Lei non sa di valere così tanto. Non sa che non c’è nessun altro capace di sopportarmi bene e andare d’accordo con me come fa lei. Le voglio bene.

Si tratta dell’addetta del servizio dell’educativa territoriale presso la quale si svolgono gli incontri protetti con mia figlia. Siete sconvolti dalla mia apertura mentale eh? Lo sapevo. Credevate che una tipa cattiva come me non sapesse cosa fosse la vera amicizia. Da sette lunghi anni sono ospite bisettimanale in quella che è la camera dei giochi dove si svolgono le sedute d’incontro tra me, Elisabetta e K., appunto. Una volta K. se ne stava oltre una parete, ad osservare tutto da una finestrella nella sala delle registrazioni. Già. I servizi sociali registrano ogni singolo movimento che una madre fa verso la figlia e viceversa, se ti reputano inadatta a quel tipo di interazione o almeno, non “adatta fino in fondo.” Questo fino a 3 anni fa. Oggi invece il nostro rapporto si è evoluto così tanto che usciamo per la città noi tre insieme e sembriamo così affiatate… Che ci scambiano per una famigliola. Già. Ben due volte al mese.

Sono così tanto convinta della bontà di cuore verso di me da parte di K. che un giorno, dopo essermi tormentata per settimane l’ho invitata per la prima volta a prendere un caffè assieme solo per dirle quanto segue: “K. Non so come dirtelo, veramente. Ma credo… Di averti vista in difficoltà davanti all’Assistente sociale l’ultima volta. Ho come l’impressione che ci sia qualcosa che non va… Tra loro e te.” Silenzio. K. mi guarda pazientemente e ascolta quanto ho da dire guardandomi negli occhi. Io continuo, perfettamente a mio agio: “Credimi, tu… Hai qualcosa di speciale. Davvero. Con tutta la mia comprensione io so di avere la tua anzi, ti dico anche che sono così sicura che tu sia dalla mia parte esclusiva tanto che sono sul punto di chiederti una cosa.” Ancora silenzio. “C’è qualcosa che mi vuoi dire?” Chiedo io a lei e K. sembra non aver capito bene la domanda. “Prego?” Fa, dopo aver lanciato al tavolo accanto a sé una breve occhiata perplessa ed essersi raccolta leggermente facendosi più piccola in avanti con la sedia, copertosi il viso con una mano. Avevo improvvisamente la sensazione che volesse nascondersi: credo che il motivo fosse che non sarebbe stato facile farle sputare la ganascia del rospo. “Allora visto che io ti so quale sei, un’amica leale voglio essere la prima a tirare fuori la mia alta voce ed essere la prima delle due a dire ciò che so.” K. sembra voler scomparire ma io insisto mentre lei è sempre più a disagio: “Tu vorresti che io riacquisissi la genitorialità pienamente su Elisabetta ma quell’assistente sociale non vuole. E’ così… Eh? Non è vero, K.? Cosa ne dici, è oppure non è la verità?” E andavo sempre più in ansia, così K. semplicemente mi ha battuto la mano sulla spalla e non so come è riuscita a portarmi anche se in lacrime fuori dal bar, dove anziché il solito avevo bevuto anche un goccio. Chissà se se lo ricorda ancora. E’ capitato un anno fa, quando credevo che sarebbe stato facile estorcerle delle informazioni preziose. Già, non c’è alcuna trasparenza istituzionale e oggigiorno le madri dei bambini strappati semplicemente brancolano nel buio. Aleggia un mistero insondabile intorno alle pratiche degli assistenti sociali. Io la “mia” l’ho sentita due settimane fa la prima volta dopo alcuni anni. E’ disumano ma questi amministrativi sono irraggiungibili. E qui parlo seriamente.

Era qualche giorno che come potrebbe fare solo un animale in cattività nell’arena di un circo, mi aggiravo anch’io alla ricerca del colpevole, che da qualche tempo mi aveva rubato il buon umore. Ruggivo con gli occhi. Con un ghigno mi guardavo in giro sospettosa. Minacciavo con le mie falcate pesanti e regolari. Emanavo raggi nocivi all’epidermide umana da tutti i pori. Sì, ma di proposito. E poi dicono che non siamo in grado di intendere e di volere. “Dov’è il mio buon umore? Dove!” Speravo che il mio grido squarciasse il silenzio dell’interiorità di qualcuno, visto che non avrei potuto gridare alle quattro bandiere come mi sentivo. Immaginavo che esistesse da qualche parte il mondo delle “idee,” dove anche la mia idea di perdita avrebbe avuto quartiere. 

Al risveglio di qualche giorno prima, infatti, mi ero sentita subito giù. Sì… Giù, voglio dire sopraffatta – come quando… Non sai come mai ma hai come il presentimento che qualcuno abbia fatto qualcosa di male a te. Quando e come non si potrebbe mai saper dire. Evidentemente era accaduto durante la notte. Perché il giorno prima mi sentivo diversa. Più sicura. Sorridente. Sì ed era il mio stato d’animo abituale da sempre… Prima, quello. Era come se si fosse rotta la mia armonia e ora non ero più capace di guardare al benzinaio con la stessa durezza, né il ragazzo muscoloso, tantomeno sarei entrata nel bar con quella faccia. Non ero la stessa di sempre. Mi sentivo improvvisamente molle come una colpevole condannata davanti a una giuria. Mi sentivo dolorosamente scoperta e non ne conoscevo il motivo. Era come essere una pappamolla da schifo.

All’ora di pranzo, io e Archie avevamo già fatto almeno tre retate a passeggio e stavo girando i miei spaghettini in bianco con un filo di salsa di soia super-salted nel ciotolone da colazione “single-style” a pois che mi aveva regalato papà, prima dell’operazione. Mi sono portata in sala pronta a rilassarmi e cominciare a mettermi al lavoro: era tempo di scrivere un nuovo capitolo del mio nuovo romanzo! 

Avevo appena cominciando a scrivere, tra un boccone e l’altro ed ecco che ho sentito il muso di Archie che proprio in quel mentre si infilava sotto la mia ascella. Il mio cane voleva di nuovo attenzioni. Tempestivo come un rolex quando stavo appunto cominciando a concentrarmi avrebbe voluto uscire di nuovo. Io non ero molto decisa. Ma visto che i cani sanno sempre quello che fanno e Archie è il “sergente” di casa come sempre il mio cuore-di-burro-tutto-per-lui ha ceduto. In fondo avrebbe potuto esserci un motivo. “Avrà la pupù.” Mi sono detta. E siamo usciti di casa.

Volevo fare velocemente e tornare al romanzo ma siamo entrati nel solito parchetto, Archie come sempre ha fatto il suo ingresso da vigilantes scrutando l’orizzonte con fare famelico, alla ricerca dello sguardo da incrociare di qualche altro mannaro come lui ed ecco un piccolo cagnetto, sì… Un cagnetto davvero innocuo, piccolo nemmeno quanto un corpuscolino di quelle cosce di pollo che compro al mattino dal macellaio. Si vede che ad Archie avrà ricordato proprio quelle buone cosce, visto che le aveva ricordate a me e avrà pensato di mangiarselo. Infatti si guardavano e Archie si è seduto, a farmi la guardia. Ho ridacchiato mentre lo osservavo, alle sue spalle: “Archie…” Gli sussurro: “Sei davvero scorretto, sleale e ti piace vincere facile, allora.” Così, mi è venuto spontaneo domandare alla donna che dava le spalle a noi due se Archie potesse avvicinarsi e giocare, davvero bonariamente.

“No.” Ha tagliato corto lei. 

La risposta mi ha offesa e mal disposta da subito. Non sono riuscita a ribattere niente. Ciò che me l’ha impedito è stato uno sguardo fermo e irremovibile accompagnato da un mezzo sorriso che mi rivolgeva la donna in modo persistente, distratto e saccente. Distratto sì, eppure si stava soffermando un tantino troppo su di me. Era come se volesse intimidirmi o colpirmi, senza motivo. Non sapevo cosa pensare. Come se fosse più importante tenermi alla larga che non far giocare Archie.

La donna era una russa con i capelli che sembravano slavati da tanto che erano rovinati dalle decolorazioni. Io in quel momento mi sono accorta che era impegnata, con la figlia che avrà avuto su per giù un annetto che si dondolava sull’altalena e una ragazza di cui non avrei saputo individuare l’età che osservava la scena. Mi dico: meglio un no secco di mille salamelecchi come quelli di tanti italiani che sono così antipatici, dopotutto. E lì per lì ho sopportato la risposta sbrigativa e non proprio premurosa. 

Ma Archie aveva appena deciso che in base allo stato d’animo della sua padrona doveva fare il culo a quella graziosa famigliola e davanti a tutti, come piace a lui. Mi sono detta: “Perché!” E in modo che le donne potessero sentirmi presente gli ho intimato: “Vieni, andiamo via. Ora.” Ma Archie non ne voleva sapere. Si è sdraiato al suolo con lo sguardo fisso sull’altro cane e se tentavo di portarlo con me opponeva resistenza. Le donne hanno legato al guinzaglio il loro cane. C’era tensione. Di nuovo. La mia mente ha cominciato a prefigurarsi scene da panico con l’arrivo dei vicini Carabinieri. Allora mi sono fatta coraggio, mi sono detta: “Ma no, è impossibile che vengano i Carabinieri. Elena, ma cosa stai pensando… Coraggio. Archie… Andiamo, su!” E l’ho strattonato.

Ma lui non voleva saperne di andare via. Allora non ricordo esattamente cosa sia stato detto in seguito, solo che è stata lanciata una rispostaccia e qualche scambio in russo tra le donne che deve aver fatto scattare in me qualche stato d’animo che Archie deve avere avvertito, perché ha cominciato ad abbaiare… Le donne avevano paura dell’atteggiamento del mio cane. Doveva sembrare loro determinato. Era innegabile: era determinato a proteggere me. Aveva avvertito tensione quando la donna mi aveva guardato in modo persistente. Lui era il mio assistente, in fondo. Faceva il suo lavoro. Bisognava avere pazienza. 

Insomma i circuiti neuronali in simbiosi di Archie e me sono andati in tilt contemporaneamente, solo che i suoi lo avrebbero portato ad aggredire, i miei a cedere. E infatti non eravamo d’accordo. E quand’è così, è caos! 

Non sarò in grado di capire il russo, ma dal tono anche un cane come Archie era stato capace di intuire che le donne facevano le seccate, visto che Archie era irremovibile nella sua posizione e non accennava a mollare. E io in quel momento stavo pensando sempre più irrefrenabilmente infuocata che ad essere seccata avrei dovuto essere io. Solo che non avevo una compagna con cui mostrarmi seccata. E avrei avuto le mie buone ragioni se fossi stata seccata. Prima fra tante, che come dico sempre se porti fuori il cane che hai adottato, non puoi poi essere poi seccata se si avvicina un cane e devi prenderti cura che possa giocare, anche se stai dondolando tua figlia sull’altalena. Ed era esattamente ciò che stavo pensando. Allora ho fatto una cosa che non avrei dovuto fare.

Ho rivolto un cenno di disgusto. Sì. Alla figlioletta. Poi ho abbassato lo sguardo a lungo, mentre intorno c’era sempre più silenzio e non sapevo quello che stava accadendo. Quando ho alzato lo sguardo e ho guardato davanti a me, ciò che ho visto e non avrei voluto vedere è stata la madre della piccola sempre di spalle a dondolare, d’accordo, ma anche la ragazza accanto a lei che mi osservava con intenzione. Sapevo ciò che avrebbe voluto dire quello sguardo: ho visto come hai guardato mia sorella. Allora ho abbassato lo sguardo di nuovo. La famiglia si è alzata e se n’è andata con il cane piccolo. Noi abbiamo preso un’altra direzione. E quando sono rimasta sola con Archie all’angolo più prossimo a casa, in un parco, mi sono accorta che stavo sudando. Sì, di preoccupazione. Il mio primo pensiero dopo questo episodio è volato prima ad Archie. Poi al vecchio A. E mi sono sentita morire. E mi sono detta: “Le persone che fanno più male ai danni altrui sono anche quelle che non saranno in grado di proteggere i propri cari.” E mi sono sentita in pericolo, minacciata e insicura per via della… Mia stessa condotta. Non so perché ma mi sono accorta in quel momento che da quando avevo deciso che qualcuno mi aveva rubato il buon umore in quel quartiere faticoso, infatti, avevo perso di vista l’obiettivo: dare ad Archie sicurezza, protezione. In una parola: amore. Potrebbe sembrare strano se dicessi addirittura… Esempio. Ma è vero. Anche un cane ha bisogno di esempio. Esempio di bontà. Altrimenti farebbe la guardia anche in occasioni improprie, come era accaduto a noi. E se avessi dimenticato questa importante lezione, sarebbe stato possibile mettere in pericolo lui e me. Chi lo sa che là fuori non ci sia qualche russo, pronto a cospargere di bocconi avvelenati il nostro praticello, sotto questa o quell’altalena “privata”?

Dovevo dire “basta” ai sentimenti che covavo in cuor mio di risentimento o avrei finito per incendiare il quartiere. Come fare?

Tutto era cominciato quando deve essersi rotto qualcosa in me. Quando dal profondo della coscienza ho concepito come questa sua potente voce del didentro potesse giudicarmi e farmi torto. Come quella mia stessa voce potesse sussurrare al mio cuore: “Sei una brutta persona.” Quel giorno la mia integrità ha cominciato a vacillare. 

E’ accaduto nel giorno che ho trovato nel cestino posteriore della mia bicicletta a M. un sacchetto igienico per cani… Pieno del contenuto. E’ stato imbarazzante. Uno shock che mi ha costretta mio malgrado a entrare in un vortice di domande, che da allora è inesauribile. In fondo, è risaputo che questi dispetti si fanno solo a chi le merita, mi sono detta. E credo che sia stato che ero avidamente desiderosa di sincere risposte che devo essermi messa in ascolto dei dubbi su di me, capendo per la prima volta che per qualcuno, forse, – e non siamo tutti uguali, – se hai una figlia in affido e hai una diagnosi psichiatrica sei automaticamente una brutta persona… Cosicché sarebbe stato sempre più difficile sempre. L’impatto con la realtà è stato acuito dalla convivenza con A. che non faceva mistero della sua difficoltà a frequentare una donna con un passato difficile, scomodo. Che lui fosse un alcolista pluripregiudicato per lui non aveva importanza e non mi faceva sconti. Non si domandava se per caso anch’io, come lui, avrei potuto domandarmi la stessa cosa, se avessi per caso sperato di avere mai un partner più “all’altezza” di me. Problema che comunque io per indole non mi ponevo. Io gli volevo bene con purezza, tutto qui. Lui mi voleva un bene filtrato dal giudizio razionale, a quanto pare. 

Comunque sia, è stato da quel momento che la mia disponibilità a diventare una donna sempre più spregevole si è spinta oltre ogni limite in un’escalation che aveva le sue ragioni in un semplice principio: “Se vuoi abbattere il nemico, devi conoscerlo.” Con ciò, il mio nemico non era chi aveva messo in me tali dubbi, con una bella sorpresina nel mio cesto e nemmeno A. Bensì lo stato di brutta persona in sé e per sé avrei dovuto mettere k.o. 

La prima cosa che ho fatto dopo aver accettato che per qualcuno avrei sempre rappresentato una cosa sporca non è stato piangere. Né digrignare i denti. Né scrivere sul muro della casa di mia suocera “M. OBESA.” o andare alla ricerca del colpevole. La prima cosa è stata darmi una sbiondata. Una sbiondata sì. Ai capelli. Dal parrucchiere. 

Non appena sono uscita dal salone alla moda mi sono guardata con le extension e il nuovo taglio “importante” aveva funzionato. Non era vero come avrebbe detto qualcuno che non ero più io o avessi perso metà del mio fascino, con i capelli corvini. I miei lineamenti semplicemente si vedevano addolciti. Il mio sorriso con quella capigliatura sembrava improvvisamente più innocente.

Mi sono detta: “Sembro più dolce così.” All’epoca mi barricavo ancora dietro qualche scusa campata in aria, come ad esempio che il male fosse giustificato, quale legittima difesa. Proprio come se tutto il male che avevo subito potesse legittimare una condotta scorretta.

C’era una cosa che non potevo sopportare. E questa era viaggiare in autobus. Figuriamoci se si sta come delle sardine, negli orari di punta sulla via E. Ed era sugli autobus che infatti davo il peggio di me. Fatto sta che ero sempre più intollerante, in quanto alla presenza ravvicinata altrui, forzata dalle circostanze.

Sì, perché la seconda cosa che detestavo di più era la mancanza di modestia. E siccome oggigiorno il mondo pullula di “esibizionisti,” sugli autobus questi erano più portati a fare mostra di sé, è naturale. Infatti gli autobus sono il luogo urbano per antonomasia che può dare adito a un teatrino. Un teatrino breve e intenso come l’odore sgradevole di qualche persona non esattamente pulita! Basta pensarci infatti: come un teatro, sull’autobus era prevista l’entrata in scena, la seduta, l’attesa, l’alzata… E poi il momento più insopportabile di tutti: la sfilata verso l’uscita! Ormai mi ero del tutto convinta che molti frequentassero gli autobus quali privilegiati luoghi d’incontro tra single intenzionalmente. Ed io che ero l’unica single in circolazione che non voleva saperne di uomini e appena uno di essi s’interessava giravo al largo… Se anche avessi voluto allontanarmi, non avrei avuto luogo in fatto di diritto da far valere su un angusto autobus fitto di persone!

Ma quale pensione e pensione INPS! Col cavolo che una pensione INPS potrebbe essere ritenuta risarcitoria. Ho sempre pensato che gli invalidi come me dovrebbero essere dotati non di 500 euro al mese, se… Va “bene.” Bensì di elicotteri. Certo. Hai capito bene. E-li-co-tte-ri! E con tanto di autisti privati. L’autonomia non passa più attraverso le somme irrisorie che concede l’INPS. La libertà… Di cui è privo l’invalido va compensata, dico io… Con un mezzo in grado di portarlo dove vuole nel minor tempo possibile. A sparo. Boom! Che possa innalzarlo dalla marmaglia di cui è pieno il mondo. Questo è il male dell’invalido: il suo stigma. E lo stigma risiede nel cuore malvagio della marmaglia.

Quella si tratta della stessa marmaglia che poiché ha creduto nella menzogna che io sia una brutta persona, ha finito per convincerne anche me! Tanto che nemmeno mi ricordo chi fossi, ormai. Quello che so a differenza del passato è che se non fosse stato per la marmarglia di M., quella che ha posato il ricordino nella mia bici, oggi non conoscerei rimorso né risentimento né rancore.

La cosa che non potrei augurare a nessuno, io… Sarebbe doversi rapportare a chiunque in questo Paese fottutamente democratico. E poi dicono che non lo sia… Per i miei gusti lo è fin troppo. Ma non si corra subito a delle conclusioni affrettate. Io dico solo che l’eccesso di democrazia si configura come una tolleranza eccessiva verso chi offende i più deboli. Quelli come me. Quelli che rosicano e masticano… Amaro… Sempre. Perché?

Io rosico perché stringo i denti mentre mi sforzo di sollevare il peso del mio furore. Un peso insopportabile. Credo che prima o poi mi cederanno le braccia, in qualche modo semplicemente e allora cadrò. Credo che potrei morire accasciandomi. Se la mia morte avvenisse così, accasciandomi sarebbe la ciliegia che manca a questa fottuta opera d’arte che altri hanno voluto fosse la mia misera vita, pensata al posto mio. Spero solo che anche il ricordo di me soggiaccia all’oblio. Solo in questo modo non rimarrebbe alcuna evidenza disponibile, su quanto ce l’hanno fatta a schiacciarmi i bastardi.

Solo un body builder potrebbe conservare un perfetto sorriso smagliante nell’atto di sollevare duecento chili. Giusto? Esattamente ciò che la esile Elena non è. “La biondina con gli occhi neri vispi che si aggirava anonima con l’aria aggressiva come un cane insicuro.” Il mio epitafio.

La cosa che mi secca è che aggirandomi per il quartiere in continuazione con Archie al seguito non c’è più niente di nuovo in me agli occhi altrui.

Nella mia prima vita, quella prima degli psicofarmaci, amavo le novità.

Ieri mi sono detta che in fondo quando sarò morta complessivamente si potrebbe dire di me che io abbia vissuto per una causa. Sì, quella di ammazzare questo sistema repressivo con cui non concordo. Spero di averlo un po’ vandalizzato, scalfito almeno. Di esserci riuscita. Almeno in parte.

Nella mia prima vita mi sono sempre misurata con grandi imprese da eroina. Sì, avrei voluto diventare una campionessa d’atletica, un’attrice del cinema d’autore contemporaneo oppure una suora. Qualcuno qui potrebbe anche dire che non ci sono riuscita. A questi io risponderei: e che male c’è? Eh, già! Perché io non lo sapevo all’epoca. Ci credevo davvero. Ma a prescindere da questo, ne è valsa la pena, almeno. Sì, è valsa la pena di cimentarmi in grandi imprese perché la mia anima ha appreso qualcosa di valore. E’ la marmaglia il problema. Non i grandi esempi, tra i pochi uomini che ancora oggi si potrebbe dire che varrebbe la pena di conoscere.

E’ per questo motivo che in fondo avere immolato la mia vita per una causa l’ha dotata di senso. In fondo è proprio vero. Anche se non ho destituito “Don Rodrigo” dal suo seggio reale né vendicato alcuna madre che avesse perso i suoi figli con qualche iniziativa al limitar della legge, non avrò recuperato la genitorialità né sarò riuscita a sbarazzarmi del problema della diagnosi con tanto di “etichetta,” ma almeno ci ho dato dentro parecchio. Si può dire che abbia dato del filo allungato a quegli psichiatri. Mi hanno inseguita per mezza Italia quando fuggivo da loro.

Povera me. Quando ci ripenso mi capisco un po’ di più. Capisco come mai oggigiorno sono ridotta in un milione di piccoli pezzi.

Peccato che nessuno mi conosca, qui. Che non abbia chi mi mandi un messaggio di buongiorno al mattino, al risveglio. Immagino che capiterà a quasi tutti che il telefono vibri a ripetizione al mattino, tanto da riportare all’ordine prima dell’ora della sveglia. Immagino chi si siede a tavola con la sua famiglia. Con i suoi bambini.

Mentre al mattino a me arriva un solo messaggio. Quello fedele di mio padre. E sono sempre io a mandare un messaggio per prima a qualcuno che a me non pensa ormai da tanti anni. Sì, alla mia mammina. Sorpresi, eh?

Ma io ho Archie.

A volte sono convinta che io sia nata perché la mia storia fosse conosciuta da altri, che avessero modo così di sentirsi più fortunati di me.

Capitolo 3

Come se non bastasse il traffico infra settimana, era domenica mattina e c’era comunque traffico, fatto che agitava Archie e lo induceva ad accelerare sul marciapiede mentre passeggiavamo.

Rifugiatici in disparte sulla collinetta centrale di un parco poco distante da casa, mi stavo ciondolando in un momento di pausa tra un tiro e l’altro che Archie imprimeva con una forza da rinoceronte selvaggio al guinzaglio come sempre e prendevo fiato. Mi sollazzavo a guardare Archie, che annusava assorto e concentrato come sempre un punto preciso nell’erba e quell’attività mi rilassava. Dog watching. Ho fatto un primo sospirone per trasformare tutta la tensione cronica accumulatasi in me negli scorsi giorni, in sollievo. Sentivo uscire quella tensione da fino in fondo alle ossa. In quell’istante un rumore brusco e improvviso ha spezzato il ritmo di quel momento magico di silenzio urbano. Un tiro: non quello del guinzaglio di Archie, bensì una tapparella che a qualche distanza si alzava, troppo mattiniera per essere domenica. Il ripetersi di quel rumore scrosciante, tra una pausa regolare e l’altra, con la tapparella che si muoveva grazie all’intervento muscolare di qualcuno mi imponeva di sentir gravare su di me il peso della massa piatta di quello stupido diaframma in plastica bucherellata e ombreggiante per un attimo che anche se dapprima mi ha investita però poi mi ha riempita di malinconia. Mi ha fatta tornare bambina. Un ricordo allora mi ha rapita e fatta tornare indietro, a quando abitavo con i miei genitori.

Ho pensato infatti a quanto tempo doveva essere passato dall’ultima volta che avevo sentito quel rumore l’ultima volta, prodotto esattamente in quel modo. Molti anni, anche venti, ho pensato. Così è scattato in me il meccanismo dei ricordi e ho immaginato ad occhi bassi l’interno di quella casa. La casa della tapparella che si alzava. Un uomo si era appena alzato dal letto, un letto semplice ma dotato di lenzuola immacolate e garbatamente profumate. Si è avvicinato con passo incerto per l’interruzione dal sonno alla tapparella e ha fatto il rito che si ripeteva chissà da quanti anni in quella famiglia tutte le mattine sempre allo stesso modo con lo stesso rumore e le stesse pause tra uno strattone e l’altro. Rassicurante. La famiglia Tapparella, ho pensato e ho sorriso e una lacrima fredda mi ha rigato una guancia. Un leggero venticello che c’era nell’aria mi ha fatto sentire il bisogno di tornare al riparo. C’era abbastanza umidità e sarebbe venuto a piovere, forse. Ma questa era una scusa per non ammettere che in verità la notte precedente avevo fatto un sogno e stavo pensando a mio padre, che non vedevo da tanti mesi.

In casa mia da tempo immemore – da quando ero andata ad abitare da sola, credo, circa vent’anni prima – era come se non esistessero le care tapparelle serene. In compenso il rumore elettrico della serranda al piano di sopra, quando si azionava con un invadente pulsante irrequieto che faceva scattare il vibrante e prepotente movimento verso il basso e verso l’alto di quella sciocca ostentazione di domotica in casa propria, mi faceva sempre pensare di essere nel posto sbagliato.

Tuttavia, ben diverso era stato ciò che al momento dell’alzata mattutina in casa Tapparella era accaduto davvero. Un uomo si era alzato da lenzuola candide. E sì, fin qui ci siamo. Ma al primo accendersi di un lumino fastidioso in fondo alla pupilla – che altro non era che il primo raggio di sole appena penetrato in fondo al suo occhio, da oltre un forellino della tapparella – l’uomo ha lanciato un improperio e ha maledetto l’arrivo della giornata odierna. In fondo si trattava di un sentimento molto diffuso e condiviso anche da me.

Era mio padre quello di buon umore al mattino. Non il signor Tapparella.

Anche se era stato il mero rumore di una tapparella a sollevarsi io ero perennemente inquieta. In fondo, anche se io in quel momento non avevo a portata di mano alcuna tapparella da aprire che mi permettesse di maledire la luce del giorno, mi sentivo perennemente sotto l’occhio di bue di qualche divinità crudele e l’unica cosa che sapevo di volere era nascondermi in preda alla vergogna, senza un esatto perché.

Dal mio antro mentale è emerso questo grido muto: “Chi sarebbe il rompi scatole che apre la tapparella proprio mentre mi sto rilassando?” Ho sibilato ancora qualche altra maledizione tra i denti come se a essere penetrata improvvisamente di un getto di luce nell’occhio sinistro fossi stata io. Ma poiché ci trovavamo in uno spazio ampio e aperto a perdita d’occhio, non sarebbe stato facile uscire dal campo visivo di chi aveva osato interrompere la mia pace e ciò mi infastidiva. Mi infastidiva avere gli occhi addosso. Mi sono coperta la faccia. Ero sempre nello stato che potrebbe attribuirsi a qualcuno che avesse molto da dire ma solo di censurabile. Infatti ero costretta a zittire costantemente i miei motti “geniali,” motti di cui ero sovrabbondante e tumultuosa. Se solo avessi potuto dare voce, io… A quei motti… A quelle parole…

La solitudine mi aveva resa intrattabile. Adesso era ufficiale.

Il sogno che avevo fatto la notte precedente era stato più che altro un presentimento che mi aveva fatta trasalire. Mi ero svegliata di soprassalto con la stessa sensazione addosso di quando avevo incappato la prima volta in A., il mio ultimo moroso. Così, improvvisamente mi sono ricordata in quel parco che quest’oggi era il suo compleanno. Nessuno se ne sarebbe ricordato dei miei. Mia madre no. Non mio padre.

Si mormorava che una famiglia di stranieri quando andava a pasteggiare in almeno due dei parchi più noti del giro che fanno i cani, tra un turno al mini market e l’altro abbandonasse scarti di cibo avvelenati allo scopo di uccidere gli animali di cui non amavano la vicinanza, con la loro pausa pranzo in corso. E anche un giornalaio italiano lo faceva. E con il giornale sotto braccio mi sono detta:

“Allora è veramente possibile che io abbia rubato il buon umore a qualcuno.” L’avevo sempre pensato, senza mai crederlo veramente. La mia mente ha cominciato a viaggiare a mille nodi e più esplorava le possibilità più mi rendevo conto di qualcosa a cui non avevo mai pensato, da quando avevo perso fiducia in me stessa. E cioè… Era triste ma a quanto pare era possibile che fossi invisa a qualcuno davvero. Infatti il modo in cui osservavo minacciosamente ogni straniero che incrociavo sul mio cammino era lo stesso sguardo di chi incrociava il mio, di tanto in tanto.

Quando siamo rientrati dall’ennesima passeggiata, un cartello campeggiava sulla porta d’accesso allo stabile. Si trattava di un “avviso,” come avrebbe detto mio nonno. Il foglio metteva a conoscenza i condomini che nel corso della giornata di mercoledì, avrebbero avuto luogo alcuni lavori e pertanto si pregava di non parcheggiare nel nostro vialetto. Alla vista dell’avviso ho sentito di dover dominare l’impulso irrefrenabile di stracciarlo. Poiché ne avevo visualizzato esattamente ogni minimo brandello di carta volato al suolo, quando ho realizzato subito dopo che il cartello era ancora al suo posto, ho provato un forte senso di nausea.

Per me che non guido il contenuto del cartello avrebbe potuto ricordarmi solo il calvario superato prima di arrivare al giorno dell’appuntamento in Commissione speciale invalidi con tutta la documentazione, a richiedere il foglio rosa prima che mi fosse detto che mancava un documento. All’epoca avevo 38 anni. Tanto mi ci era voluto per trovare il coraggio di richiedere il conseguimento della patente. Ho pestato violentemente i piedi a terra per la frustrazione davanti a tutti e quando sono stata liquidata come chi fa sterile polemica sono andata via sbattendo la porta, in faccia allo psichiatra. Che stupida… Dopo l’elicottero in fondo l’auto per un disabile è decisamente il mezzo migliore. Mentre io andavo a spasso con una bicicletta e non avrei saputo come fuggire, in caso di una nuova chiamata all’ambulanza da parte di mia madre, dei diciottenni immaturi e stanchi di studiare conseguivano il titolo di guida ogni anno a migliaia. Avrei dovuto ravvedermi ma l’esperienza era stata così intensa che temevo quello che avrebbe potuto accadere, se a visitare nel giorno in cui fossi stata convocata io ci fosse stato anche solo per un caso lo stesso medico della mia “prima, magnifica volta” in commissione. Sicuramente quel medico se ne ricordava.

Una delle domande che mi facevo più spesso, con queste mie turbolenze di cuore, era come mai taluni medici andavano riempendosi la bocca di belle parole, spiegando con semplicità davvero disarmante quanto fosse lecito sapere che un malato mentale non è diverso da un malato “fisico.” “E allora come mai io mi sento diversa da un malato fisico, dottoressa?” Mi era capitato spesso di domandare.

“Ammalarsi mentalmente è esattamente come rompersi un arto. C’è la cura, la medicina, il percorso di riabilitazione…”

Ma mi trovavo in quella stagione della vita laddove avevo già intrapreso una direzione e ciò che ora contava era viaggiare a “crociera,” casualmente in un mare di turbolenze. E tra una turbolenza e l’altra emergevano sparute verità. Inutile prendersi in giro. Mi sentivo un po’ come qualcuno che decidesse di andare a pesca, in un mare in tempesta. E il punto è… Che ero davvero pronta per affrontare anche la tempesta, sebbene non ne fossi sicura. Allora, ciò che mi è sovvenuto a proposito del riddle di cui “sopra” è che non è vero che un malato di mente soffre come un malato fisico. Soffre doppiamente. Infatti chi soffre fisicamente è alleviato nel suo dolore dalla compassione dei suoi cari. Non c’è bisogno della conferma da parte di un medico che lo attesti. Le cose stanno così.

Tra questo e altri pensieri simili, seduta su una panchina stavo mangiando un gelato quando per caso mi sono voltata quando ad Archie si è avvicinata la mano di qualcuno. Mi sono sentita subito sollevata nel vedere che si trattava di V., un uomo circondato da un’aura di mistero, belloccio, con i lineamenti che sembravano scolpiti nel legno come quelli di una graziosa marionetta. Potevi riconoscerlo perché se ne andava sempre a zonzo con delle ciabatte orrende che mi facevano sorridere, con le calze bianche pulite sotto. Era una provocazione. Lo sapevo. Adoravo da sempre i tipi come lui (e come me, del resto.) Quelli strani. Da qualche mese non facevo altro che incontrarlo neanche a farlo apposta in ogni angolo del quartiere. Adesso faceva tai-chi. Aveva decisamente l’aria mistica da filosofo e l’avevo sempre creduto. Era un buon uomo. Ci conoscevamo sin da prima dei tempi della diagnosi. Ma non era un semplice. Non era uno come il mio amico scemo, quello che faceva l’allenatore. Anche lui era un amico di vecchia data. D’infanzia, anzi. Solo che era così… Allineato. Tutto qui. E non trovava veramente mai il tempo per me, anche se gli piaceva credere di fare il “possibile.” Se quello che diceva di fare per me era il possibile, allora voleva dire che avrebbe anche potuto risparmiarselo perché io non sono una miserabile che va a caccia della briciole del tempo altrui. Ed è così che mi aveva fatta sentire per troppo tempo ma adesso basta! Era finito il tempo dei giochi e avevo bloccato il suo numero. Il terzo caso era quello di G., un uomo che faceva il traslocatore ma mi aveva delusa da quanto dopo essere entrato in contatto con mia mamma, aveva cominciato a rapportarsi con me in modo difforme che nel passato, diverso, cambiato. Si trattava del mio problema annoso di sempre. Quando mia madre metteva il naso nei miei affari, c’erano sempre delle conseguenze sgradevoli per me. L’unico che fosse stato capace di mettere ordine nella mia vita era stato il primo A.

E avevo un’amica anche. E. La mia gemella. Stesso disagio, stesso odio per questa città, stessa grinta, stesso amore per gli animali. Tante delusioni alle spalle. Ogni tanto litigavamo, poi facevamo la pace. Ci passavamo i cani cui fare dog sitting. Facevamo le pulizie entrambe ed eravamo stanche della vita. Saremmo state più felici prima o comunque se le cose fossero andate in un altro modo. Mi viene da ridere se penso a quella volta che E. ha provocato alla lite A., l’ultimo. Gli ha detto in faccia ciò che pensava di lui. Che era brutto e violento e sapeva che mi metteva le mani addosso. A. è sceso con manifeste intenzioni lesive per andarla a prendere. Sono stata io a evitare il peggio e per un certo momento sì, ecco, ho chiuso il mio rapporto con E., fiduciosa che prima o poi ci saremo ribeccate e così è stato, anche se non era prevedibile. Di sicuro E. era una che sapeva ciò che voleva. Esattamente quello che avrei tanto voluto sapere io in questa fase.

Quando A. era con noi e ci mettevamo a tavola, nessun problema e Archie dormiva tranquillamente a lato del tavolo. Del resto, come criticarlo se era buono con chi poteva mettergli le mani addosso? Da quando siamo soli noi due a casa invece, il pasto è diventato un problema. Per me, si capisce. Allora le alternative che ho studiato, per poter mangiare senza “intrusioni canine” sono due. Mangiare elargendo biscotti per cani e mangiare in piedi. E faccio prima a mangiare in piedi mettendo distanza “verticale” anziché “orizzontalmente” essere costretta a distrarre Archie continuamente, grazie a lanci di biscotti che rappresentano i noiosi e frequenti intervalli tra un boccone e l’altro per me. Nessuna delle due alternative a ben pensarci è particolarmente rilassante. Ci ho riflettuto stasera per la prima volta. Stavo mangiando una pizza in piedi, come è vero che sempre mangio in piedi la pizza. Archie aveva lo sguardo fisso su di me. Non potevo perdere il controllo ma neanche sopportare la tortura di sentirmi in tensione mentre mi gustavo la cena o avrei avuto i sensi di colpa più tardi. Allora ho pensato a quel pizzaiolo cui Archie si era avvicinato un tantino troppo al momento dell’ordine per via dell’odore di cibo, il quale mi aveva intimato senza troppi giri di parole di farlo stare al suo posto. C’ero rimasta male, sì. Ma quel pizzaiolo aveva ragione. Dopotutto non potevo continuare ad essere schiava di un cane! Così risolutamente per la prima volta non ho condiviso neanche un pezzo del prosciutto che era sulla mia pizza con Archie e gli ho anzi dato le spalle. Ma la verità è che anche se per una volta era riuscita a fare la dura ero sempre una pappamolla.

A dimostrazione di ciò, Archie un momento dopo ha messo la testa fuori in balcone. Il balcone era rimasto privo della rete di protezione dall’estate precedente con Archie che l’aveva divelta completamente. E quando mi sono accorta che qualcosa doveva aver attirato l’attenzione del cane, anziché sporgermi a controllare cosa fosse hanno cominciato a tremarmi le gambe. Potevo vedere il busto di Archie in tensione, fermo con il pelo posteriore dritto e la coda alta e dritta come un fiammifero eppure sono rimasta lì, con le mani davanti alla faccia: “Oh, mamma mia…” Dicevo tra me e me. Così, poiché Archie era immobile come un baccalà ho trovato un po’ di coraggio e ho fatto capolino fuori. La prima cosa che ho notato è stata una donna che al suo balcone qualche piano sopra il nostro altezza stabile accanto, cacciava dentro casa il suo cane, con un sonoro calcio nel sedere. La seconda… Lui. Il cane. Il cane nuovo. Il cane nuovo… Dell’appartamento più sotto. Archie lo fissava e lo sapevo che sarebbe schizzato da un momento all’altro, eppure… Ho avuto così timore di quanto sarebbe accaduto che sono rientrata e mi sono coperta il volto con le mani per non vedere il seguito. Ma una mamma sa sempre quello che fa, in fondo al cuore. E a dimostrazione di ciò, al momento in cui Archie sarebbe scoppiato in una crisi di bau furibonda, mi sarei avvicinata dolcemente e l’avrei richiamato all’ordine, facendolo rientrare in soggiorno passando per la porta del balcone.

Avevo sempre saputo che prima o poi sarebbe arrivato questo momento. Il momento in cui avrei riconosciuto che per me sarebbe diventato impossibile avere un compagno. Già, qualunque compagno che non fosse lui, si capisce. Il mio primo A.

Ero collassata sotto il peso troppo grande di una vita spesa ad illudermi che questo sarebbe stato possibile. Ma dentro di me avevo sempre saputo che avrei dovuto credere fortemente sin da quando c’eravamo lasciati: “O lui, o nessun altro mi avrà.” Adesso non avevo più scuse. Ero costretta a rinunciare a una vita di coppia. Perché?

Perché quella maledetta certezza… Quel patto d’amore inesauribile che ci aveva uniti inspiegabilmente all’epoca non aveva ancora smesso di incantare i miei sensi, dopo la bellezza di 20 lunghi anni.

Nel garage di mia madre il ritratto inconcluso che mi aveva fatto A. era sempre stato lì, in un angolo a prendere polvere su di sé. In fondo, era proprio vero che ognuno di noi serba per sempre dentro di sé il ricordo di una sola persona speciale.

“Si dice che quella sia la nostra anima gemella.” Mi ha detto qualcuno una volta. E mentre me ne stavo lì, davanti al ritratto interrotto, pensavo queste cose e facendo profondi respiri ancora non sarei stata in grado di spiegarmi come mai se ciò fosse stato vero, allora, io fossi la prova vivente che anche i legami più forti qualche volta vanno incontro a una fine certa.

“La vita è lunga…” Mentre mangiava, davanti al suo posto a tavola apparecchiato da me, che quel giorno ero a fare pulizie da lei, mia madre cincischiava pane nero e sorrideva maliziosamente dicendo queste cose. Era venuta a sapere che ero tornata in contatto con lui, il primo, vero A. Di cui le altre A. erano state le copie delle copie delle copie.

Sì, è vero che la vita fa strani giri a volte. Ma avrebbe avuto bisogno di una grossa mano, se il suo obiettivo fosse stato quello di riunire due vecchi innamorati che oggi vivevano a 3 ore di distanza l’uno dall’altra.

“La vita non ha alcuno scopo, mamma.” Dicevo io mentre lucidavo il vetro della porta d’accesso al balcone. “E anche se fosse, non posso di certo ignorare il fatto che lui viva una relazione.”

Mia mamma rispondeva allora: “Se le cose stanno così, allora, sappi che se è vero che avevi atteso così tanto il momento in cui sarebbe stato possibile ricominciare con lui, si tratta comunque della tua ultima chance.”

E io rispondevo facendo di tutto per non pensare all’effetto devastante che quelle parole stavano avendo in me: “Ma quale chance… Mamma! Finiscila. Non sono nemmeno sicura che per lui sia stato così importante tanto quanto per me. Anche se… Ne ho il sospetto.”

Con la bocca piena mamma mi ha interrotta: “Ha figli?”

L’ho rimproverata: “Mamma!”

E lei: “Non volevo farmi i fatti tuoi!”

Ed io: “Cambierebbe qualcosa se ne avesse?” E ho fatto una pausa, con un lungo sospiro. “Non ne ha.”

La vita a volte sceglie per noi anche ciò che non saremmo mai e poi mai disposti a vivere. Ma in certi casi, non finirà mai di stupire. E allora chissà che se fosse possibile che certe circostanze si avverino… Voi possiate tornare a sorridere, una volta di più, ancora, proprio quando tutto sembrava perduto?

Ero certa che non avrei mai più rivisto A. Ma in ogni caso, c’era una cosa che questa storia mi aveva insegnato. La dignità di sopportare l’assenza di qualcuno di molto vicino al proprio cuore che può prendere il largo. E per quanto possa essere letale per un’anima che ama, l’atteggiamento migliore da avere è sempre quello del silenzio e della paziente attesa. Supponi che come è accaduto a me possa accadere a una giovane ventenne di perdere il suo amato. A quale prezzo lei sarebbe disposta a tradire il reciproco patto d’amore, se a dividerli era stata la forza delle circostanze? Se la carne del cuore è giovane e viva e viene colpita essa respirerà ancora mille anni prima di spegnersi. Questo è il genere di disperazione che si chiama lotta. E la lotta, a sua volta, è la cifra della vita stessa.

E oggi potevo essere grata a Dio per avermi donato almeno quei momenti felici, accanto a lui.

Tempo addietro, nel corso di una passeggiata con i rispettivi cani, avevo fatto un incontro inatteso. Avevo ritrovato per caso, al parco di fronte al nostro supermercato, un vecchio amico. Quando l’avevo visto non avrei potuto credere ai miei occhi! Era buffo, ma entrambi abitavamo a M. all’epoca della nostra frequentazione. Questa era avvenuta sempre nell’ambito della parrocchia del Centro della città. Le nostre strade all’epoca della mia gravidanza erano sembrate separarsi definitivamente, con il mio trasloco avvenuto per via dell’imminente matrimonio nella città del secondo A. E anche se sarebbe stato altamente improbabile che potessimo incontrarci in quella che sembrava essere la nuova città non solo mia ma anche sua, a quanto pare se non fosse stato vero che la moglie di L. era proprio bolognese, quella mattina L. ed io non saremmo rimasti un’ora a parlare assieme di teologia, in quella che era stata solo una vuota e anonima aula universitaria dell’Alma Mater e ora invece era appena diventato il teatro di un bel revival tra due amici di vecchia data.

La donna che era scesa dall’autobus alla mia stessa fermata ora camminava più prossima davanti a me quando stavo rincasando e mi sentivo alleggerita, dopo la tensione degli ultimi giorni. Ma riavviandosi i capelli dietro l’orecchio aveva assunto quell’odiosa aria indifferente tipica delle donne, se fingono di ignorare. Aveva fatto la “sfilata” e ora poteva ignorare in generale, insomma. Questo anche se non c’era alcun uomo sulla via E., ad alto potenziale di passaggio. Solo donne. Queste erano cose che io non facevo mai. Umiliare. Sì. Ma quando avrebbe finito di farlo?

Una parte di me avrebbe preferito dichiarare guerra apertamente: “Ehy, cazzo di esibizionista! Scansati, non mi piaci. Si vede lontano un miglio che stai sculettando in modo antifemminista e irrispettoso.” Umano, sì. Vero, sì. Ma folle. Per qualche motivo, ci sono emozioni che non si possono esibire qui. Pena un bel viaggetto in psichiatria… 

Invece, anziché accendermi, come mi accadeva sempre più spesso negli ultimi tempi, i miei confini e i miei sensi si sono fusi con quelli della donna come ipnotizzati, senza che potessi opporre alcuna resistenza volontaria. Si sono spenti, come un’eclissi. Ho visto rallentare quel movimento del sedere davanti a me, come colta in fallo nell’atto di alzare lo sguardo che non finiva più e diventava un istante dilatato all’infinito. Stuck in a moment. Come se avesse generato una traccia indelebile nella mia memoria, il ricordo dello sguardo che avevo gettato davanti a me ed era incappato sul sedere della donna ora continuava a ripetersi nel mio animo con la stessa intensità e la stessa emozione. Come un flusso continuo e stabile che non accennava a cessare, come lo spettro di un raggio fotonico. Con… Attrito inevitabilmente. Sì, perché lei provava piacere mentre sculettando davanti a me io ero costretta a osservarla ondeggiare. Avrei voluto distrarmi. Non ci riuscivo. Era così sgradevole…

Udivo come un soffio che dal boccaglio passa in una botte, in una maschera da sub ma era solo il mio respiro che mi arrivava amplificato dal ritmo del battito del mio cuore, fattosi più lento e profondo, alle orecchie. Ascoltavo il fruscio di quei capelli amplificarsi come lo scricchiolio forte di un pezzo di carta che struscia all’interno del mio stesso orecchio interno. Era la mia immaginazione ma li sentivo all’improvviso inspiegabilmente vicini, come amplificati dal suono del mio respiro. Mi sono voltata improvvisamente in preda al panico: credevo di vederli materializzarsi lì, proprio accanto a me… O forse questo è quanto avrei voluto: avrei preferito essere vittima di un’allucinazione vera per la prima volta, anziché essere presa in giro da un sedere.

Amplificata, in evidenza ma anche piccolissima: era così che mi sentivo, dietro quel suo scuotere. Mi sentivo invasa. Come violentata. Toccata da mani che non avevano chiesto a me il permesso di potermi sfiorare. Sapere che lo stava facendo di proposito a me era insopportabile come quella volta che il mio pollice era rimasto schiacciato nella portiera di un taxi. Ero entrata in un incubo senza fine. Di nuovo. E credevo di non sentirmi di nuovo bene.

Invece era molto peggio. Perché era tutto reale. In pratica, era assurdo ma avevo smarrito il senso del limite tra me e gli altri. Si era rotto un diaframma ed ero finita sotto l’egida altrui. Influenzabile nei miei stati d’animo. Era come aver perso un pezzo di corazza. Un pezzo di me. La mia identità. E perché questa era la novità, ecco che su un marciapiede in questa bella giornata tristemente mi sono lasciata confondere tra la gente svilente che odiavo a gareggiare per superare sconsideratamente… Una cazzo di sconosciuta che a pelle mi urtava l’ego! La mia sontuosa autostima ne stava risentendo. Lo detestavo ma a quelle condizioni ero diventata così vulnerabile tanto da sentirmi battere il cuore a tamburo ogni volta che si configurava anche solo un episodio insignificante come quello. 

Mi domandavo come mai improvvisamente fossi così a disagio e sentissi di non poter opporre resistenza più alla mia amigdala, come se essa mi fosse diventata estranea e rapitrice. Perché fossi diventata parte del sistema, come e quando fosse avvenuto esattamente. E non sapevo darmi una spiegazione. Mi domandavo se anche altri provassero la stessa sensazione di irrequietezza in cuor proprio in quella città e come uscirne. O meglio… Come rientrare nel mio guscio protettivo di sempre, nell’equilibrio che si era spezzato da giorni immemori, ormai.

Allora mi sono accorta di essere diventata collaborativa con il male anonimo che pervade tutto e tutti e mi sono sentita soffocare. E sapevo che se le cose non fossero tornate come prima, in men che non si dica, prima o poi sarei scivolata così in basso da vivere quella dimensione interiore così solidamente dura, tanto impenetrabile da rendermi impossibile guardare al di là del male che oggi mi opprimeva il petto… Come quella che vivevo prima di diventare chi ero. O almeno chi… Ero stata. 

Avevo perso il controllo delle mie emozioni. E ormai avevo spostato l’asticella della mia mentalità sull’assetto “comune” e il mio sguardo interiore era rimasto impressionato come il fondo dell’obiettivo di una vecchia macchina fotografica, cosicché avevo perso la mia soggettività unica. Ora mi sentivo parte di loro. Della marmaglia. Come, quando e perché fosse accaduto, non lo sapevo. Ricordavo solo che tutto ciò risaliva alla notte dei presentimenti di cui parlavo prima.

Mentre entravo nel vialetto sentivo bruciare la pelle, come se lo sguardo altrui fosse così cocente da infuocare le mie vesti. Indifferente, vanitoso, promiscuo, comunque indegno davanti al mio dolore, lo sguardo da parte di quanti in “osservazione” non c’erano stati mai davvero come era invece capitato a me con esiti disastrosi era insostenibile. Incandescente. Folgorante. E a getto continuo, soprattutto. A quel punto, devo essere arrossita.

Quando mi sono rivolta al cancello un uomo dietro di me si è rivelato essere la causa della sfilata improvvisata. Si è conclusa la “gara” di bellezza e finalmente mi sono sentita sollevata quando sono arrivata a casa, dove avrei potuto continuare a sentirmi al sicuro. Ma era un’illusione: l’irritazione non passava. Anche qui continuavo a chiedermi perché e dove avessi perduto me stessa.

Archie aveva ingerito alcuni bocconi sospetti, che avevamo trovato nel parco incriminato. In quelle circostanze mi ero sentita così scoraggiata che avrei conservato e portato direttamente al laboratorio analisi dell’ASL la carne. Ed era stato esattamente quello che avevo fatto. Purtroppo avrebbero dovuto passare almeno due settimane, prima di poter conoscere gli esiti e intanto il mondo sarebbe rimasto a guardare indifferente il mio cane che forse sarebbe stato male, senza alzare un indice. In quanto ad Archie, sembrava star bene e da parte mia ero ottimista e cercavo di mantenermi salda ma vigile come un buon angelo custode sul mio migliore amico in difficoltà. Cercavo di non lasciarmi andare ad altri pensieri turpi. Cercavo di non pensare a come fino a quel momento Archie avesse sorvegliato me sempre amorevolmente e non viceversa. Cercavo di non pensare a quando si buttava nell’edera e mangiava le margherite appena sbocciate, per la seconda primavera della sua vita da cucciolo grande. Perché la sua sepoltura sarebbe stata ricoperta di edera, se le cose fossero andate non bene.

Al negozio di animali avevo portato alla cassa una confezione di trachee di manzo essiccato. Si trattava di una confezione da ben 12 euro. Dopo averla guardata in faccia con interesse, ho chiesto alla commessa: “Tutto bene, A.?” Aveva un’aria stranamente diversa dal solito e sembrava quasi agitata. La commessa non ha degnato di una risposta la mia domanda e come distrattamente ha compiuto una piroetta su di sé così rapidamente, che non ho potuto fare in tempo a realizzare quello che aveva in mente. Era la prima volta che lasciava la cassa in mia presenza. Mi sono chiesta dove stesse andando così di corsa. Quando è tornata subito dopo, recava con sé un numero considerevole di masticativi, che erano in offerta e li ha rovesciato sul rullo nero. “Elena… Forse non avevi visto questi.” Con un po’ di scetticismo, dopo un istante di esitazione mi sono decisa e ho allungato le mani, curiosa di ispezionare le alternative alle trachee. Con attenzione sotto gli occhi volenterosi di A. ho controllato che fosse tutto reale alzando ogni tanto lo sguardo su di lei, come a verificare se la sua espressione fosse sempre sincera, proprio come mi era sembrata. Archie annusava, le zampe appoggiate sull’orlo della banco cassa. “Mani a posto, tu…” Gli ho sorriso, lui è tornato seduto. E rivolta ad A. ho chiesto: “Ma sei sicura di quello che fai?” A. non ha risposto nulla ma sembrava commossa. “Non dirmi che ti preoccupi per noi…” In quel momento mi sono accorta che la mia frase avrebbe potuto suonare strana o impertinente alle orecchie di A. Ma lei si è limitata a rispondere in questo modo: “Non siamo mica dei ladri!” Con un tremante sorrisetto imbarazzato. In negozio l’aveva sicuramente notato che facevo sempre fatica ad arrivare a fine mese. Cosa stava capitando intorno a me?

“Grazie!” Ho esclamato piacevolmente sorpresa, senza farmi troppe domande. “Ad Archie piaceranno sicuramente. Vero, birichino?” E gli ho accarezzato la testa. Mentre uscivamo, mi sono fatta l’idea che dovesse esserci una spiegazione logica a quell’iniziativa inattesa da parte della commessa.

A quel punto mi è balenata l’idea del tutto bizzarra di recarmi dal giornalaio e dargli un fracco di botte. Ciò che avrei voluto dirgli sarebbe stato qualcosa come: “Così saresti tu quello che avvelenerebbe i cani!” Ho scartato l’idea perché non avrebbe giovato a granché, non avrebbe impedito che altri stranieri piazzassero altre esche in giro per gli stessi parchi. A quanto pare erano in molti.

Quel giorno il mio sguardo puntava dritto e teso davanti a me, lontano, come se all’orizzonte fosse possibile intravedere una fine… Uno sbocco come avrebbe potuto essere il mare, da qualche parte. Mare che era in linea d’aria esattamente nella direzione opposta a quella che stavamo percorrendo io e Archie. Fatto sta che sentivo il bisogno di rilassare i sensi. Dopo aver concepito tutti i pensieri angoscianti che avevano caratterizzato le ultime giornate, ero stata iper-controllata e vigile. Adesso sembrava andare meglio ma sentivo comunque il bisogno di non abbassare la guardia… Non ancora. Avevo sempre la sensazione di non essere comunque più padrona dei miei stati d’animo e sarebbe bastato un nonnulla a farmi crollare, di nuovo. Lo sapevo che non era finita.

In quel momento ero sovrappensiero e mi sono accorta solo all’ultimo momento, quando sarebbe stato troppo tardi che Archie stava masticando ancora una volta qualche corpo estraneo. Si trattava di un ossicino di pollo lasciato lì, presumibilmente. Era la prova di quanto fossi distratta negli ultimi tempi. “Forse sono solo un po’ sottotono.” Mi sono fatta forza stringendomi nel cappotto e mi sono incamminata di nuovo verso casa. Dov’erano finiti il mio spirito d’osservazione da scrittrice, la mia ispirazione, attenzione?

Seconda parte

Avevamo avuto una pesante lite sull’eredità due sere io e mia madre e potrebbe sembrare strano che potessi essere disposta a portare avanti ancora il compito delle pulizie del suo appartamento. Qualcosa mi diceva che non era cambiato nulla dall’ultima volta che ero stata a casa sua. Né del resto sarebbe mai cambiato nulla da parte sua. Ma quando lei invece mi ha aperto davanti di nuovo la pesante porta di casa, ero al pianerottolo e non pensavo a nulla in attesa che qualcuno mi aprisse. Lei o il suo compagno, che conoscevo davvero poco. Stavo semplicemente tamburellando il mio piede a terra osservando se ci fosse qualcosa da pulire nell’area antistante la porta di casa di famiglia.

“Sorpresa!” Ho esclamato, inclinando all’indietro il busto e allargando familiarmente le braccia verso di lei. E’ inorridita. Quanto mi sarebbe sembrato più idoneo aspettarmi da parte sua sarebbe stato più l’espressione solare e soave e felice a cui ero abituata e mi sarebbe arrivata come una pugnalata allo stomaco, in passato, che non il grugno risentito e crucciato come una nota stonata in una melodia di Vivaldi che ha fatto. Non era mite e radiosa come al solito.

“Oh…” Mia madre con lo sguardo confuso, indecisa su come comportarsi non sapeva cosa dire ed era reticente ma ha ricambiato non senza una discreta dose di sufficienza l’abbraccio calorosissimo. “Ma cosa succede?” 

Ho notato una nota d’ironia nella sua voce. Sapevo quello che voleva dire. Mia madre intendeva che era abituata a ben altro trattamento da parte mia e un umore più cupo.

Ma in quel momento ho scelto di non farci caso, ho fatto spallucce e sono entrata nella camera adiacente all’ingresso, la cucina. Mi sono spogliata liberamente, ho appeso il soprabito all’attaccapanni e mi sono recata al primo bagno disponibile, laddove gli strumenti di lavoro erano in attesa di me puntuale al lavoro. Mi stavo infilando i guanti in lattice monouso senza troppi fronzoli né fretta quando in tutta calma, ombrosamente mia madre ha fatto un’inquietante entrata alle mie spalle, sorprendendomi mentre mi voltavo e me la sono ritrovata come in agguato oltre la porta. Non mi aspettavo di trovarla lì a scivolare davanti a me e ho sussultato di paura, poi mi sono messa a ridere. “Mamma, ma che cosa ci fai qui dietro? Vieni avanti, su. Metti un paio di guanti e vieni con me!”

“Cosa succede che sei di buon umore?” Ha soffiato come un gatto mia madre nel corridoio ombreggiato. Vedevo i suoi occhi che lampeggiavano carichi di una inaudita acredine sospettosa.

Ho sorriso, non ho risposto e sono andata lentamente a pulire il tavolo della cucina. Lei mi seguiva. Senza avere il coraggio di avvicinarsi una seconda volta ha indugiato dietro di me e avevo la sensazione di essere spiata. Allora ha avvertito un mio movimento del braccio che deve averle comunicato che ero accorta della sua presenza e mia madre si è defilata in camera sua. 

Stavo lavorando con lena, mia madre non diceva nulla. 

“Che c’è?” Le ho chiesto, da dietro una spalla. Non riuscivo a vedere il suo viso ma sentivo che era di nuovo lì. Allora lei ha provato ad accennare una risatina mesta e finta che avrebbe dovuto essere utile a dimostrare che era superiore a qualunque stato d’animo stessi vivendo.

Ci siamo guardate. E quando i nostri occhi si sono incontrati ho notato che stava piangendo. A quel punto ha gridato: “Un ridicolo pagliaccio che a malapena si regge in piedi. Un pagliaccio appeso a un cappio, sì: proprio il guinzaglio che tira il suo cane – ecco quello che sei!”

“Perché mi tratti così!” L’ho implorata mentre mi strattonava avanti e indietro tenendo me improvvisamente e saldamente per le due braccia, all’altezza del seno. Le spugne, i panni in microfibra e i detersivi con l’acqua profumata nel secchio si sono riversati tutti a terra, cadendo dalla propria sede sul tavolo.

“Elena. Ho bisogno di un favore. Devi aiutarmi. Giuro che se mi aiuterai, non te ne pentirai. Ti darò tutto quello che vuoi.” Mi ha sussurrato all’orecchio. Io sono rimasta in ascolto, terrorizzata. “So quello che stai pensando. Che ho sempre e solo pensato a me. E ti ho trascurata. Ma questa volta non ho altra scelta. Sono costretta a fare in questo modo anche se potresti non capire e so che mi dirai di no ma pensaci, ti prego.”

“Cosa vuoi da me?” Ho sibilato impaurita con la voce mozzata dalla paura.

“Tu e Archie dovete lasciare la casa del nonno. Mi dispiace.” Le mie pupille si sono dilatate improvvisamente. Allora mia madre mi ha abbracciata e supplicante ha continuato, in modo più rassicurante: “Ti prego… Elena, fallo per me. Il nonno sta per morire. Si tratta delle sue ultime volontà.”

“Ma ad Archie piace quella casa. E io non ho altro lavoro se non questo che svolgo a casa tua, solo quattro volte la settimana e senza contratto… Come potrei fare a trovare un’altra sistemazione?”

“E’ questo il punto.” Mia madre aveva gli occhi pieni di lacrime e con un’espressione della bocca amara mi ha fissata e ha affermato a denti stretti: “Verrai a vivere qui, con il tuo cane.”

Mentre le singhiozzava avvinghiata a me come un bradipo a quel punto mi sono intenerita e le ho promesso che sarebbe andato tutto bene. Ma prima ho domandato: “Perché il nonno vuole che…”

“Perché vuole che andiamo d’accordo.”

“Ti dico di sì mamma. Ma non mi illudo.”

Una settimana dopo Archie ed io abitavamo a casa di mia madre in pianta stabile.

Capitolo 2

Mi erano sempre piaciuti i tipi complicati. Quelli che hanno sempre l’abitudine di frapporre qualche ostacolo tra sé e il resto del mondo. Mind the gap. Come quando entri in un autobus affollato e l’unica cosa che vuoi con tutta te stessa è una sedia. Farebbe sentire speciale. Peccato allora che quando avessi fatto il giro del mezzo fino in fondo, l’unica sedia che avresti trovato “libera,” sarebbe stata quella nel vano quattro posti tipicamente accanto alla porta d’uscita ergo sfigati ed è “impegnata” da una borsa. E’ allora che viene il bello. Perché sarà a questo punto che saprai che nessuno potrà negartelo e anche se lo farai con malizia chiederai con un sorrisetto dispettoso: “Posso?” Chi avesse intenzionalmente posto una borsa sulla sedia accanto alla sua, interrogato debitamente ti odierà. Ma sarà costretto. Lo adoro.

Salvo poi incorrere nel classico caso dell’uomo che a quel punto sarebbe entrato dalla porta anteriore dell’autobus e tu l’avresti sentito, alzati gli occhi e ti saresti chiesta se si trattasse proprio del controllore, mentre direbbe all’autista: “Buongiorno!” Adesso saresti tu a odiare, con il debito sospetto finché egli sedendosi avrebbe confermato la propria innocuità e non belligeranza. Via libera. Intanto però il tizio che ha levato le tende dalla tua sedia avrebbe goduto, osservando le tue reazioni. Sì e il coccolone ti sarebbe costato e alla fermata successiva scenderesti dieci fermate prima della tua, a prendere una bella boccata d’aria fresca…

“Ma che modi!” Hai pensato tra te e te. Il bon ton oggi recita di non dire nemmeno più buon appetito a tavola… Figuriamoci se fosse lecito rivolgere il saluto a un autista d’autobus, che guida pure come un forsennato! Intanto nessun pensiero razionale però potrebbe toglierti di dosso lo spavento. Fatto sta che per andare a trovare tua figlia sei uscita con la bellezza di 40 euro nel portafoglio.

E qual è la prima cosa che vedi non appena metti piede in stazione centrale? La volante della Polizia, naturale. La stazione ne è piena. 

Stavo entrando appunto solo ora nel flusso cittadino o corrente che in un paio d’ore mi avrebbe portata a M., restituendomi in prestito per due ore risicate tra le braccia di mia figlia. E tra le mani reggevo il libro scritto da mio padre, al primo romanzo. Mi dava sicurezza. Speravo di poter farne leggere un breve estratto ad Elisabetta. Purtroppo però parlava proprio d’adozione. Quindi… No.

Scesa a M., il primo oggetto della mia attenzione è stato un hotel. Un hotel che mi ha ricordato quante volte mi ero presentata alla volta di un albergo lì, in fuga da qualche trattamento sanitario. Potrebbe anche far sorridere qualche lettore ma non è stato affatto divertente. E adesso era men che meno divertente vivere del ricordo di fughe rocambolesche e tristi che si concludevano allo stesso modo sempre. O quasi sempre, almeno. Tutte tranne una volta. E cioè quando l’avevo fatta franca dopo essermi nascosta per una settimana in uno stabile fuori mano.

Elisabetta aveva scelto per questo incontro protetto di incontrarmi in uno dei locali più chic della città. La prima cosa che ho pensato entrando nel chiosco sui viali è stata che sicuramente non avrei potuto permetterlo. In più ero incerta se sarebbe stato stimato meglio se avessi pagato anche per K., che ci avrebbe fatto compagnia. 

In quel momento due uomini d’affari in giacca e cravatta sono entrati per consumare e si sono seduti confabulando di abiti eleganti e boutique sportive nel tavolo proprio accanto al mio. Uno dei due ha avuto la bella idea di permettere al primo di ordinare. Allora astutamente ho tratto ispirazione da quell’espediente e ho pianificato che avrebbe scelto cosa ordinare per prima Elisabetta, nel mentre che io avessi potuto consultare il menu prima di ordinare a mia volta; in tal modo sarei stata in grado di poter prevedere la spesa effettiva del suo ordine e coordinarmi, proprio come immaginavo avesse fatto l’uomo d’affari. Decisamente avevamo budget diversi ma qualcosa in comune comunque, vuoi per questo o quel motivo valido. E sì, avremmo avuto una certa somma da spendere, oltre la quale ci sarebbe stato impossibile pagare. 

Mentre scrivevo il mio libro alacremente al nostro tavolo in attesa delle mie ospiti con un’ora di anticipo sull’orario del pranzo pensavo ad Archie, a casa da solo. Intanto portate prelibate su piatti di fine porcellana continuavano ad aggiungersi al tavolo degli affaristi. Allora per non essere da meno ho ordinato un caffè anch’io, al mio. Ero convinta e sicura che la cameriera più anziana facesse più spesso del previsto il suo giro nella zona del ristorante dove più tavoli erano occupati, la nostra. Ho notato che buttava sempre un occhio verso il mio tavolo per tre, imbandito solo con la tazzina e un mucchio di libri. Il tempo passava ed era piacevole stare lì al calduccio in quella giornata fredda di primavera sì ma mi sono sentita in imbarazzo. Erano tutti molto gentili certo e io non avrei voluto essere da meno. La mia ben nota educazione mi imponeva di spostarmi più verso l’entrata dove dei tavoli ad uso esclusivo del bar erano riservati ai clienti di passaggio nel locale. E mi sono seduta qui. Ho spiegato alla cameriera anziana che stavo aspettando due persone solo in quel frangente. 

Mi sono rimessa a scrivere alacremente ma avevo sempre quella sensazione d’essere osservata addosso, sì ma più critica. Forse ero solo io che mi sentivo strana, così sulle spine in attesa mentre gli ospiti entravano e uscivano, forse si domandavano chi fosse una che al ristorante va a leggere un tomo e prendere appunti anziché mangiare. Così quando il personale ha cominciato a intonare un coretto sulla falsariga del brano radiofonico in diretta mi sono sentita arrossire. Ho creduto che fosse per drammatizzare il clima plumbeo che era sceso lì per lì attorno a… Me. Allora mi sono accorta che detestavo l’allegria, quel giorno. La cameriera anziana aveva un’allegria contagiosa e pervasiva, insistente che mi irritava, qualunque cosa facesse. Mi faceva sentire come tenuta in qualche modo a partecipare anche se indisposta. Sarebbe stato più piacevole sentirmi tirare per i capelli.

Mi sono tranquillizzata immediatamente solo dopo che tre avventori entrati da poco mi hanno osservata in malo modo. Come se fosse la conferma che il mio sentire fosse attendibile. Che era tutto strano.

Quella cameriera mi faceva paura con quel suo cazzo di buon umore, tutto qui. Che se lo tenesse per sé! Era acutissimo… Era in acuzie di buon umore, direi; quasi scontato che mi facesse sentire piccola e timida tutto quel sentimento di rilassatezza. Mi faceva sentire semplicemente infantile, come non mi sentivo da tempo. Allora ho ricordato che le cose erano già migliorate un po’ dalla notte dei presentimenti e mi sono fatta coraggio spontaneamente. Ho tirato un sospirone ed ecco che è arrivata mia figlia.

L’entrata in scena della sgargiante Elisabetta è stata una gran corsa con il sorriso a braccia aperte verso di me. “Non posso credere ai miei occhi!” Mi sono detta, coinvolta dall’entusiasmo inaudito della mia figlioletta. “Fa questo davanti a sua nonna!” L’istante dopo che avevo ricambiato quell’accoglienza calorosissima e spalancato le braccia per lei, Elisabetta compiva una virata all’ultimo e si sottraeva, con tanto di espressione ovvia sul volto. Mi sono sentita ferita e presa in giro.

Ciò che non avevano spiegato alla mia bambina non era che le volevo bene; ma bensì che ci rimanevo con un groppo in gola tutte le volte se lei alla fine di ogni incontro com’era vero mi salutava senza nemmeno guardarmi e io la vedevo andare tra le braccia di sua nonna come portata via. Era ogni volta come se nulla di speciale fosse accaduto per lei. Come se tutto si fosse svolta ogni volto secondo la regola banale del “come nulla fosse.”

E se da un lato mentre passavo davanti al Duomo nel centro cittadino ho pensato a quel punto: “Cosa verrei a farci qui, se mi trasferissi con Archie, dopotutto?” dall’altro arrivata a B. subito sull’autobus il primo pensiero è stato invece il seguente: “La mia sofferenza qui non ha alcun valore. Qui il mio senso dell’umorismo va a farsi fottere. C’è troppa pressione interna qui. In ogni uomo o donna che ci sia.” E mi sono ricordata di quanto era accaduto appena il giorno precedente, quando un agente immobiliare in giacca e cravatta mi aveva mandata a quel paese volgarmente, mentre passavo e Archie stava abbaiando ad un altro cane. Furiosamente o meno, si trattava di episodi non isolati ma che non avrebbero comunque potuto sembrare poco preoccupanti. In fondo, passavo ogni giorno almeno cinque volte davanti a quell’agenzia. Solo che nel nostro quartiere questo genere di follie era considerata nella norma.

Mentre ero sul treno al ritorno con una mano mangiavo un pezzo di mela con l’altra prendevo qualche appunto per il mio libro: “La mia bellezza è passata,”“essere buona fino all’autodistruzione non è l’unica opzione possibile.” Scrivevo questo genere di appunti sopra un block notes e ripensavo all’incontro, con una certa dose di distacco e anche sollievo, che fosse andato tutto bene, alla fine dei conti.

Al ristorante infatti l’unica che aveva mangiato era stata mia figlia: due grossi pezzi di gnocco fritto e bollente che le avevano quasi scottato le mani, untuosi e delicatissimi. Così buoni che sembravano esplodere, fumanti e bombati com’erano. Giganteschi. Io che mangiare del genere da bambina lo vedevo solo a Natale la guardavo e pensavo a quanto fosse fortunata lei che quel genere di prelibatezza le gustava ogni giorno. Avevo scelto io mia suocera. Già, proprio così. Era mio merito quello di aver scelto quella nonna stronza e ricca che ora non mi permetteva di scambiare nemmeno un whatsapp con mia figlia affinché potesse essere parte della mia famiglia. Invero ero stata io a volermi sposare, non di certo quel buontempone del mio ex marito.

Era stata diversa questa volta con Elisabetta. Anziché sentirmi svuotata, avevo sentito il bisogno di accogliere la nostalgia e prendere le distanze. Ho saputo dare allora un nome finalmente a quel senso di svuotamento che mi aveva colta indifesa nella notte dei presentimenti: si trattava dell’indifferenza bestiale del mondo ed era la piaga più paurosa che circolava a B. nel nostro quartiere in particolare. E ho provato a guardarmi intorno con occhi nuovi, con uno sguardo più consapevole e ho visto tanti volti tutti indifferenti, che adesso temevo già meno poiché prima non conoscevo quell’emozione sorda e indefinita. Così invece mi sono sentita più fiera di averla guardata per quella che era.


Nota al lettore: se vuoi continuare a leggere la storia, io aggiorno continuamente questo link.

Lascia un commento

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora