Altre tre poesie.

Lettera a Babbo Natale

Un’auto non intestata a me,
molto ben assicurata però
ove nascondermi, all’occorrenza.

La denuncia che m’aspetto già
da parte di qualche bravo
soccorritore benintenzionato
addosso arrivare sento.

Puoi sistemare
nel bagagliaio
un bel po’ di viveri.
Leccornie,
per mandar via la malinconia
dai giorni tristi,
quando mi verrete tutti
a cercare
e per me vi preoccuperete
e io farvi stare in pena
per me
e attirare l’attenzione
non vorrei,
quale divertimento impossibile.

Un cuscino per dormire
nel buio della tromba delle scale
di qualche palazzo.

La chiave del portone di qualche palazzo
e ben riscaldato.

Un bel biglietto con il relativo indirizzo.

Un palazzo intero di mia proprietà,
affittato in nero,
cosicché sia impossibile
risalire a me
al catasto.

Ma il massimo sarebbe un rifugio
tutto per me,
che nessuno potesse scoprire dove fosse
mai
anche se piccino.

L’indirizzo di un albero frondoso
con molti rami accoglienti per la notte
sarebbe abbastanza.

Ma se quest’anno ho lottato,
potresti almeno farmelo trovare
in un bel posto,
su una spiaggia tropicale,
ad esempio:
proprietà del demanio,
dove è possibile dormire
anche la notte,
quando il capo mio
che non saprebbe più dove posarsi
ove riposare
potrebbe
addirittura legittimamente.
Semmai, in un campo di lavanda,
in Provenza.

Una tenda canadese, si capisce,
e un camper con i finestrini oscurati
tutti i comfort.

Coperte. Che altro?

Gli immancabili contanti per le spese extra
infine.

E un burqa dove sentirmi al sicuro,
semmai dovessi uscire dal mio nascondiglio.
Questo, visto che il mantello
dell’invisibilità non si potrebbe,
immaginerei.

Una scala antincendio,
per uscire dalla finestra, sita al terzo piano.

L’armadio dell’amante,
con un doppio fondo,
semmai entrasse la polizia,
con bombola dell’ossigeno,
air pod e qualche passatempo
e uno sgabello
per non stare in piedi sempre,
il tutto ben insonorizzato,
perché non si oda il soffio
d’un respiro esternamente.

Un rifugio antiatomico blindato.

Un fabbro già pagato, che potrebbe
provvedere a creare un passaggio segreto.

Una finta lavatrice,
dove rannicchiarmi fosse possibile.

Un avvocato che mi faccia sentire
protetta dai mali dell’avvenire.

Un telefono con una SIM
intestata a un prestanome,
per poter comunicare
con il mio fidanzato
che mi mancherebbe tanto.
Per aver novità sue.

Un complice pagato
che mi faccia compagnia
nella solitudine più nera
sarebbe l’ideale.

Dei documenti falsi,
con cui in sicurezza viaggiare.

E una festa a sorpresa finale
con finti amici
che potrebbero improvvisare
portare allegria
nei giorni bui

Quando il TSO sarà avviato.

Un domani inaccessibile

Non so dire
a lui
che

è finita
prima ancora di cominciare.

Che
non posso.

Non riesco

A fare più niente,
dopo che ho perso quella causa.
Inutile provare
a costruire una vita migliore,

quando la verità
è
che io
non ho speranza.

Alcuna.

Visto
che

Com’è bello immaginare
che domani in quell’ufficio
molti colleghi mi spalancheranno
cuore e braccia insieme:
“Ci piaci così come sei!”

Che senso d’appartenenza!

Dov’è il mio futuro invece?
Dunque, che debbo fare io
di fronte alla sconfitta,
alla domanda delle domande:
che mi aspetta,
di buono,
ancora?
E la risposta è:
solo altre domande.
Altre sconfitte?
E se il tempo facesse il corso suo?
O se m’addormentassi,
morissi, magari?

Che ne sarà di me?
A nessuno importa di me?

Accettare di sopravvivere così,
senza un lavoro degno,
o… lei
una figlia tra le mura di casa.

Avulsa dalla realtà

Dalla realtà avulsa,
detronizzata dalla sede
dei miei interessi vitali,
tutte le strade sbarrate
ho davanti.
In un vicolo cieco,
gioco a sembrare la quarantenne
convenzionale che non sono.
Me stessa non sono,
chi son non so.

Amici o nemici,
vale anche per me,
che lo si voglia o no:
sono una persona anch’io,
ci sono anch’io,
essere umano,
sgradito o meno.
Anch’io in dote
la vita ho avuto
da mia madre.
E anche se sola
e derelitta,
cammino, viaggio,
entro nei negozi.
Sorrido, parlo.
A volte scherzo pure.
Anche se non piace.

Una replica a “Altre tre poesie.”

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