Preview: “I poeti di Ponte Vecchio”

Introduzione all’autrice che sarà protagonista assieme ad altri pochi autori dell’antologia poetica I poeti di Pontevecchio, edita da Dantebus, prossima ad essere pubblicata nelle librerie.

Elena



«Benedetti siano gli istanti, e i millimetri, e le ombre delle piccole cose.» 
(Fernando Pessoa) 
 
La poesia di Elena Ferrari si muove come un filo sottile tra la quotidianità e l’abisso, tra il gesto domestico e la vertigine dell’essere. È una scrittura che nasce da un silenzio che vibra, che contiene dentro di sé un mondo di emozioni trattenute, di ferite trasformate in consapevolezza. Elena scrive “per dare voce a ciò che spesso resta nascosto” e davvero la sua poesia è un atto di rivelazione sommessa: l’intimità che si fa universale, la fragilità che diventa forza. Nelle sue liriche convivono lucidità e compassione, malinconia e ironia, disincanto e tenerezza: una combinazione rara che la colloca in quella linea di poetesse per cui la parola è tanto rifugio quanto strumento di resistenza. Già nella poesia “La domestica” si avverte la capacità di Elena di elevare il quotidiano a straordinario, di trovare la bellezza nei gesti minimi: Nell’umido del frenetico bucato/rovistato da due mani materne/potrebbero queste robuste braccia/distrarsi? Qui, come altrove, la scena domestica diventa una meditazione sul destino femminile, sulla fatica che custodisce tenerezza, sull’amore che si consuma nella ripetizione. Il tono è insieme ironico e pietoso, la poetessa guarda da dentro la vita e allo stesso tempo da lontano, come una regista che si commuove senza perdere il controllo dell’inquadratura. In “Rotto vaso”, la voce si fa invece cosmica e il sentimento personale diventa esperienza collettiva del dolore: Ho raggiunto la perfetta sofferenza/con il cuore mio/del sofferente mondo.
L’immagine del “vaso rotto” è iconica ed emblematica: la fragilità non è qualcosa da nascondere ma la condizione stessa della vita e dell’amore. In essa risiede la possibilità di rinascere, di amare questo amore fallimentare pur nella consapevolezza della sconfitta. È una poesia che accetta la contraddizione, che abbraccia il difetto come parte della verità. Una voce affine è quella del premio nobel Wisława Szymborska, per quella capacità di trasformare il banale in rivelazione e per il tono ironico e sobrio con cui parla delle grandi domande. La poetessa polacca scriveva: Nulla è mai soltanto un abbozzo/e ogni gesto, per quanto minuscolo, pesa come un destino. Così anche Elena, nella sua delicatezza, ci ricorda che ogni gesto – lavare, scrivere, attendere, sorridere – è una forma di esistenza piena, una memoria che si trasforma in luce. La poesia di Elena è definibile, quindi, come una forma di resistenza gentile: non urla ma insiste; non giudica ma guarda; non consola ma accompagna. È la voce di chi ha attraversato il dolore e lo ha trasformato in comprensione; di chi sa che la vita è imperfetta ma degna d’essere detta. Le mani che lavano diventano metafora di cura, la solitudine si fa casa e il fallimento – il male di fallire insieme sorridendo – diventa prova d’amore. Elena ci insegna che la poesia non serve a fuggire dalla realtà, ma a restituirle dignità, a ricordare che dietro ogni gesto comune c’è una storia, un’emozione, un desiderio di rinascita. In fondo, la sua è una poesia della presenza, del ci sono anch’io pronunciato contro l’indifferenza del mondo. Una voce umana, autentica, che – come scrive lei stessa – lascia tracce di luce. 
 
«[…] E come in un sogno, la curiosa novità in cui la noia di repente è trasformata, dolce luce, fino al chiaro interno uno ad uno i piccoli pioli della scaletta conduce finalmente contenta la piccola  vivace a risalire.» 
(“Finalmente contenta”)   
Nota biografica 
«Scrivo per dare voce a ciò che spesso resta nascosto: emozioni fragili, domande senza risposta, ferite che diventano forza. La scrittura è per me rifugio e rinascita, un modo per trasformare il quotidiano in memoria e poesia. Con il mio blog elenaferrariwriter condivido storie che emozionano, fanno riflettere e lasciano tracce di luce.»

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