Il testo qui presentato si colloca nel solco della scrittura autobiografica non pacificata, dove l’io narrante si confronta con un passato familiare denso di zone opache. In questo caso, la narrazione non mira a un riscatto consolatorio né a un ordinamento definitivo del trauma, ma a un’esplorazione linguistica e affettiva dei residui mnestici — materiali irrisolti che, più che ricordati, si manifestano come ritorni del rimosso.
L’autrice si serve della scrittura come dispositivo di interrogazione, più che come forma di rappresentazione. Il dato biografico, seppur centrale, non è mai esibito in funzione testimoniale, ma filtrato da una sensibilità critica che sfiora il documento per deviarne il senso: ciò che importa non è tanto “cosa è accaduto”, ma come il linguaggio può contenere, deformare o tradire ciò che ancora accade nell’interiorità.
La voce che attraversa il brano è percorsa da tensioni interne, scarti, incrinature: si tratta di una soggettività in lotta con se stessa, frammentata, spesso non riconciliata. Eppure, è proprio in questa frizione che la scrittura trova forza espressiva: una forma letteraria che non cerca coesione narrativa, ma verità emotive e simboliche.
Non si tratta di un racconto inventato, ma una traccia di memoria. Un esercizio di sguardo sul passato che si mescola alla scrittura, dove l’autrice osserva se stessa e la propria genealogia come oggetto narrativo. Non c’è redenzione né giustizia da offrire ai personaggi: c’è solo la volontà di narrare, di dare forma a ciò che ha abitato — e forse abita ancora — il corpo e la mente.
Il testo propone uno scavo linguistico e affettivo che attraversa storie familiari, luoghi, immagini, senza la pretesa di risolvere, ma con il desiderio di restituire. In queste righe non si cerca la pacificazione: si cerca la verità emotiva che resiste alla rimozione.
Ca’ di Pallerino è un hamlet del Comune di Monghidoro che oggi ha ben quarantanove abitanti e uno scorcio fitto di così tanto fogliame boschivo che obbliga a osservarlo ad ogni singola svolta che in quel tornante si fa venendo su da Bologna. Fogliame boschivo al sole pallido che in primavera fa venire il gelo nelle ossa. Solo chi non fosse bambino potrebbe conoscere le asperità che potrebbero incontrarsi a vivere lassù, a due passi dall’”Alpe.” No: non una vera e propria Alpe. Si tratta di una montagna. La montagna più alta lì a pochi chilometri e misura più o meno un migliaio di metri. Loro, i bambini del posto, così come anche qualche adulto cresciuto al caldo di qualche Suv quattro per quattro ben attrezzato e una stufa al pellet robusta, possono dire che Ca’ di Pallerino sia un posto incantevole. Tutto uno scorcio così: la vita? Un tornante, un saliscendi su una moto da enduro che un giovane in pista mette in bella mostra mentre infangandosi ben benino gli abiti tecnici non si preoccupa se non di oltrepassare una duna. E quelle moto che scivolano con il freno a motore giù per le discese che portano fino a Bisano, tra i boschi, alla pista, sono destinate poi a dirigersi a Bologna. Il capoluogo. A lavorare. Prima o poi. Questo nel migliore – o peggiore – dei casi; a Milano a Roma, a Rimini. L’Emilia Romagna da sempre è un crocevia per il vero Nord e la meta principale per chi venendo dal Meridione aspira ad una vita decorosa. Ma chi vive a Ca’ di Pallerino è un montanaro. E si sa, com’è. Da Modena a Bologna, di città rivale in città, la montagna grida al capoluogo con un’eco paurosa la sua solitudine, gelo, isolamento. In altre parole: bifolco. E al di là di tutti i luoghi comuni, andare in villeggiatura nella seconda casa a Monghidoro sì, si potrebbe fare. Ma viverci. Solo se è di moda fare downshifting, nel 2025, come farebbero alcuni pensionati cui piacerebbe godersi la vita con un basso profilo. Nemmeno fra i più abbienti. La verità la potrebbe raccontare solo chi fosse nato a Ca’ di Pallerino in inverno.
Gli occhi tristissimi, una donna del posto, Ermenegilda, proprio sotto l’unico luogo amèno di Ca’ di Pallerino, lo scorcio al tornante, avrebbe accolto nel suo grembo per dieci volte, lì, di anno in anno, come una benedizione l’uomo del posto leggermente più ricco di lei che era diventato suo marito, Sergio, anch’egli un locale. Anche se lei avrebbe avuto ben dieci gravidanze, sarebbero nati solo cinque bambini da loro: Umberto, il più grande, Giacomo, Astolfo, Chiara e Sole, la figlia minore. Avevano messo su una bella fattoria e producevano carne da macello, formaggi, ceste in vimini fatte a mano dalle bambine. Le pecore dovevano essere pascolate. Ci pensavano i figli. I genitori si occupavano delle mansioni pesanti. I cani facevano la guardia attorno all’area che per ettari circondava la proprietà. Molti erano i ladri e le scuole che frequentavano i bambini imponeva loro un certo ordine, non solo mentale ma anche fisico, anche se i bambini rubavano ancora la frutta per gioco o per dispetto, se faceva capolino sulla strada e strizzava l’occhio al passante. Era arrivato il Fascismo anche nelle periferie di Bologna e città che prima erano state gemelle ma flagellate dalla povertà imperversante ora erano più floride. I ragazzi erano felici di indossare quella divisa da Balilla che era loro stata offerta in dono. Le madri sorridevano all’arrivo dei soldati che facevano le ronde. Chiara aveva nove anni quando cominciò la guerra, ma a otto Variano, il suo futuro marito, che non la conosceva ancora, faceva già ipotesi sull’incedere di un possibile conflitto mondiale. Questo era caldeggiato nelle grotte della città gemella del Comune di Monghidoro, Loiano, sottovoce. In una frazione di questa località sperduta fra gli Appennini emiliani, le voci si facevano sommesse quando la notte qualche falò si accendeva all’improvviso nella nebbia, anche d’inverno. E ci si scaldava assieme con le bocche fumanti mentre il Frabaz (vecchio fabbro,) raccontava favole ai ragazzi. Gli adulti confabulavano di questo conflitto che sarebbe arrivato con l’anno venturo sicuramente. E non si sbagliavano.
Quando un tale, Saradino ci rimise una mano per aver provato a correre fra i boschi e una scheggia l’aveva colto impreparato, stava portando del formaggio ai disertori. Variano fu uno di quelli che la fece franca senza un graffio dopo il cessate il fuoco in quella battaglia epica che si consumò a Monte Bibele, sito etrusco che nascondeva i Partigiani. Fu terribile.
Ca’ di Pallerino si era salvata dalla devastazione della Seconda guerra mondiale solo in qualche parte e i suoi abitanti, quelli le cui case erano state rase al suolo, avevano scelto di ricordare il passato e avrebbero raccolto i propri averi e si sarebbero mossi più vicino al capoluogo, oppure a Firenze, subito oltre l’Alpe, emigrando nella vicina Toscana. Sarebbe mancato loro il mercato rionale. Tutto qui. Erano così entusiasti con il loro fardello di dolore addosso che andavano via a gruppi, esultando. La guerra era finita. Ora sarebbe stato tempo di rimboccarsi le maniche e rimanere più uniti possibile anche nella nuova destinazione, come avevano saputo fare da sempre. Con spirito di sacrificio si avventurarono allora a popolare Bologna e Firenze e presero mogli e mariti, senza pensarci troppo. Chiara sposò il piccolo partigiano Variano ed ebbero un’unica figlia, Maria. I fratelli di Chiara presero casa e si sposarono a loro volta gli uni gli altri creano dinastie che sono sopravvissute fino ai nostri giorni ma stanno scomparendo. Come mai sarebbe possibile saperlo in seguito.
Le ditte edili si davano da fare. Si costruivano case come fossero stati alberi e ce n’era una nuova ogni pochi isolati. Ognuno poteva vantarsi d’avere una casa appena costruita, molto diversa da quella avuta a Ca’ di Pallerino, Loiano. Quinzano e Monghidoro erano un ricordo. E tutto sommato cominciarono ad affiorare soprattutto ricordi benevoli nei cuori di quella gente semplice che più montanara non era. Era così grande il clima di festa e l’euforia tanto da sfiorare la psicosi collettiva. La mania per questo e quel nuovo marchingegno, elettrodomestico o automobile che fosse aveva cancellato ogni amara perdita dovuta al passato ingombrante da dimenticare di dimensioni epocali che tuttavia avrebbe lasciato il posto alla stessa desolazione di sempre, non appena, nell’arco di un ciclo finito, sarebbe rimasta nella memoria collettiva quale ciò che essa rappresentava realmente. Il vero sostrato fatto di niente su cui regge la fede dell’uomo nel domani. Forse perché il domani è mera illusione, o il tempo nemmeno esiste. Comunque sia, ciò che voglio dire è che tutto tornò esattamente come prima, anche se sotto sembianze diverse.
Verso quelle località un sentimento bucolico di nostalgia quasi pascoliana cominciò a sgorgare dagli animi dei vittoriosi e fieri padri e madri di sessantottini che oggi, da popolani che erano, si erano trasformati in agiati cittadini lavoratori e quadrati, chi più chi meno, a seconda delle aspirazioni. C’era benessere, non più miseria, in Emilia Romagna, come si chiamava allora la cosiddetta povertà. E Variano aveva insieme a Chiara una figlia che negli anni di Piombo era la meno ribelle di tutte. Cresciuta in modo austero, morigeratissima, guardava timidamente al proprio libro di scuola senza capire granché come mai potesse trarre beneficio da esso eppure ripeteva a menadito la lezione all’insegnante da studentessa disciplinata. Molti dubbi in cuor suo, tanta confusione in un mondo in tumulto con i carri armati improvvisamente in piazza Maggiore e seguire le orde di studenti era quasi un dovere, anche se era pur sempre un coro di voci, quello dei giovani rivoltosi dell’Università, così compatto che sarebbe stato inutile tentare di uscirne, una volta dentro. E sembrava tutto così affascinante. Anche Davide lo era. Quel giovane dallo sguardo pungente, profondo tanto da creare un turbamento interiore che la faceva annegare, affogare nel proprio stesso cuore pulsante e così fragile. Lui rompeva vetrine, lanciava molotov fabbricate da sé, aveva delle corteggiatrici. Lei era così invaghita di lui e si sentiva così tanto lontana in se stessa da quel mondo… sentiva così tanto allontanarsi quel mondo da sé e temeva così intensamente di rimanere indietro tantoché ormai era abituata a forzarsi, depressa com’era, a fingere. Cosa? Potersi lasciare andare. Poter cadere all’indietro, su un telo bianco. Con fiducia.
Anni dopo avevano avuto due bambini. Lei non aveva mai smesso di farsi forza. Ma il filo si era spezzato. Quel filo… smarrito era caduto nel pozzo dei ricordi. Quale filo? Nemmeno se lo ricordava, lei. Lui a trentotto anni frequentava il Master di specializzazione all’Università americana. Lei faceva la mamma, di un figlio ormai sedicenne e gravemente disabile, come si diceva allora e di una seconda figlia. Quella era venuta al mondo sotto una cattiva stella e fu sfortunata tutta la vita. Stella. Aveva otto anni, si lasciava cadere all’indietro al gioco del campo estivo nell’anno 1996, quando altri ragazzi della sua età reggevano il lenzuolo per i lembi e si sentiva così felice. Il padre viaggiava continuamente per lavoro, sempre in giro per il mondo, dalla Cina alle Americhe, se tornava pure a casa sua a trovare la famiglia e se tornava tra le mura domestiche era tutta una festa. Figlia di papà al cento percento, la madre detestava segretamente quel rituale di saltellare sulla porta all’unisono con balzi così alti, padre e figlia, tantoché si sentiva scomparire, indesiderata, lei che non mancava mai ai suoi doveri e mai un grazie da parte della bambina. Ma i bambini erano troppo piccoli ancora. Non aveva nessuno con cui parlarne. Il marito non c’era mai. Lei faceva l’impiegata e comunque era perennemente in malattia a causa delle frequentissime recrudescenze di crisi del figlio. E dire che i suoi genitori l’avevano preparata bene per la vita: aveva un posto fisso indeterminato come Statale alla Camera di Commercio di Bologna! Decise che avrebbe potuto aspirare a qualcosa di più. Davide la riempiva di regali. Pellicce e abiti firmati però non sarebbero mai bastati a cancellare la sua perenne vanità. Avrebbe cercato un uomo semplice, non uno come lui, che avrebbe solo voluto fare carriera e già a quarant’anni poteva dimenticarsi della famiglia che aveva a Bologna. A volte era arrivata persino a credere in cuor suo che avesse una seconda famiglia all’estero. Spensieratamente gli chiese il divorzio, alla maniera di quelle sveglie.
Fu il giorno della caduta nel baratro bianco. Il lenzuolo al campo estivo sprofondò sotto il corpicino di Stella, la piccola di otto anni, la figlia di Davide e Maria, ben visti da tutti, specialmente nell’ambiente del catechismo e del campo estivo che si teneva grazie alla Parrocchia. Tornata a casa, mamma Maria fece sedere al tavolo i due fratelli. Comunicò loro la sua decisione: Franco, Stella… divorziamo. Stella aveva fatto finta di non vedere i litigi. Mamma con le spalle al muro. La porta socchiusa. E decise di continuare a tenere gli occhi ancora più chiusi sulla realtà circostante. Una realtà dove “prima ti portano al catechismo in Chiesa, poi divorziano… sposati in Chiesa.” A sedici anni mentre il fratello era internato in una struttura definitivamente e tornava a casa solo nel fine settimana aveva scelto di tornare a Bologna. Aveva scelto di perdonare la madre per averle tolto il papà amatissimo. Non si guardava mai dentro. Se l’avesse fatto non avrebbe scelto di tornare in quella città che avrebbe finito per odiarla e rigettarla, come tutti quelli che ci vivono e hanno dei sogni, come più avanti Stella avrebbe ripudiato Bologna. Era la nuova Ca’ di Pallerino e il ciclo familiare era ricominciato, era la sua vita ora in discussione. A sedici anni era muta. Muta, già. Prima di tutto aveva preso la timidezza dalla madre. La madre era completamente dimentica di lei. Quando Stella avrebbe avuto a sua volta quarant’anni avrebbe accettato che le donne possono fare molta fatica a rimanere sole al concludersi di un matrimonio. Ma all’epoca la pensava diversamente. Era convinta che fosse lecito avere un solo marito nella vita. Che semplicemente questa fosse la scelta più auspicabile. Ed era certa che avrebbe fatto tutto il possibile per non finire come sua madre, quella poveretta. “Una madre degenere che aveva abbandonato il primogenito in una comunità senza appello e ora si imbellettava” mentre lei era letteralmente senza… parole. Il suo mutismo era il sintomo di un disagio e delusione davanti agli accadimenti recenti. Attonita, lei che era certa di essere venuta al mondo come dono per sua madre, si rendeva conto che avrebbe fatto meglio a rimanere presso il padre, che aveva raggiunto solo due anni prima perché le mancava immensamente. E aveva trovato una madre così diversa da prima tanto che le sarebbe stato impossibile comprendere quell’improvviso cambiamento. Sospetti e ostilità divennero il pane quotidiano delle due. Maria semplicemente se l’era “legata al dito” e s’era abituata, sì, a fare a meno della presenza della figlia, o meglio s’era fatta una ragione per non guardare anche a quella seconda sofferenza filiale, dopo il declino del primo figlio: l’abbandono da parte di Stella per vivere insieme al padre. La madre era assente davvero? Affidò immediatamente Stella alle cure specialistiche degli psichiatri. E così cominciò il calvario di tutti. Perché Stella aveva un modo tutto suo di farla pagare a tutti.
Stella aveva diciotto anni, si era appena affacciata alla maggiore età e aveva tutta la vita davanti. Amava correre nel parco mezz’ora al giorno, faceva una vita sana. Chi preferirebbe ingrassare con gli effetti collaterali dei farmaci? Lei voleva diventare attrice, atleta o suora. Mai impiegata. E comunque pensava solo al presente, mai al futuro. E sbagliava. Cominciò a fare la guerra agli psichiatri, e più si scontrava con loro e con Maria più si impantanava e gli interventi per ricoverarla erano pretestuosi, preventivi almeno presumibilmente e frequenti. Anche due volte l’anno. Cio significa che passarono vent’anni e Stella ne uscì come una donna distrutta anche se profondamente consapevole.
Nel frattempo aveva avuto modo chissà come anche di fare una figlia, Stefania. Aveva già cominciato a trasgredire quel voto di non assomigliare a sua madre e i suoi mille matrimoni si moltiplicavano. Dopo Angelo, il primo amore, aveva avuto una storia-di-rottura con Luca, poi s’era addirittura sposata, doverosamente in lode alla sua bellezza e alla faccia di tutti, con Alfio. Aveva capito che se non si fosse sposata non avrebbe potuto rendere giustizia a sé stessa. Al proprio aspetto avvenente, che venerava in modo ossessivo, anche con scarsa disponibilità di mezzi economici. E aveva dimenticato cosa fosse la virtù. Se qualcuno non le piaceva da ragazza modello che aveva frequentato il Liceo classico era capace oggi a quarant’anni di gridare un insulto. Non aveva più peli sulla lingua a dispetto dell’educazione rigidissima accademica che aveva ricevuto, dopo tutte le sconfitte sulla salute mentale. Lei si credeva sana. E voleva essere considerata tale. Aveva capito che i bei tempi del Liceo quando era felice non li doveva a sé stessa ma alle frequentazioni virtuose che aveva avuto. E sarebbe stata più selettiva con le amicizie e gli amori, se anche la sua terza convivenza l’avesse lasciata. Quella con Fabrizio. Quel momento avrebbe anche potuto essere imminente e lei non aveva più l’età né le energie, fisiche e mentali, per mettersi al passo all’alba del nuovo fallimento. Eppure se lui non le avesse lasciato altra scelta, le cose non avrebbero potuto andare diversamente, anche volendo.
Avevano un cane, Togo, un giovane bastardino di meno di dieci mesi che correva in quella fase da adolescenza canina dietro alle cagnette per cercarne una da amare ma quella sera fu la prima che lo fece, quindi Stella si accorse che il cucciolo aveva gli ormoni impazziti e arrivò preparata al momento dell’incontro con la proprietaria dell’altro animale. Subito era indietreggiata, mentre il virgulto ringalluzzito si faceva avanti scalpitando. Accostò una Tesla.
