In un tempo in cui le storie d’amore sembrano dover essere o tossiche o salvifiche, questa narrazione si apre in un territorio più complesso: quello della zona grigia, del non detto, delle parole rimangiate e dei gesti fraintesi.
Qui l’amore non redime né condanna: si contorce, si sfibra, si deforma, ma resta vivo. Come certi dolori che non passano mai del tutto, ma impariamo ad abitare.
Con una scrittura che oscilla tra confessione e costruzione letteraria, l’autrice mette in scena una donna che precipita e si osserva mentre cade. E nella caduta — dolorosa, scomposta, reale — trova il coraggio di raccontare tutto: l’illusione, la colpa, la tenerezza, la stanchezza, la speranza.
Il romanzo è dominato da una voce narrante acuta, intermittente, spesso in contrasto con se stessa. Non ci chiede di scegliere da che parte stare, ma solo di accompagnarla nella verità interiore del suo racconto.
C’è A., figura maschile sfuggente, imperfetta, mai davvero riducibile a carnefice o salvatore. C’è Chupito, piccolo essere testimone silenzioso. C’è G., amico mediatore che agisce senza sapere fino in fondo cosa sta cercando di proteggere. E c’è lei, la protagonista, che scrive per capire se perdonare è un atto d’amore o una forma di sopravvivenza.
Questo non è un libro sulla violenza domestica. Né un romanzo di formazione sentimentale. È qualcosa di più rischioso: un racconto che osa stare dentro il dubbio, che non sistema le contraddizioni per compiacere il lettore.
Un romanzo che si scrive mentre si vive. E viceversa.
Una storia vera
“Un vero buco nell’acqua. Solo che il sasso sono io. Praticamente un suicidio. Mi sono buttata. Il punto è: ora chi risalirebbe più? Dopo quello che mi è capitato.” E via così… Vado avanti raccontandomi queste cose.
Non faccio altro che guardare se la sorpresa che aspetto da oggi domenica 22 giugno alle 12 è arrivata fuori dallo spioncino oppure la finestra, sulla sua Panda rossa. E niente. Lui, il secondo marito che senza crederci troppo convintamente come per gioco, dando per scontato che noi non ci lasceremo ho buttato fuori, questa volta, per sempre, è là, ora da qualche parte e sarà felice senza di me. Non farà eccezione lui, questo secondo marito che finisco così. Per un colpo al tirassegno mancato, per una volta tra tante che ho buttato fuori. Ha trovato lo slancio di venire fuori dalla freccetta praticamente, ma con l’anima tutta intera, ben estratta.
Altroché proiettare un film. Molto di più. Questo non è un film. È la vita vera. La mia. In questo momento davvero tragico. Con una figlia in affido, un solo amico al mondo, niente più genitori, una casa in comodato d’uso, pochissimi soldi.
Sto aspettando che la lavatrice finisca il suo triste ciclo con gli abiti che lui verrà a prendersi tra ore, al massimo domani credo.
Se avessi pensato alle conseguenze…
Ora mi ritrovo sola, con il mio cane e credo che potrei prenderne un altro, al massimo, per essere meno sola. Perché persone non ne voglio attorno. Mi hanno ferita troppo. Vabbè questo marito mi malmenava. Appunto. Ma altri mi hanno fatta impazzire, che è peggio ancora e mandata ricoverata. Giuro.
Letteralmente.
Ho riconosciuto questa volta l’assenza di dubbi nello sguardo di A., il marito in questione. Non è come tutte le altre volte, quando ci siamo lasciati per finta. Ora è veramente sparito. Perché non si fa vedere da ore. E in quattro anni di convivenza non era mai accaduto.
Credo che il cucciolo di nove mesi anche se se la prendeva con lui in continuazione, Chupito soffrirà. Era il suo capobranco. Inevitabilmente. Un omone spettinato di cinquantadue anni alto uno e novanta che si lamentava in continuazione di noi ma faceva compagnia con le sua lagne. Almeno. Lagne. Quelle. Che vuoi che sia. Mi faceva tenerezza quel suo destarsi al mattino e prendersela con le scarpe, con i muri, i bicchieri. Diceva che gli avevo rovinato la vita con tutte le sue forze e lottava disperatamente per rimanere. Sembravano tentativi i suoi in fondo teneri di ribellarsi e difendersi da me, qualcosa di impazzito che non poteva controllare accanto a sé. Era divertente. Ma non era vero, mi dicevo. Ero un’illusa. Convinta com’ero. Che scherzasse. Che non potesse credere veramente alla sua età così irresponsabilmente alla versione sputtanata di me che restituiva con le sue frequentazioni telefoniche, le ultime che aveva. Io sono irresistibile, dai! Ma ultimamente era dura. In effetti, mi dominava. E ora che non c’è… Ne sento la mancanza profonda. Già da poche ore che la casa è qui, con il cagnolino che ancora non può sapere e lo aspetterà davanti a me che in fondo sì, lo ammetto, ne sono responsabile.
Lui mi menava. E menava il cane, va bene ma in fondo era pur sempre uno che avrebbe potuto rimanere senza ombra di dubbio per sempre. Io gli credevo. So che potrebbe ancora tornare. Gli uomini davvero singolari che non hanno nulla di comune come lui hanno un cuore grande. E io ho un handicap, insomma. E tutte le cose che sapete già, le uniche tutto sommato sulla carta che io possa dimostrare. Potrei piangere. Davanti a lui, quando arriverà, stasera, domani. Solo, spero. E lui potrebbe intenerirsi. In quei momenti lo fa sempre. Mi starà solo e solamente dando una delle lezioncine sadiche delle sue, tutto qui. Che in fondo… Meritano dai. E ha ragione lui. Quel pollo, che l’ha mandato al limite proprio prima che prendesse l’uscio e lo vedessi sparire riprendendo allegramente la scena dalla finestra di casa per averne un ultimo ricordo prima che tornasse tre volte dentro casa e se ne andasse davvero, non avrei mai dovuto comprarlo, per una spese di 17 euro.
Mi sono venuti i brividi giù per la schiena e anche sui quadricipiti quando stavo per mandargli questa lettera d’amore scritta con tutti i crismi e il mio unico amico, G., un mediatore nato mi ha scritto un messaggio: sta per telefonarti.
E non mi ha chiamato. Ma è arrivato?
Dejavu. Stavo lavando i piatti, questa volta con un po’ più di fiducia, perché fosse tutto bello e splendente al suo arrivo. Anche il bucato avrebbe dovuto trovarsi tutto riposto nei cassetti, prima della partenza prevista all’indomani per Cattolica. Era capitato così tante volte di sentirmi così, forse proprio che avrei lavato i piatti ogni volta quando fosse capitato. Credo perché è una cosa che non amo fare ma sono obbligata a fare e mi impongo di fare senza il suo aiuto nel nostro spazio comune. Un modo come un altro per rimboccarsi le maniche. E mi sono convinta che forse anche scrivere sarebbe stato un modo oppure una scaramanzia, poiché come stavo scrivendo sarebbe arrivato il messaggio di G.
“Cosa sarebbero quegli abiti sul letto?” Avrebbe detto A. non appena avesse percorso il corridoio per depositare al suo legittimo posto la borsa con cui aveva lasciato casa, ore prima. Vuoi mandarmi via per sempre? Avrebbe detto. E io avrei risposto: no, sono per la selezione dei nostri abiti per domani, quando partiremo e raggiungeremo la tua località di mare preferita. E lui avrebbe detto: la nostra località di mare preferita.
Pacifico, no?
Ma non si presentava. Il cagnolino lo cercava al suo solito posto per la seconda volta sul divano in salotto poi mi guardava con sguardo interrogativo e un’aria di sufficienza che mi faceva battere il cuore ancora di più. Tutto allenamento per un cuore già strapazzato, il mio.
Poi istintivamente aprii il portone. Era lì. Con la borsa in spalla. Affaticato. Lo sguardo deluso, apatico. rassegnato. Un piede su uno giù da basso al gradino inferiore. Ed ha avuto un moto di stizza perché gli avevo appena aperto senza che potesse averne il tempo. Ed io ho soffocato nel pianto tutte le parole che avrei voluto dirgli. Sai, ho parlato da sola, il cane ti ha cercato… Ho cominciato a dire tutto… troppo di tutto. Era già stanco. Ha detto che era tornato perché non sapeva dove diversamente avrebbe potuto andare. Io con un pianto ed un sorriso gli ho creduto solo in parte, o almeno mi sono sforzata di non credergli del tutto. Poi siamo rimasti in silenzio mentre io continuavo a scrivergli la solita lettera d’amore. Forse non mi ero accorta nemmeno per quanto ero stanca che lui fosse entrato. Forse non faceva differenza che lui ci fosse veramente, al suo posto, ora. Chupito aveva scodinzolato al suo arrivo. Mi ero accorta che aveva capito tutto di tutto nel mentre che A. non era stato in casa e io avevo singhiozzato, trattenuto e masticato amaro. Eravamo stanchissimi tutti e due.
Meno di un mese dopo mi sono accorta che non mi malmenava veramente. Che si trattavano le sue di esternazioni brusche in un contesto di forte tensione per noi: da quando avevamo adottato il cane così giovane non dormivamo più, né avevamo più tempo per fare l’amore oppure dedicarci a noi in modo frivolo. Lo spazio tra lui e me era regolarmente occupato da Chupito. A., nonostante fosse il capobranco, si sentiva estromesso. Aveva cominciato ad odiare la mia voce. Infatti ero sempre intenta a cinguettare nomignoli e moine al cucciolo che avevo adottato – senza la sua diretta partecipazione, del resto. Come dargli torto. Ho cominciato a pensare di essere un po’ matta. Non mi spiegavo più come fossi arrivata a credere veramente che mi avesse malmenata sempre, anche una sola volta. Non c’era alcuna intenzione malevola o lesiva in lui verso di me. Solo frustrazione, disagio. Più che riconoscibili. Eppure ogni volta che la tensione saliva tra di noi e il clima in casa si faceva irrespirabile, quasi tossico io ero stata convinta di aver subito dei maltrattamenti. Come era stato possibile? Dai, è così semplice sopportarsi. L’abbiamo sempre fatto. Lui è il mio amato bene. Non posso averlo pensato veramente. E dentro di me non negavo che sì, ci fossero stati degli episodi in cui il contatto fisico, beh – c’era stato, già. Ma mi sono resa conto che se avevo creduto che quelle fossero botte, dovevo essermi sbagliata: lui non ne sarebbe mai stato capace; ero io, al contrario, ad aver sempre sopra-interpretato e caricato di significati ulteriori la portata di quelle che forse un’altra donna avrebbe potuto chiamare violenza, percosse. Io, no. No. Lui, che da quando erano state coinvolte le forze dell’ordine era caduto in uno stato di prostrazione inesorabile, tentennava e ancora dopo un mese dopo quel 12 di giugno aveva in mente Zola Predosa, la cittadina prediletta del modenese dove una parte di sé avrebbe voluto mettere radici nuove. Cosa non avrebbe fatto pur di evitare le conseguenze di una querela ingiusta… E io che l’avevo mandata avanti sotto l’impulso di un momento di disperazione e confusione ora, pentita, avrei voluto rimediare e sono andata in Caserma.
Lì l’ispettrice che seguiva il caso mi ha accolta, l’esatto giorno dopo i fatti che si erano verificati e che avevano portato G. a interpellare i Carabinieri. Avevo preso un taxi, tutto qui. Ed ero partita per il mare. Ma quello che era accaduto prima e che G. sapeva ora ero convinta non fosse così tanto grave, dopotutto, da meritare la nomea di reato. E le conseguenze tipiche di queste per chi era stato tacciato d’averlo commesso. Quindi con voce esitante ma decisa dichiarai che mi ero rivolta a un terapeuta, a un legale, ero stata ben consigliata e che io e A. avremmo voluto convivere. Ancora, come sempre. E che lo amavo. Moltissimo. E no, non ho ritrattato alcunché. Ho corretto il tiro, piuttosto: ho dichiarato che il mio stato d’animo esasperato dopo mesi di semplici incomprensioni era stato alla base dell’errata interpretazione da parte mia di quei bruschi gesti, forse poco eleganti, d’accordo. Sì, ma tutt’altro che violenti. Tutt’altro che minacciosi. Ma tutto ciò non è bastato. A. non si sentiva sollevato come avevo immaginato io. Quando tornai a casa, dopo il lavoro, dopo la rettifica ufficiale della querela, era sempre sul depresso. Potevo capire ciò che stava vivendo? Già, proprio così. Forse ero davvero l’unica per un caso strano che da carnefice avrebbe potuto sapere quanto avesse nel cuore in quel momento di dubbi e precarietà.
Appena maggiorenne ero infatti stata dichiarata affetta da un disturbo, che era degenerato nel suo decorso cronico irreversibile fino al 2017, quando all’apice della mia caduta ero incappata in un medico che mi aveva messa in un centro psicosociale per ben dieci mesi. Era buffo, ma oggi stavo bene – e se stavo bene era per A. Proprio lui. E a causa mia che avevo preso quel taxi due giorni prima innescando il meccanismo di interessamento che a G. era sfuggito di mano fino ad arrivare alla Caserma ora lui rischiava. Ed era impaurito.
Ed ha piovuto, piovuto, piovuto. A dirotto. Per giorni interi. Giorni tropicali che hanno rovesciato il ficus in balcone, una delle tre piante che possedevamo. Ho trovato alla conclusione del diluvio il ficus abbandonato e riverso in balcone che era precipitato dalla sua posizione abituale. Era abituato a stare su un mobile bianco modernista, piazzato lì da mia nonna, chissà quanti anni prima. La terra si era tutta versata sul pavimento e il cagnolino, accorso ad annusare l’aria di libertà che si era spansa nell’etere attorno nel frattempo ha notato qualcosa nel cielo: era un arcobaleno. Il primo che avrebbe visto in meno di nove mesi di vita, che dovevano essergli davvero bastati per arrivare preparato a qualunque cosa – da parte dei suoi umani, almeno. Ha mangiato un po’ di terra. L’ho sgridato ma senza sortire l’effetto sperato. Infatti continuava a leccare per terra. Il gelo mi è entrato nelle ossa inaspettatamente. Era solo il 9 luglio. Come al solito Chupito non mi ha dato retta. Dava retta solo ad A. Piazzate le mani sui miei fianchi minuti e poco formosi, ho sentito le anche sotto le dita. Un dito mi ha fatto male. “Ahia…” Chupito con un movimento brusco mi aveva recentemente strattonata. Eravamo andati al parco, quel giorno. Aveva voglia di muoversi. Beh, ecco – l’aveva appena fatto ed il mio dito s’era slogato completamente, tantoché mi sarebbe rimasta sul dito una piccola gobba. Proprio sull’anulare sinistro, il dito del matrimonio. Già. Mi sarei ricordata di Chupito al momento tanto atteso. Quello in cui A. avrebbe messo al mio dito anulare un anello di fidanzamento. C’eravamo andati vicini tante volte.
Ma i miei sforzi sembravano svanire nel nulla davanti alla sorprendente capacità di innamorarmi perdutamente di A. Capacità che avevo mostrato soprattutto nei momenti più bui, quando avevo dato prova di saper dare bel fondo a tutte quelle risorse che le donne posseggono, come la capacità di piangere disperatamente anzi – singhiozzare per ore, pur di commuovere l’amato bene che vorrebbe solo andarsene da te. Era accaduto tante volte.
E non c’era verso, perché sarebbe sembrato quasi che ogni volta che era accaduto fosse impossibile oltre un certo limite porre un freno a ogni lite, di quelle che si erano scatenate: irrefrenabili, impulsivi noi ci facevamo trascinare in un vortice tossico senza via d’uscita. E ora, con quella querela, il limite era stato superato. Sì – sarebbe stato tutto inutile, anche ritirarla. Eppure, sai la cosa stupefacente quale sarebbe in tutta questa storia? Che eravamo ancora a casa nostra, lì, insieme, ancora dopo tutti questi casini. Io sempre incasinatissima con le mie crisi mentali, non sapevo arrivare nemmeno a fine mese con lo stipendio né farmi dar retta dal cane. Lui? Lui. Beh. Già. Lui. C’è anche lui. E se aprissi il libro su di lui, beh. Allora. Sarebbe tutta un’altra storia. Perché? Sarebbe come se un uomo leggesse per la prima volta.
Perché la verità non è semplice a raccontarsi.
*
Ero in macchina, in viaggio per Zola. E cosa ne sarebbe stato di me non avrei potuto saperlo. Quel giorno ero lì.
È un momento di passaggio, mi sono detta. Solo un momento di passaggio. Ma avevo già chiesto a gpt come fare a sedurre quel conoscente da cui mi ero fatta offrire un caffè al volo due giorni prima in passeggiata con Archie. Ed era tutto reale. Anche che volente o nolente ci sarebbero stati i primi segnali di chiusura. Avevo ricominciato ad andare in palestra e a truccarmi dopo un anno intero di trascuratezza, ad esempio.
Lui si metteva il gel. Et voilà… Era fatta. A 38 anni suonati di nuovo single.
Era una realtà. E scacciavo quel pensiero feroce.
Pensiero che arrivava quando avrei maledetto tutti quelli che avrebbero festeggiato il giorno del 4 luglio, quando A. ha gridato alla liberazione perché ci siamo lasciati. Quando sono partita per Ravenna insomma. Scacciavo questi pensieri, per non avere un giorno un brutto ricordo di lui un domani. E lo vedevo viaggiare alla guida accanto a me che canticchiava felice. “Sono le colline.” Era felice. Io perduta, smarrita, pensosa davanti a un domani sconosciuto. Ed ero nelle mani di Dio.
“Non temere. So che ti stai facendo i tuoi viaggi.” Ha detto. Era il suo modo brusco per spiegarmi che potevo non preoccuparmi eccessivamente. E continuava: lascia che il tempo faccia il suo corso. Per una volta che ero pessimista e preoccupata lui era stato ottimista. Ero sorpresa.
“La mia gelosia sarà un problema,” mi sono detta. Ammesso che mi avesse dato le chiavi e avremmo continuato ad essere fidanzati e questo sarebbe stato veramente solo un momento di passaggio comunque avrei potuto dovermi fare passare le gelosie. Ero sempre stata perdutamente gelosa di lui. E ora, che si era pienamente palesata la sua intenzione di acquistare con i pochi risparmi che aveva da parte una casa a Zola, eravamo diretti lì e pensavo subito a quali donne ci sarebbero state, io assente accanto a lui – in quale misura non si sarebbe ancora potuto dire.
Ma dopo aver visto la casa aveva mutato il suo spirito completamente. Ora ammetteva la possibilità che andassimo a vivere insieme in quella bella casa con giardino. Ed io ne ero semplicemente entusiasta.
“Tutta questa incertezza non mi giova,” pensai. Era un continuo trattare e ritrattare… Verrai con me, non verrai…
E settimane dopo mi resi conto che a quarant’anni sarei rimasta sola, invecchiata, demolita. E lui mi sarebbe stato vicino, ancora? A Zola. Invece di pretendere chiarezza, ho resistito. Ancora. Mentre viaggiavamo mi sono imposta il silenzio. C’eravamo lasciati due giorni prima l’ultima volta, eppure continuavamo insensatamente a resistere. Abitudine, credo. Eravamo stanchissimi di lottare. Ma l’abitudine era forse meglio della solitudine. O di qualcosa d’altro d’ancora peggio. L’ignoto credo.
*
Nel cuore della notte mi ero appena svegliata dopo aver fatto un sogno. E avevo sognato di consacrarmi suora carmelitana, nella città dove avevo vissuto da ragazza e studiato le Sacre Scritture come autodidatta. Quella dove mio padre abitava tutt’ora e dove io non tornavo da tempo. Ma il sogno si sarebbe concluso con un nulla di fatto: avevo Chupito – non avrei potuto consacrarmi. Mi sarei invece consacrata all’unione con il mio cane, per almeno altri quindici anni. Insomma, anche quel sogno si era concluso con una domanda. E una risposta del resto arrivò, ma ad occhi appena aperti: “La mia vita attorno al mio cane ruota e ruoterà sempre di più. E’ inevitabile.” Sospirai e scacciai rapidamente quel pensiero, come ero ormai abituata a fare con un mezzo sorriso un poco spontaneo sulle labbra, i lineamenti che si contraevano improvvisamente sul viso si facevano più duri e io mi sono ricordata del ritratto. Quello appeso al muro. C’ero rimasta così male nel vedermi ritratta così, la sera in cui me lo aveva fatto a penna un bravo pittore amico di A. Nel frattempo, A. era andato a vivere da solo, a Zola.
Non sapevo se ero io che mi ero riconosciuta in un ritratto poco realistico oppure se fossi diventata davvero così, come potevo vedermi lì, sulla carta, in un tratto troppo definito secondo il mio ego. Comunque, il dato di fatto era che non mi riconoscevo più – né nel modo in cui gli altri mi vedevano, a quanto pareva, né nella disastrosa evidenza data da quello che era il risultato delle mie azioni fino a quel momento: la mia vita sociale. Perciò, anziché ricusare quanto mi apparteneva mio malgrado, anche si fosse trattata di un’immagine un poco ingrata che mi ritraeva, ora quel disegno era appeso al mio muro. Il pittore, no… Lui aveva provato a fare sesso con me subito appena mi ero lasciata alle spalle A. Già. Pochi giorni dopo. Chissà cosa aveva pensato di me. Forse che fossi il suo tipo, probabilmente. Oppure che fossi carina. Oppure, più probabilmente, a me che raramente sfuggiva il modo di infliggermi dolore guardando oltre le apparenze, mi era sembrato che semplicemente volesse sentirsi nei panni di A. Era un suo amico. Non da tanto tempo. Ma frequentava pur sempre qualche gruppo di mutuo aiuto, come lui.
Ero sconvolta da quanto poco rispetto stavo ricevendo dagli altri, insomma. Potevo dare la colpa al mio abbigliamento. Alle rughe che cominciavo a vedermi apparire su un lato del viso, proprio sotto l’occhio sinistro. Ma sapevo che nulla di questa sorta di spiegazioni sarebbe bastata e la verità era solo una. L’altra faccia della medaglia. Cioè per quattro anni e mezzo ero stata la fidanzata di un uomo che apparteneva in fondo a quella categoria che avevo disprezzato per una vita, prima di incontrarci.
Sì, avevo lottato contro i pregiudizi nei confronti delle persone fragili per una vita intera. Mentre A. ne era stato pieno. Ne era anzi il sovrano! Mi dava della pazza. Avevo tollerato di tutto da parte sua! E nonostante ciò continuavo a cercarlo. Ma la rottura definitiva era stata data dalla barriera fisica della sua nuova casa. Senza quella forzatura materiale, non avremmo saputo come stare lontani. Questo nonostante tutti quegli alterchi. In fondo, A. era stata la persona che mi aveva ridato la salute mentale. E il mio più intimo timore inconfesso oggi, che non avevo più lui al mio fianco, era quello di subire nuovi abusi da parte di chi mi aveva inflitto dei ricoveri. Si trattava di una persona sola al mondo, quella di cui attendevo ogni santo giorno il decesso.
Da ragazza ero stata una di quelle vispe e allegre pulzelle sgargioline e un poco timide che dentro di sé vanno ogni tanto raccontandosi le proprie verità, i propri valori, con una certa convinzione e fanno giuramenti e stringono alleanze in virtù di tali valori, imparati forse sui banchi di scuola. Una di quelle verità per me era stata la seguente: “Meglio cogliona ma buona che cattiva!” Uno slogan che recavo sulla bandiera della mia etica personale. E non sapevo che quell’etica si sarebbe squarciata al passaggio di qualcuno, nei pressi della mia bicicletta nuova.
Tornando indietro quando ero sgargiolina però, all’epoca avevo sedici anni, e andavo a scuola proprio in quell’amata città che era quella di mio padre. E vivevo lì con lui. E c’era chi diceva che io ero Christina Ricci e mio padre il papà dell’attrice in Casper. Perché eravamo simpatici così, via! Ma malgrado tutte le migliori intenzioni e chi si fosse da giovani – e lo si è davvero, non falsamente – le cose cambiano. Anche in un lampo. La vita distorce i destini, e in essi anche i sentimenti vanno appiattendosi, oppure vanno in frantumi, oppure schizzano in tutte le direzioni senza un perché. Insomma, quei valori che erano alle origini dei nostri sentimenti, come la felicità, le illusioni della giovinezza si disperdono. E ci lasciano. Ci lasciano molto spesso soli. A volte, meglio così. Perché altre volte ci lasciano in compagnia di mostri che non se ne vanno. E a quarant’anni ti ritrovi a combattere contro dei demoni inseguitori come una furia cieca lanciata a velocità folle verso quell’unica certezza che sappiamo aspettarci senza troppa scelta, la morte, senza farsi più domande, senza più godimento. Eppure, qualche volta almeno si può dire che accada qualcosa di buono. Una piccola compensazione, ad esempio, al patire quotidiano, come potrebbe essere… Una novità. Ciò significa poi che anche la vita fa errori, si prende le sue responsabilità e risarcisce. Proprio come se la vita avesse una vita propria. Una sua personalità. Una sua voce. Un’anima. E fosse un’interlocutrice. E ciò, se fosse vero, significherebbe che varrebbe la pena di farsela amica.
Ma nel mio caso, ricordo molto bene quando la mia vita ha preso una direzione non solo inaspettata, ma anche non richiesta. E’ stato allora che ho cominciato a sentirmi seriamente ferita e incazzata. A sentire che stavo subendo.
Col senno di poi, posso dire che il cambiamento era stato incarnato dalla persona di A. Il mio mentore, malgrado ignaro di esserlo. Ma avevo costruito la mia pazienza proverbiale in vent’anni di frequentazione assidua della Parrocchia col sogno di diventare suora nella città del cuore dove ero amata e ben considerata da tutti. Non solo in vent’anni di psicanalisi, dove avevo imparato a controllare i miei impulsi ed istinti più mortiferi verso il genere medico, che odiavo letteralmente, proprio a causa di quegli abusi familiari che nella medicina avevano il loro sbocco e della medicina si nutrivano. Sembravo un caso senza via d’uscita, insomma, e la mia salute mentale compromessa per sempre, alla “tenera” età di trentacinque anni. E avevo già conosciuto A. Ergo, dentro di me quel polverone portatore di cambiamento, o sciame di cavallette egiziane aveva già cominciato a vedersi salire in lontananza provenire all’assalto verso di me in tutte le direzioni. La lezione che avrei dovuto imparare era decisamente quella: mai rimanere a guardare uno sciame di cavallette che si avvicina senza ricorrere alla fuga o senza rifugiarsi al sicuro. In un luogo davvero sicuro. Una minaccia va affrontata con la tempestività e la ferocia che richiede un fatto di sopravvivenza. Attraverso A. la vita mi stava insegnando a reagire. Quella sensazione tagliente alla bocca dello stomaco che mi faceva ribollire il sangue nelle vene e io ricacciavo giù era destinata a diventare la causa degli scoppi d’ira che avrebbero salvato la mia salute mentale. A. era l’uomo che con uno spavento o l’altro, alzando le mani, gridando, ribaltando una sedia, picchiando i pugni contro un mobile, rompendo uno specchio, mi ricordava semplicemente che anche a costo di diventarci scema, come accade in ogni grattacapo quasi privo di soluzione, sarebbe bastato sempre un bello spavento per far passare il singhiozzo, anche quello peggiore. Il che vorrebbe poi dire, fuor di metafora, che anche se in casa propria con il proprio compagno è un continuo “Fight club (sì,)” nonostante tutto questo ha i suoi benefici. O, almeno, li avrebbe. Se prima o poi il Fight club evolvesse in un rapporto più sereno. Già. Proprio così. “Quando finirà la lezione di vita poi e io avrò recuperato completamente la salute mentale allora potremo stringerci in un bell’abbraccio e andare d’amore e d’accordo.” Mi dicevo sempre questo, senza nemmeno saperlo, intimamente. Ma era un’altra illusione. La vita non dà mai tregua. La vita non stringe mai la mano. La vita se ne va, punto. Così, come ha fatto A. con me. Lasciandomi più forte, ma non ancora infrangibile. E forse il mio difetto era proprio che avrei potuto solo essere infrangibile per affrontare quei mostri, quelle incertezze, quegli abusi, quei ricordi, quella donna che aveva abusato di me cui io auguravo il decesso mentre era ancora in vita.
La miccia che ha fatto scoppiare la mia pazienza proverbiale, insomma, quel giorno fatidico, a trentacinque anni, è stata una cacca di cane avvolta in un sacchetto igienico nero ben annodato e abbandonato nel portapacchi della mia Graziella rossa tutta sgangherata comprata con i miei pochi risparmi. E’ stato così che dal “Meglio cogliona e buona che cattiva!” sono passata senza più indecisioni al “Meglio cattiva che cogliona e buona!”. Sì, ma solo dopo un lungo periodo di interferenze vitali per il mio mondo interiore, afflitta da una grave crisi anche religiosa, a causa del divorzio in corso con il mio ex marito, l’uomo che avevo avuto prima che A. entrasse nella mia vita, da cui avevo avuto una figlia che ora abitava con… Lui. Che fosse stata proprio la mia ex suocera a farmi quel dolce dono, un bel ricordino amorevole lasciato amabilmente dentro la mia Graziella da impiegata fresca d’assunzione presso uno Studio professionale molto borghese nel centro di Modena, Graziella che avevo fotografato e inoltrato via email a mio padre, agli amici, come frutto di “immani sforzi professionali” che a trentacinque anni ancora stentavano a destare l’ammirazione da parte di coetanei che avevano lo stesso lavoro da sempre, al contrario di me. Perché al contrario di me? Per la malattia mentale. Quella legata agli abusi, alla donna cui auguravo la morte.
Non potevo credere ai miei occhi. Aveva la forma di una bella gocciolona nera. Forse era la cacca proprio di quella cagnaccia di merda che mi abbaiava contro tutte le sante volte che andavo a trovare mia figlia oltre il cancello dell’abitazione del quartiere bene di Modena dove abitava il mio ex marito con il resto della sua famiglia. Comunque, io sono rimasta a domandarmi con le mani tremanti chi fosse stato ad appoggiare al centro del mio bel cestino bianco poco prima che mi incamminassi verso il posto di lavoro quel regalo inatteso. Ho pensato subito a quel vicino di casa sciocco che con la moglie più ignorante di lui che abitavano al primo piano dello stesso stabile dove abitavamo noi. C’erano rimasti male perché velatamente una sera avevo dato loro dei razzisti: “Non sarete mica razzisti come quelli che nel 2022 credono ancora che chi soffre di un disagio psichico sia pericoloso?” Ebbene, ad oggi su questo punto non saprei più cosa dire. I pregiudizi sono pesanti. Ma sulla pericolosità della malattia mentale. Già. Due giorni fa poiché la vicina di casa qua dove abito ora a Bologna da quando A. non c’è più si interessa dei guai che in casa farebbe il mio cane ho rigato la sua porta con la mia chiave di casa. Chi mi direbbe che prima o poi io non possa essere capace di uccidere perché i vicini non si fanno i fatti loro, o un altro motivo?
Comunque, il momento in cui ho trovato quella cacca mi ha fatta incamminare definitivamente verso la nuova dimensione. Verso la nuova me. Quella che “Non mi faccio mettere più i piedi in testa!” “Buona sì, cogliona no!” E “Meglio una piccola vendetta e il sorriso sulle labbra o un’incazzatura sonora ogni tanto anziché macerare odio mascherato da ipocrisia per tutta la vita.” E io ed A. a casa nostra cominciavamo a scannarci pesantemente, con sempre più gusto e ferocia nel farlo.
Camice morale
Poiché non ero cattiva e non avevo idea di cosa fosse il male, ho scelto di esperire sulla mia pelle quale percorso interiore ciò che il male comporterebbe quale conseguenza. In pratica, ho cominciato a praticare la via del male per poterlo toccare con mano e imparare a riconoscerlo, prima di poterlo ripudiare. O almeno, questo era quanto credevo che avrei saputo fare senza saperlo fino in fondo e in questo consisteva la mia ossessione, da quando avevo trovato la cacca.
“La vuoi conoscere una vera pazza?”
“E come no. La conosco. Quella del terzo piano.”
Così parlavano di me nel condominio.
Dallo sguardo del giovane vicino di casa con cui avevo avuto una conversazione pochi istanti prima, nel vialetto potevo sapere esattamente quello che stava raccontando al suo fidanzato gay: “Quella si crede sana di mente… Ma è completamente pazza!”
E il compagno rispondeva con odio sbigottito: “E’ così ridicolo che sia possibile che vada in giro con gente che la tratta come se fosse una donna… Una donna normale! Quella… Gente che adescherà sicuramente con i social perché è carina ancora alla sua età ha proprio lo sguardo e il comportamento di qualcuno che ignora la verità! Quei poveri malcapitati devono sapere chi è veramente la donna del terzo piano… Devono saperlo, occorre metterli in guardia da lei, prima possibile!”
Così la risposta del giovane vicino era: “Non sai quello che dici! Non vorrai attirare guai alla nostra famiglia? Come puoi non sapere ancora alla tua età che la Legge prevede il carcere per chi diffama una donna sola come quella lì. Sarai anche in buonafede, ma ti suggerisco di non impicciarti di quello che fa.”
E in risposta, l’altro: “Hai proprio una bella fantasia! Starai sicuramente pensando a una caccia alle streghe o scenari simili, quantunque… Ma non si tratterebbe di questo. Il problema è che i guai li avremo noi in seguito se non faremo nulla e rimanessimo a guardare quello che fa senza intervenire minimamente. Si tratta di vita o di morte. O decenza, comunque. Quella donna è palesemente pericolosa. I pazzi… Sono pericolosi tutti, nessuno escluso; dobbiamo tutelare il nostro piccolo amato condominio!”
“Non essere esagerato. Avrà un medico che la tiene a bada già. Avrà le sue pene belle e buone. Non fare il pettegolo!” E litigavano mentre io ascoltavo dalla parte opposta della parete mangiando tranquillamente un piatto di avena e annuivo, stanca dei soliti discorsi agitati di chi non avrebbe nulla di meglio da fare se non pensare ai fatti altrui. Dentro di me li invidiavo vagamente ma il sapore dell’avena mi ha distratta. Sapore originale della ricetta di famiglia.
“Io voglio solo mettere al sicuro il nostro quartiere di anziani e brave persone dalla gente pericolosa che c’è in giro. Questo sporco lavoro dovrà pur farlo qualcuno… E’ un dovere da cittadino che si chiami tale segnalare quanto qui non andasse o fosse difforme dalla logica comune. Bisogna stare al mondo. Devono sapere tutti chi è e lei dovrà accettare se stessa… Tra le sbarre dell’ospedale dove merita di stare! Poveretta… Potrebbe semplicemente sentirsi meglio rinchiusa. Potrebbe significare anche farle un favore, questo prendersi cura di lei…”
“Ma che scherzi! Ma che male ti fa? E’ solo un po’ strano che parli con il suo cane ed in fondo… Non ha mai fatto del male a nessuno di noi.”
“Ma lo sai che le hanno tolto la figlia in fasce!”
“Ma che ti fregherà! L’hanno tolta anche a una mia amica. Non sarai innamorato di lei?”
“Ha bisogno d’aiuto: quelli come lei non sono come noi. Sono fragili. Non capiscono se hanno bisogno di un aiuto esterno. Non sono capaci di chiederlo. Spesso nemmeno vorrebbero essere aiutati. Chi li capisce…”
“Che cosa hai intenzione di fare?”
“Ancora non lo so. Diciamocelo tra di noi, mentre nessuno ci sente: quelli non andrebbero aiutati ma debellati…”
Queste era il noioso chiacchiericcio borghese che abitualmente anche quelli seduti ai bar di quartiere sotto qualche portico intrattenevano mentre mi guardavano passare insieme al mio cane sogghignando tra una sigaretta e l’altra, intenti a perdere il proprio tempo senza sapere esattamente cosa raccontarsi alla pausa pranzo tra un turno e l’altro, in un borgo di periferia ai limitrofi di una città come Bologna, dove da sempre era considerato bello essere più spavaldo. Io, che avevo abitato per anni in città migliori e peggiori di lei, consideravo Bologna quale quella che era: un provinciale sobborgo pieno di cemento e fifa con tante sciocche signore nel cui cuore le manie di grandezza e la nostalgia lasciavano intravedere un passato sconcio. A nessuno piace Bologna oggi. Troppi perditempo, troppi sciocchi privi di usta. Forse, tanta bontà sprecata e adulterata che era diventata rabbia. La si poteva vedere nei residui di violenza serale in certe borgate estreme come la nuova Cirenaica, popolata da derelitti e disagiati, non solo stranieri. Ogni tanto qualcuno la faceva finita e tutto moriva in un silenzio così triste da lasciare un canto nel vuoto la sera, che qualche barbone sdraiato accanto al proprio cane mormorava cincischiando nel freddo inverno un chicco di mais donato ai piccioni che una settimana prima qualcuna di quelle sciocche signore aveva abbandonato accanto a lui in cambio di una parola buona. Una parola buona così forzata e così speranzosa da far quasi piacere.
L’effetto del mio sguardo nello sguardo altrui era dirompente da sempre: rispettoso, ogni occhio si abbassava al mio incedere. Da sempre. E oggi ero andata in giro con un uomo nel mio quartiere. Non quello con cui ero andata in giro per quattro anni, – un tipo strano come me, più vecchio di me… – e che ora non si vedeva più. Uno nuovo.
“Quelli guardano male…” Dei vecchi con la sigaretta tra le dita e una bionda erano seduti in cerchio come in perenne attesa di qualcosa ai tavoli rossi in plastica della Mot del bar accanto al quale stavamo passando per caso assieme. Era la seconda uscita ufficiale che facevamo in compagnia l’una dell’altro. Si trattava proprio di lui: il pittore.
E gli ho risposto guardando davanti a me, facendo finta di niente: “Per forza. Sono solo una povera donna malata, oggi. Ma un domani erediterò quattro appartamenti e molti beni dai miei genitori. Allora si guarderanno le spalle e me dritta in faccia con un bel sorrisetto timoroso come oggi fanno con quelle lì, oltre le vetrine.”
“Le commesse vestite bene?”
“Già. Quelle che hanno avuto qualcosa dalla vita. E poi…”
“E poi?”
“E poi andrò in un luogo dove nessuno saprà che sono stata pazza. Allora mi tratteranno come una che pensa davvero.”
E al bar però qualcuno cominciava un discorso:
“Pensa a quel povero cane che accudisce.”
“Bisognerebbe dirlo ai Carabinieri. Se glielo dicesse qualcuno di noi glielo toglierebbero. Sarebbe quello che merita una pazza come lei… Niente più abbai notturni e più giustizia comune.
“Lascia stare, sanno tutti chi è quella lì – è questa la cosa buffa e triste! Lo sa sua suocera, lo sanno tutti chi è. Se ne va sempre in giro con gli occhi “bendati,” completamente innamorata di sé e pensa di poter far credere che è sana di mente.”
E una volta ero anch’io come loro e con loro, cari miei benpensanti… “Badate che non si stravolga pure la vostra vita e il vostro modo ristretto di vederla!” Ho pensato in quel momento.
Pensa come è strana la vita: ingannare il tempo fingendo di non sapere che siamo tutti in attesa di morire e trovare anche il tempo per impazzire d’amore. E’ la cosa più banale che ci sia, se vuoi. L’amore come via di fuga.
*
A. era stato il mentore che era entrato nella mia vita con il compito di insegnarmi a reagire. Accanto a lui avevo imparato che una sana litigata è meglio dell’orgoglio, a volte meglio anche del sesso. E se n’era andato dopo avermi liberata dalle catene della temperata continenza che prima non avevo mai messo in dubbio. Era stata durissima eppure rapida come una sberla uscire dalla zona di comfort. Era bastata quella cacca nella bicicletta, il punto di non ritorno, la linea di demarcazione che più che a scegliere mi aveva portata a subire la possibilità che fosse meglio attivare delle risorse quali le reazioni legate all’istintualità animalesca di chi deve sopravvivere all’aggressione delle aggressioni anziché la mia abituale, consolidata, indiscutibile e identitaria calma. Ho dovuto cambiare. E in quanto a quest’espressione, l’aggressione delle aggressioni era la sopraggiunta sensazione improvvisa di aver rotto il freno della mia auto e che stessi scivolando e sbandando in un baratro fuori strada, inspiegabilmente e impreparata sulla via che avrebbe sgretolato e lapidato le mie certezze. Come ad esempio, quella che sarebbe stato possibile riacquistare la tutela genitoriale prima o poi. La minaccia che A. incarnava non era solo nei confronti della mia personalità tranquilla e spensierata da sempre al di là di tutti i guai, ma anche per il mio futuro. Ma non era lui il problema. Il problema era che avevo fatto male i conti, molti anni prima. Avevo sbagliato nel credermi capace di riavere mia figlia.
Alla fine della nostra storia, avvenuta mesi prima ormai, mi aveva trattenuta ormai qualcosa di così forte dall’andare incontro alle emozioni di A. tanto da impedirmi di costruire una relazione basata sui valori della fiducia ed altre questioni che erano sempre storicamente state per me essenziali, cosicché ad esempio mi ero ritrovata a mentirgli molte volte. Proprio io che predicavo i sani valori della famiglia quattro anni dopo mi sarei ritrovata ad ammettere di essere andata semplicemente fuori strada con lui e di aver tradito prima di tutto me stessa. Non mi riconoscevo più. Non potevo essere stata io a gridare, litigare forsennatamente nottetempo, mentire. Eppure era vero. Ed era agghiacciante. Non volevo più nessuno accanto a me.
La dipartita di A. sicuramente era dipesa dal fatto che se era vero che non avrebbe potuto durare tra di noi a causa della violenza delle liti, alla radice della scelta che avevo fatto io di mettermi con lui e non con altri c’era stata da sempre un’energia destinata ad esaurirsi. Con ciò mi riferisco all’energia che era nata prima ancora che nelle azioni, nel mio cuore ed era legato a un provvedimento del Tribunale dei minorenni. Quello che nell’anno 2018 aveva portato via dalle mie braccia di partoriente mia figlia, nata da tanti giorni quanti avrebbero potuto contarsi sulle classiche poche dita di una mano.
Per spiegare tutto ciò voglio dire che quattro anni prima di conoscere A., quando era nata lei, la bambina sottratta, il peso della situazione mi aveva schiacciata così tanto da influenzare tutte le mie scelte e farmi aderire sin da subito ad un cambiamento, che sarebbe finito in niente – appunto quando ho dovuto ammettere che poiché mia figlia E. era persa definitivamente e non avrei potuto accudirla nei suoi primi diciotto anni, era vero anche che se avevo lottato con tutte le mie forze per riprendermela, questa chimera e illusione aveva plagiato così bene le mie abitudini e forgiato la direzione delle mie energie tanto da indurmi a voler aderire a offerte di lavoro standard e una vita ordinaria, così lontana dalle mie corde tanto da risultare impossibile assurdità. Un obiettivo del genere per una come me, poliedrica e atipica, con spiccate doti artistiche sin da bambina, avrebbe dovuto sembrarmi sin da subito un insulto alla mia persona. Ma resa così cieca dalla furia di voler a tutti i costi riconquistare mia figlia, mi ero dimenticata di me. E ora qualcosa dentro di me, da quando si era fatto il vuoto, con A. che se ne era andato compiuta la sua missione di rompere con gli schemi, gridava e mi avrebbe riportata all’ordine. Gridava sì. Come anche A. aveva fatto tante volte. E ciò credo volesse dire che in fondo mi aveva voluto bene, nella misura in cui era stata l’incarnazione di quella parte di me che avrebbe tanto voluto impedirmi di andare a sbattere contro il palo della vita. Cosa cui A. si è sottratto infine senza potermi impedire di farlo, comunque.
Ero nel caos. Ad un livello di caos così dispersivo che non si sarebbe potuto pensare. Da quando ero una donna sola a 38 anni la vita aveva cominciato insensatamente a propormi possibilità e open doors come fossero state portate offerte dalla casa al ristorante del denaro e dell’amore e i miei occhi davanti ad ognuna di esse brillavano. Tentazioni allo stato puro. Ma forte dell’esperienza di vita da cui ero reduce, sapevo che si trattava solo di specchi. Non oro. Specchi che se usati nella loro luce migliore mi avrebbero restituito la mia sola immagine, non dei mezzi. Opportunità di lavoro, guadagni anche elevatissimi che mi facevano entrate in stati di esaltazione. Uomini abbienti che mi facevano proposte. Ma tutto ciò, che era esattamente quanto avrei tanto voluto avere prima di accorgermi che, ora, avrei dovuto fermarmi a riflettere anziché continuare a cercare la ricetta che mi avrebbe portato ricchezza e reputazione agli occhi delle assistenti sociali, tutte queste opportunità che mi si presentavano con tanto di pacchi regalo non mi interessavano più. Stavo vivendo pienamente uno scollamento dalla realtà di prima e cambiando pelle davvero. Ma questa volta, da sola.
Avevo davvero un dono: quello di superare ogni colloquio di lavoro e piacere al genere maschile, senza particolari motivi che fossero appartenuti alla sfera della fisicità. Forse ciò che convinceva di più in me datori di lavoro e chicchessia era che ero appunto normale. Normale, io… Normale, semplice. Lineare. A prima vista. O almeno, sincera. Oppure che ormai avevo raggiunto le conferme di cui una donna ha bisogno per sentirsi apprezzata sul piano della prima impressione: appunto quella che si fa quando ci si presenta a qualcuno di nuovo. Una tipa tranquilla, all’apparenza equilibrata, centrata, che sa quello che vuole, determinata anche e sapevo dire sempre le cose giuste al momento giusto. Forse conoscevo davvero così poche persone che ero davvero interessata agli altri e questo gli altri lo sentivano. Comunque sia, ero autentica e disinteressata, quasi svogliata anche se disponibile per indole e persino curiosa. Soprattutto, non avrei voluto più davvero né uomini d’attorno né un lavoro dei tanti e ciò mi metteva una spanna al di sopra degli altri candidati, che invece molto spesso si presentavano quali pronti ad elemosinare attenzioni per un contratto o un compagno. Oltretutto avevo conservato nei miei 38 anni di maturità la capacità di non sentirmi arrivata, anzi, mi credevo profondamente inesperta. Forse dentro di me avevo quell’ironia – e non mi prendevo troppo sul serio – tipicamente come quella di chi sa di aver visto una data scena tante volte e sa già come andrà, a colpo sicuro. Parlo dei colloqui di lavoro. Credo di averne azzeccato uno o due a pieni voti. E’ una cosa letale questa: acquisire sicurezze nel passato è un ottimo bilancio per il futuro.
A volte ero arrivata a riflettere in quanto alla superiorità e vantaggio dell’inesperienza quale potenzialità da mantenere intatta, quale riserva da non bruciare, in tutti i campi possibili ed ero convinta che fosse preferibile ciò che non si fosse fatto davanti a ciò che si fosse invece provato. Ad esempio, ritenevo migliore chi non bevesse a chi lo facesse – fermo restando che lo facesse consapevolmente, spesso e con una buona dose di fierezza.
Ma sul piano professionale le cose erano più complicate che non in quelle personali. Se in quanto alle relazioni stavo bene con me stessa e non avevo voglia di avere altri accanto a me dopo A., invece il denaro serve la dignità, il tenore di vita. Così mi sono imposta una disciplina, impegno e costanza in qualcosa che amavo fare: scrivere.
Avevo disperso tante energie mettendomi al servizio della ricerca della chimera, riavere E. e incanalato tutte le mie forze nella direzione sbagliata. Ora, avrei dovuto cambiare completamente bersaglio. E per centrare il bersaglio ideale avevo intenzione di allineare ad esso delle energie nuove, che però non sapevo dove attingere. Ero alla ricerca di un senso e motivazione ad agire nella direzione giusta e dovevo cercare tutte queste risorse in me stessa. Era come una caccia all’oro.
Per quanto fossi ambiziosa, non avevo mai conosciuto costanza, impegno oppure disciplina. Queste erano tutte qualità che temevo di incontrare sulla mia via. Ma una vaga idea che le cose fossero destinate a cambiare in ogni caso sempre perché le cose semplicemente cambiano per la loro intrinseca natura transitoria, ce l’avevo e non era mera filosofia, non nel senso peggiore del termine. Era una realtà. E così avevo realizzato che era importante che mia figlia stesse bene, nonostante potessi vederla solo due volte al mese. Perché se oggi stava bene ed era in equilibrio, un giorno nella bontà e nell’equilibrio avremmo potuto incontrarci davvero e di più, quando avrebbe raggiunto la maggiore età.
La cosa che faceva più male in questo quadro di Picasso chiamato “Possibilità dispersive” era senz’altro che tutti, nessuno escluso, avevano avuto la vigliaccheria e il cattivo gusto di negarmi la possibilità di sapere la verità, su quale fosse il pensiero loro circa la situazione riguardante mia figlia e se era vero che avevano omesso sistematicamente di suggerirmi di intraprendere questo o quest’altro tipo di iniziativa legale, mi avevano lasciata sola a combattere contro un orizzonte che essi sapevano perfettamente che prima o poi sarebbe stato sbarrato dalla certezza senza via di scampo di aver fallito. Nessuno le aveva detto, in altre parole: “Lascia perdere tua figlia, non la riavrai mai.” Nessuno era stato sincero.
Prima di intraprendere una direzione, occorre fare marcia indietro se è vero che si fosse raggiunto un vicolo cieco o capolinea, sulla via dell’errore. Occorre percorrere la strada della pena con l’ansia nel cuore e la preoccupazione di ritrovare il punto di svolta, senza alcuna certezza in cuor proprio di esser poi capaci di avviarsi per la retta via e non incorrere in altre strade chiuse o addirittura in un incidente.
Avrei tanto voluto trovare un rito da compiersi, un giuramento, un patto e promessa, un contratto con me stessa prima di provarci nella carriera della scrittura. Ma davanti ai ritmi imposti dal quotidiano non c’è contratto migliore da suggellarsi con il proprio futuro quale garanzia di costanza, impegno e disciplina se non la prova del dedicarsi giorno dopo giorno, immergendosi pienamente nell’attività creativa. Se c’era una cosa che non mi interessava, del resto, era il risultato. Posponevo ogni esigenza letteraria che fosse presumibile organizzare in funzione della pubblicazione secondo saggezza all’arte pura e semplice e il piacere di scrivere. E sebbene in molti mi avessero incoraggiata e spiegato quanto fossi “portata” o “brava” ero pessimista rispetto alla possibilità di pubblicare con una grande casa editrice. Ero proprio di natura pessimista circa i miei successi. Questa componente della mia personalità mi esimeva dalla possibilità di offrire esternamente la mia scrittura al resto del mondo come oggetto d’attenzione e lode e sentirmi sbilanciata rispetto al baricentro calmo e sicuro della pagina bianca, dove tutto deve avvenire in modo puro, semplice. Monastico. Ma forse nessuno si sarebbe mai interessato ai miei testi. E non potevo sapere se a fronte dell’impegno di quattro ore quotidiane presto o tardi avrei sentito bisogno di una legittimazione, anche esteriore. Idealmente avrei voluto che qualcuno si interessasse di me. Che mi notasse senza troppo espormi. Detestavo espormi, schiva come ero. Mi illudevo che le cose sarebbero arrivate senza fare nulla. Avrei postato sì qualcosa sul blog, ma senza troppo sbatti. Al momento questo era quanto e non andavo alla ricerca di fama o riconoscimenti. Semplicemente queste cose non le volevo né destavano il mio interesse. Avrei voluto invece ricominciare, vista l’occasione della decisione presa, pormi degli obiettivi chiari come si conviene a una vera professionale, una routine strutturata con orari precisi di lavoro e una scadenza oltre la quale poter presentare un nuovo lavoro. E poi leggere. E riprendere in mano il vocabolario di greco, appassionata di etimologia come ero. A che cosa servisse davvero scrivere non avrei saputo dirlo. Sapevo solo che qualcosa mi diceva che solo facendolo avrei saputo abitare la pagina, quale quello che essa per me rappresentava: una pacifica sede dove la mia anima può danzare e dove io posso ammirare, forzare la mano oppure assecondare. E quest’ultima era la cosa che mi piaceva di più. Limitarmi a leggere nelle righe scritte da me i miei stessi ricordi nel momento stesso in cui essi si trasferivano sulla pagina come un tatuaggio di carta, osservarli mentre si depositavano e imprimevano lì, con la sensazione di distacco tipica dello scrittore distratto dal movimento della sua stessa mano sulla tastiera e dandomi la possibilità di poter apportare delle modifiche ai ricordi. Migliorarli, decorarli, servirli, forzarli. Trovavo tutte queste cose interessanti, memorabili, importanti e meravigliose.
Una malattia severa
Una sera, già coricata con Chupito che dormiva ai piedi del letto, ho cominciato a riflettere intensamente. Telefono alla mano, ho cominciato a digitare appunti. Mi sono domandata dove potermi collocare esattamente in una civiltà laddove al momento non avevo trovato i miei simili. Avevo bisogno di guardarmi nella mia luce migliore, neutralizzare tutto il vittimismo e la negatività di cui avevo permesso che fosse intrisa la mia storia negli anni e di trovare felicità e gratitudine non come strategia per il futuro: ma nel qui ed ora. La domanda che mi facevo era simile a qualcosa come: tra tre secoli, a quale gruppo sociale potrebbero attribuire i posteri una come me? Oppure: se fossi nata nell’antica Roma, nel Medioevo o durante il periodo antecedente la seconda Guerra mondiale, a quale famiglia di persone apparterrei?
Semplice. Senza pretese. Popolana o terragna. Contadina.
Mi avvicinavo alla risposta sempre di più, ma l’ago della perfezione lessicale faticava a perforare il velo di Maya questa volta. Mi sfuggiva il mio nome, nel giorno del mio battesimo elettivo.
Tornavo e ritornavo a vangare il terreno e rammentare e consultare i miei appunti audio e quelli scritti sul telefono: avevo bisogno di dare un nome a quell’immagine finalmente sorridente di me nel mio soggiorno, intenta a scrivere di brutto con il computer davanti.
La domanda, posta come segue, era più ficcante se letta nella sua primissima versione, davanti a tutte le versioni meno primordiali che erano derivate da essa:
“Sono una persona semplice. O come si chiama chi ha una figlia in affido etero familiare, ma una famiglia da bene alle spalle e nessun lavoro, solo l’hobby della scrittura a tempo pieno e in carico ai servizi sanitari tipo CSM? Mi piacerebbe trovare un termine positivo o con connotazione neutrale, non “vittima della società,” non “disagiata,” “sfortunata…” “povera”… Voglio rimandarmi un’immagine favorevole e vedere il bello della mia condizione umana, farmela piacere in una sola parola. Senza pretese… Oppure?”
Casa in comodato. Famiglia alle spalle solida. Pensione di invalidità percepita mensilmente. Nessun lavoro, solo l’hobby della scrittura. Single. Figlia affidata residente altrove.
“Essenziale.” Sulla parola essenziale quale definizione univoca di me stessa mi sono soffermata più che non delle altre parole, dal raggio più ampio e più calzanti ma meno… Pertinenti in quanto ad alcune scelte fatte nel mio passato. Ma ancora nemmeno questa nuova definizione mi bastava, non reggeva, non mi convinceva del tutto. L’essenzialità faceva parte della mia identità, sì: vivere senza sovrastrutture, non appoggiarmi a titoli accademici particolari o ruoli d’alcun tipo, non avere bisogno di sembrare erano caratteristiche che mi appartenevano. Ma se era vero che Essenziale non era il nome che cercavo, il motivo era che la mia domanda aveva una sfumatura più tenue: aveva l’obiettivo di permettermi di volermi bene qui ed ora e guardare in faccia il mio momento storico in una luce bella. Avrei voluto sentirmi felice per una sera. Non astrattamente collocata.
Allora dopo una moltitudine di pensieri, mi sono immaginata me stessa, seduta proprio lì, davanti a me, come se fossi io disponibile e umana e cara come sono verso chiunque, a presentarsi per la prima volta e raccontarsi. Ed ho immaginato che in quel momento io invece fossi un’altra persona. Un’altra donna, che ne so… Una con il cuore scevro da tante spine, come quelle della mia interlocutrice e in grado d’ispirare fiducia e bontà, una magnanima, bendisposta. Una in ascolto apertamente. Una “sans-soucis.”
Io sdraiata sul mio giaciglio come ogni sera, il mio alter ego che mi guardava con gli stessi occhi ironici, severi, vividi, presenti e meravigliati, rapiti, sensibili, studiosi… Come bloccati nell’atto di assistere a qualche scena interessante. In altri termini, interessati, sì. Gli stessi occhi che amavo, quelli di mio padre. Morbidi e interessati. Gentili e intelligenti.
E ho dato un nome al mio alter ego. Le ho dato il nome di Giulia, quello di una ragazza che quando ero stata una bambina alla soglia dell’età adulta mi aveva ferita. Da allora non ero stata più la stessa, infatti. Si trattava di una ragazza della mia età che avevo incontrato in un contesto artistico. Un tipo brillante con cui mi ero fortemente identificata e che però aveva usato la mia ingenuità per prevalere su di me davanti ai professori. Un tipo prepotente, in fondo, se dovessi riviverla oggi con il senno di poi ma all’epoca ero solo una bambina e mi aveva sconvolto che mi avesse fatto il ritratto come quello di un Simpson trascurato e troppo imbellettata, grassoccia, proprio quando avevo appena cominciato a frequentare il CSM e stavo male con me stessa e trascurata. Aveva condiviso quel ritratto con gli altri allievi dell’istituto.
Il nome di Giulia, attribuito al mio alter ego non era casuale. Questa sera avrei voluto affrontare in modo diretto le mie paure. Anzi: i miei fallimenti. Quelli che consideravo tali. Quelli cronici.
“Raccontami di te.” Ho chiesto a Giulia.
E Giulia mi ha risposto: “A diciotto anni mi trovavo in Danimarca in occasione di un laboratorio di studio, quando sono stata ricoverata per la prima volta in psichiatria, a seguito di un episodio oniroide. Riportata in Italia, mi è stata attribuita una diagnosi grave e tutt’ora a 38 anni sono in cura e non so se e quando potrei guarire. Il mio medico è una dottoressa comprensiva ma pressoché assente, al telefono e di persona. Così, frequento il Centro di salute mentale quasi esclusivamente per la somministrazione della terapia, l’unico che sono tenuta ad assumere mensilmente. Da quattro anni sono stabile e non ho più avuto ricoveri, ma prima di aver potuto raggiungere questa condizione è rilevante sottolineare che nel 2017 ho avuto una lunga permanenza in una Cra, durata 10 mesi nel corso dei quali ho accettato di sottomettermi alla decisione di attribuirmi una pensione di invalidità e se non fosse stato per questa scelta sarei stata destinata a raggiungere forse altri ragazzi con disabilità presso una comunità permanente, in pianta stabile. E’ stata la suora del reparto a intercedere per me presso il primario dell’Ospedale e far sì che mi fosse data l’opportunità di tornare a casa mia. In seguito ho subito avuto una figlia, con quello che era stato il mio fidanzato e poi sarebbe stato mio marito. Ma in forza delle circostanze sanitarie non chiare che mi riguardavano, hanno sospeso ad entrambi la genitorialità, lui mi ha lasciata, mia suocera è diventata tutrice e il mio ex marito è andato a vivere in compagnia di mia figlia e sua madre, nonostante le limitazioni legali. Io sono rimasta da sola. Ma poi ho trovato un compagno nuovo, A., e mi sono imposta di ricostruire una vita in funzione del recupero della genitorialità, in base al progetto di un lavoro stabile e un uomo “affidabile” accanto, quale quadro istituzionale da presentare agli assistenti sociali.”
Giulia ha fatto una pausa. Io mi sono messa a piangere, in preda a un fortissimo senso di rispetto e gratitudine verso Giulia, che reggeva in piedi per miracolo un’umanità dilaniata, squartata eppure parlava senza vittimismo né commenti sprezzanti. Avrebbe potuto bestemmiare con porcherie, volgari meschinità vomitate come facevo io quando raccontavo la mia storia – la nostra storia.
Ho pensato subito che il problema principale per persone monumentali e rispettabili come Giulia è che il mondo è pericoloso. E che bisognerebbe imparare a ringraziare più spesso che siano tra di noi. Se loro non ci fossero, chi vive situazioni normotipiche non potrebbe sapersi in equilibrio. Che quando un’auto le tagliasse la strada sulle strisce per una come lei sarebbe stato sempre e sempre più difficile non sentirsi bruciare la ferita a fior di pelle: ogni mancanza di rispetto verso una che commuove, anche se non priva di difetti e imperfezioni come tutti, dovrebbe suggerire che sarebbe degna di protezione. Come quella di un compagno accanto a lei.
“Il mio ultimo compagno? Anziché proteggermi mi picchiava.” Ha aggiunto, come leggendomi nel pensiero. E ha continuato: “E l’unica speranza che mi guida è che un giorno se tutto andasse per il verso giusto e non avessi più ricoveri potrei guardarmi indietro e complimentarmi con me stessa, con il mio medico, con Dio. Con alcuni miei cari. Perché tutto sarebbe andato per il verso giusto.”
Avevo avuto bisogno di osservarmi in base a un punto di vista neutrale ed estraneo alla mia mentalità. Di estraniarmi da me stessa e guardarmi con sincerità. Allora, ho compreso che la allocuzione verbale che cercavo era: degna-di-rispetto.
Mi è venuto in mente che semplicemente avrei dovuto essere felice qui ed ora per essere una degna-di-rispetto. E che mi sarebbe piaciuto poter trovare altri uomini e donne che appartenessero a questa categoria. Avrei potuto stilare un questionario di domande atte a selezionare coloro che avrebbero potuto far parte di questo ristretto gruppo di persone. Sarebbe stato difficile individuare gli appartenenti a questo gruppo. Ma se fosse stato possibile riunirli, sarebbe stato un altro mondo.
Allora ho promesso a me stessa: “Basta pensieri negativi. Basta sentirmi schiacciata e disprezzata dal giudizio negativo così radicato in me stessa che ho di me, per una malattia che non ho di certo cercato io. Voglio assolvermi e neutralizzare la negatività che è in me. Non mi saboterò più. Mi perdonerò. Sarò felice di come sono e grata, a prescindere da come sono. Ora. Anche solo per una sera nella vita. Questa sera sarà una sera speciale. Ogni volta che quella voce che mi tenta e mi denigra e mi fa soffrire emergerà dalla coscienza con qualche senso di colpa o giudizio negativo però da domani la scaccerò. Posso andare fiera di me. Sono meritevole, sì… Di rispetto.”
E ho formulato il questionario per entrare nel gruppo dei meritevoli:
- Hai attraversato qualcosa che poteva spezzarti e sei ancora in piedi?
☐ Sì
☐ No - Ti assumi la responsabilità delle tue cure/attenzioni verso te stesso, anche quando è faticoso?
☐ Sì
☐ No - Hai mai chiesto aiuto invece di distruggerti?
☐ Sì
☐ No - Nonostante la rabbia, senti ancora il bisogno di giustizia e riconoscimento?
☐ Sì
☐ No - Hai scelto di non diventare ciò che ti ha ferito?
☐ Sì
☐ No - Sei capace di guardarti da fuori e provare rispetto per la tua storia?
☐ Sì
☐ No - Continui a desiderare una vita buona, anche dopo essere stato colpito?
☐ Sì
☐ No
Non c’è una soglia di punteggio. Se hai risposto “sì” anche solo a tre di queste, sei dentro.
Era la prima volta che comprendevo pienamente che ero malata. Perché? Perché credersi sani semplicemente in una condizione come la mia non era furbo né strategico né intelligente. E non perché fosse “palese” e “incompatibile” con il mio vissuto, la storia che mi ero raccontata fino ad allora, quella… D’essere sana di mente (vai al prossimo capitolo.) Ma perché ciò che avrebbe dovuto contare veramente per me, al punto in cui ero, era che più palese ancora di tutto questo invece fosse che per dare una svolta alla mia vita avrei potuto solo contare sull’unico iter possibile, se era vero che l’unica certezza che avevo in cuor mio era di liberarmi di tutta questa complicata situazione: quello era l’iter istituzionale. Se era vero che l’invalidità era una presa in giro e la psichiatria pure, allora avrei preso in giro anch’io. La complessità del ragionamento stava nella raggiunta consapevolezza di dovere ora giocare secondo quelle regole, anche se la cosa era sgradevole e ciò dipendeva dal fatto che non avevo scelto io di giocare ma ero finita dentro il gioco comunque. Si trattava di un torto che attribuivo alla vita. Questo era il nodo centrale! Chi l’aveva deciso? Ho compreso che ero piuttosto arrabbiata verso di Lui, chiunque egli fosse. Cancellare, perdonare, togliere il nocciolo alla questione sono diventati i miei mantra.
E compreso ciò, ho ricominciato a provare un briciolo di speranza. Quanti anni ci volessero per presentare in modo credibile le mie dimissioni al Centro di salute mentale non lo sapevo, ma sarebbe stata mia intenzione informarmi. Mi avrebbero parlato di dieci anni complessivi di remissione dai sintomi e altri aspetti terapeutici. Dieci anni. E io ero a un passo dalla metà.
A quel punto, ho compreso che anche se nel buio assoluto, avevo fatto molti passi avanti ed era credibile che potessi dirmi quasi già a metà del cammino: quello davvero mio. Quello “senza precorrere i tempi, bruciare le tappe:” questo altro cammino era quello che avevo intrapreso con A., illusorio per inseguire E. Avevo riconquistato il mio centro lucidamente, anche solo per un momento. Mi sono sentita improvvisamente fiduciosa. Mi sono ricordata in quel momento esatto, come mi dicevo spesso quando avevo bisogno di raccogliere le forze nel corso della giornata, che nel 2017 ero destinata a vivere a tempo indeterminato in una comunità ed eccomi qui… Invece. Dovevo proprio ammetterlo: se commisurato a quanto attraversato da me, avrei potuto dirmi davvero fortunata. O meglio: davvero… Forte.
“Sono stata brava.” Non dovevo dimenticarmene mai. E mi sono ripetuta quella frase benedetta: “Se commisurato con le mie fatiche… In rapporto alla mia storia… Al mio vissuto..:” sì, perché anche se oggettivamente ancora non ero diventata ricca come Jeff Bezos o bella come quella Giulia che da bambina mi aveva presa in giro e nemmeno realizzata nella professione come mia madre, comunque il risultato era ottimo. Sì, in rapporto alla mia storia.
Avevo quattro ore da dedicare alla scrittura. Un cane cui volevo bene e mi adorava. Una casa dove vivere senza pagare un affitto o delle spese. Dei familiari premurosi.
E soprattutto: tutta la libertà di cui avevo bisogno, nonché una certa autorevolezza data dall’età. Oltretutto avevo brillantemente evitato lo spauracchio dell’amministrazione di sostegno, al momento. Non era poco. Vedevo un obiettivo chiaro e una luce piccola piccola che brillava là, davanti a me e mi chiamava – obiettivo possibile.
Le aree in cui avrei voluto avere qualche miglioramento sarebbero state quella lavorativa, nella quale non avevo dimostrato grande costanza e quelle delle amicizie. Ma confidavo nel fatto che avrei potuto parlarne con la mia psichiatra. Se avessi voluto guarire, ora che avevo deciso che ero stata malata davvero ed ero disposta a crederlo in funzione della possibilità di guarire, era l’unica frontiera possibile quella di collaborare, cui mi ero sottratta sistematicamente, prima. Così, quel passaggio nella mia vita del mio alter ego era stato quello di chi può mettere nelle condizioni di incoraggiare ed accettare la sfida della guarigione. Avrei dovuto accettare le regole per vincere il gioco. Ed ero pronta per farcela.
Sana di mente: sì, ma… Solo parzialmente
Come mai mi ero illusa di essere sana e avevo trovato scuse per non ammettere di essere malata?
- Trauma originario: non avevo scelto di vivere la malattia ed ero arrabbiata con chi mi aveva imposto quella sfida. Avevo in corpo tanto rancore e risentimento e sviluppata l’abitudine di riversarla su mia madre. Quale promotrice coraggiosa delle terapie a tutti i costi, anche se in buone fede credo avesse anticipato da sempre quella che sarebbe stato il momento della mia accettazione profonda. Vivevo come limite le sue esortazioni “anacronistiche” davvero e irrispettose dei miei tempi di accettazione. Non ero pronta siccome me lo ripeteva (a volte imponeva) a sentirmi dire sempre “curati, prendi le medicine” e temevo che un giorno potesse dirmi semplicemente: “Te l’avevo detto.” In ogni caso, me la prendevo con lei quale incarnazione simbolica della vita, di un dio crudele o di quel nemico interiore che aveva precorso precocemente e bruciato ogni possibilità che nei primi 17 anni della mia malattia mi si fosse offerta, per aprire gli occhi sul “da farsi.” In quei 17 anni non ho saputo decidermi ad abbracciare la sfida della guarigione, così come va accolta ogni decisione: secondo le proprie capacità innate.
- Una parte di me era sana davvero. Anche se non tutto di me, una parte di me lo era e mi aiutava a sopravvivere guardare ad essa anziché al disagio. Non potevo sapere, in fondo, da paziente e non da medico, che nel tempo il disagio avrebbe cercato di mangiare tutto lo spazio a sua disposizione. O almeno: questo se non fossi intervenuta in tempo.
In quanto alla mia limitazione legata all’invalidità, essa parlava chiaro e tondo: non invalida, ma inabile al lavoro e al cento percento.
L’esperienza è oro: la cosa più preziosa. La medicina contro lo stigma è sapere che la tua esperienza è oro.
Dopo la fine della storia con A., avevo avuto già molti corteggiatori. Ma non volevo vedere uomo. Anzi, più si facevano insistenti o molteplici, più mi intestardivo e non ne volevo. Sempre più convinta di voler rimanere sola così, con il mio cucciolo di cane accanto, amavo Chupito sempre di più e mi godevo la vita come potevo. Certo, dopo sei mesi mi mancavano sempre alcune cose dell’essere in coppia e alcune rare volte poteva capitare che mi sentissi sola; ma niente che non fosse riconducibile a un fatto di abitudine. Essenzialmente, era vero infatti che dal compimento del ventunesimo anno d’età non avevo mai smesso di essere fidanzata! Oggi, che avevo 38 anni, ero tutto fuorché avvezza alla vita da single. E, come ho già detto, la mia scelta di rimanerlo era dettata da un dato inconfutabile: mi sentivo una donna finita davvero. In particolare dopo le mani addosso e le violenza domestica, ero così delusa dalle esperienze amorose che non sopportavo l’idea di dovermi raccontare e ricominciare tutte le schermaglie. Non ne volevo più né di baci né di romanticherie. Non credevo più nell’amore di coppia. Ero una donna poco incline al melenso e alle smancerie ormai. Non mi interessavano gli aspetti romantici di una relazione. Apprezzavo semmai l’impegno, la costanza nell’esserci – tutte cose che apprezzavo con ammirazione nelle coppie di conoscenti ma che comunque mi pesavano come un macigno addosso se in prima persona: mi sapevo troppo matura per avviare una famiglia. Avevo sempre considerato la famiglia i figli. “I figli sono la famiglia.” Il sesso, i divertimenti con tutto il resto era semplicemente qualcosa di molto lontano dalla mia mentalità pragmatica e all’antica. Ero conosciuta altresì dai miei mariti come una donna fedelissima ed era assai vero. In più, avevo ancora un’intensità che mi rendeva piuttosto piacente trasversalmente e conversavo con uomini di tutte le età e livello culturale con naturalezza, come se con me essi potessero universalmente sentirsi liberi di parlare di tutto. Questo dicevano di me. Insomma, a pelle e come donna ero un ottimo partito, salvo essere sulla carta un tipo poco raccomandabile. E se da un lato ciò lo confessavo quale limite imposto a una qualsiasi forma di approfondimento relazionale che mi venisse proposto dopo un po’, in realtà mi rendevo conto che non importava granché ai miei molti interlocutori del mio passato con le mille ragioni che mi avrebbero portata dritta a barricarmi dietro la scusa del passato difficile, per non andare oltre il livello della semplice amicizia. Mi dispiaceva e mi chiudeva il benché minimo cenno a romanticherie. Mi sono accorta che gli uomini desiderano molto il sesso ed era esattamente quanto io non volevo: portare oltre un certo livello di intimità la relazione. Mi sono accorta anche che alcuni uomini non possono capire la complessità che vive nell’animo di una donna. Una sera mi son ritrovata a casa di un corteggiatore e come al solito eravamo arrivati al punto in cui questi per poter fare sesso con me ora mi vedeva così freddina da voler scaldare l’atmosfera e che ha fatto? Si è fissato che quale prova di fiducia verso di lui, nonostante gli avessi spiegato che avrei voluto andare dalla parrucchiera prima di mostrare la mia chioma a lui, avrei dovuto togliermi la cuffia, visto che eravamo in casa sua. Si è fissato così tanto che alla fine ha cercato di strapparmela! Come risultato, sono andata via. Non si tratta solo di una cuffia: era l’ennesima prova che sarebbe stato meglio se fossi rimasta nel mio, con tanti uomini che non capiscono che sotto una cuffia c’è una testa piena di pensieri e dispiaceri e paura di lasciarsi andare e non si può pretendere di curare un cuore senza dare tempo, non di sicuro sesso one shot. Mi chiedo come mai alcune donne sarebbero disposte ad accettare e che gusto ci provassero.
Una donna “finita?” A 38 anni ero ancora giovane. Allora come mai mi consideravo tale? Ciò che mi faceva sentire fallita sul piano delle relazioni di coppia era il dato di fatto che ero convinta che a 38 anni, giovane o vecchia che fossi – ed è relativo, in fondo – avevo vissuto abbastanza. Abbastanza intensamente per non potermi più permettere il lusso di rischiare di essere rifiutata tout court come avrei fatto io con un uomo che avesse commesso degli errori di gioventù e fosse andato in carcere, ad esempio; con la differenza che non era affatto vero che io avevo commesso errori, anzi. Sapevo che ero solo stata sfortunata e di aver incontrato le persone sbagliate. In fondo, il disagio psichico non è un errore. Non è una colpa. Certamente avevo fatto errori, ma non della natura di cui stiamo parlando. Se ero finita reclusa negli ospedali psichiatrici di tre regioni non l’avevo voluto di certo io, come sappiamo. Eppure mi ero sentita come una carcerata. Avevo vissuto, ero stata trattata alla stregua di una carcerata. Mia figlia strappata via da me in fasce, dieci mesi una CRA… Che dire? Insomma… Non era più facile come una volta buttarmi in una nuova storia senza fare i conti con il fatto che a 38 anni se le cose non si sono evolute più di tanto a livello istituzionale e non sei stata ancora dimessa dal Centro di salute mentale, significa che non cambieranno più ormai e insomma, la speranza di costruire un futuro può dirsi morta o comunque compromessa definitivamente… Almeno in base a quella parte di me che se fosse stata nei panni di un corteggiatore avrebbe storto il naso verso una donna provvista di questo bagaglio affettivo. E qui veniamo al punto: perché inspiegabilmente dopo soli due giorni di palestra ed esercizio fisico, improvvisamente, nel corso di una passeggiata assieme a Chupito la soluzione si è presentata al mio cuore con una semplicità disarmante che aveva un nome: Compassione.
Da quando mi ero lasciata con A., a parte il fatto che avevo pienamente rinunciato e messo un punto al capitolo “Famiglia,” come ho già detto… Il massimo che mi era riuscito di supporre, in quanto alla curiosità poco speranzosa di trovare una soluzione al problema “famiglia” comunque era una strategia che mi poneva a un bivio. La strada migliore che avessi potuto intraprendere, appunto, era quella della menzogna! Ma né tacere né evitare di essere pienamente me stessa, pienamente io, fiera come sono delle mie esperienze, in fondo, che mi hanno resa quella che sono davvero con pregi e difetti, sentivo rappresentarmi. Certamente avrei potuto omettere le informazioni scabrose sul mio conto. Ma prima o poi si sarebbe venuto a sapere tutto di me o mi sarei lasciata sfuggire inavvertitamente qualcosa. Sarebbe stato terribile se avessi fatto credere al mio partner di essere la donna che non ero! L’altra strategia era quella della sincerità. Ma a questo punto avrei rischiato un rifiuto, per come la pensavo io. Così un giorno, mentre stavo pensando che il meglio per me sarebbe stato un mix tra le due cose ed ero a spasso con Chupito, ero appena uscita dalla palestra e qualcuno mi aveva fatto un complimento per strada. Ero contenta. Nonostante andassi sempre mal messa per strada e non mi impegnassi per piacere, era stato così che avevo rubato molti cuori ma adesso avevo deciso di rimettermi in forma. E così è accaduto che ho compreso la verità: il motivo per cui gli uomini sembravano sentirsi vicini ad una donna come me era perché mi circondava un alone di Compassione vera. In fondo, mi si voleva universalmente bene. Improvvisamente, ho compreso che la mia persona rappresentava un ideale umile e alla portata di mano. Non avevo grilli né ero una donna capricciosa, né ero egocentrica anzi avevo la qualità di far sfigurare accanto a me chi si metteva in posa o fosse vanitoso. Perché? Perché quell’essere “finita” creduto fino in fondo da me si trasformava nei cuori delle gente che aveva sentito parlare della mia storia scabrosa da un lato, in Compassione autentica e vicinanza perché semplicemente saltava agli occhi quanto fossi un tipo poco comune. Nel senso migliore del termine. Facevo addirittura tenerezza. Si capiva quanto fossi indifesa. E mi dispiaceva non voler essere di nessuno e improvvisamente mi sono sentita grata se ero entrata nei cuori e nell’immaginazione del mio quartiere e fossi diventata addirittura popolare. E’ stato così che ho capito che si può amare persino una malata di mente come me.
In pratica ci sono cose che accadono nonostante sé. Come che la propria reputazione diventi risaputa, qualunque essa sia e che prima o poi ci si scontri con la bontà altrui, anche con esito positivo eventualmente.
La famiglia nel bosco: della dottrina e dell’uomo comune, dalla teoria alla pratica
Al di là di ogni gusto di uno squallido “pauperismo” a tutti i costi che futilmente qualcuno avrebbe ravvisato pervadere le mie pagine, non indugerò su questo semplicistico riduzionismo atto a svilire una cosa umile, quali le mie pagine! Di fatto non merito di essere così attenzionata, tale da ricevere l’onore di un epiteto. Né benché io ne rida amaramente mi ferisce se secondo altri rientrerebbe in una etichettatura la mia teoria sull’esistenza. Così, ammetterò che sì, mi ferisce perché non c’è a quanto pare alcuna via di comunicazione tra chi sostiene questo “pauperismo” e quella “povertà,” come la chiamo fieramente io. La povertà è una cosa, il pauperismo è altro. E come tutti gli -ismi, a questi che convengono che così sia eco già sentito di altra povertà, la mia, io rispondo che banale sarà invece il Male di chi annienta forte della propria storicità di maggioranza, anzi sterile. Ciò che voglio dire è che si sa che la storia è fredda reportistica dei vincitori, che dei vinti spesso non fa “vanto.” E così essendo parte di questa storia, quale perdente, però, io stessa, voglio proporre una medicina quale teoria e pratica ed esito/soluzione per sfuggire la storia, senza pietà.
- Sono una povera donna cui avrebbero voluto togliere il proprio povero cane, pure, dopo la propria unica figlia.
Mi presento in questo modo, quale sunto veritiero e fotografia di ciò che potrebbe chiamarsi un punto d’incontro accettabile tra il mio punto di vista e quello altrui. Potrebbe dirsi tale sunto il luogo per eccellenza laddove per poter comunicare potrebbero trovarsi due punti di vista opposti a convergere. Ne ho la certezza. Per chi avesse letto per intero questa biografia, sarebbe semplice intuire le implicazioni e le motivazioni in quanto alla scelta di autodefinirmi con questa perifrasi.
2. Il mondo si divide in due categorie: quelli della dottrina e gli uomini comuni.
E qui mi vedo costretta a ragionare su una questione “a parte.” Sulla mia ragione di vita. Credo di sentire fortemente quale intima missione e aspirazione quella di annichilire la mentalità indottrinata, per mezzo della mia stessa scrittura.
La distinzione tra gli uomini di dottrina e quelli comuni non è così netta. I primi sono quelli che per indole, suppongo, oppure per adeguamento od opportunismo, che dir si voglia, accettano di volersi compromettere con altri uomini che da sempre credono in un’ideologia data quale Credo: si tratta del credo becero che lo Stato, la scuola, la medicina ufficiale, la giurisprudenza ecc., la logica di mercato precostituita, la democrazia ufficiale intese solo e sempre dogmaticamente, in modo fondamentalista, siano garanzia di Bene e foriere di vantaggi. Queste rappresentano la loro Dottrina. Si tratta della divinizzazione di questi apparati che essi trattano con cieca fede. Ed è così che essi, stupidamente privi di dubbi e incapaci di mettere in discussione, tiranneggiano gli uomini comuni, grettamente e biecamente. Fariseicamente. Queste istituzioni hanno completamente pervaso la loro mentalità, come oppio che passa di voce in voce, di alleanza terapeutica in alleanza, di lezione universitaria in lezione universitaria, di sentenza di Tribunale in sentenza.
Allineati quali bravi soldati gli uni con gli altri, rincorrono il denaro e i vantaggi.
Sono figlia di una donna che ha sposato interamente la Dottrina ufficiale ed ha immolato i suoi figli e i suoi nipoti a tale Credo bieco, sordidamente. Ho recentemente creduto di essere incinta e chiesto a mia madre se avesse potuto prendersi cura del mio bambino ed ella ha risposto NO. Non solo: il giorno dopo mi ha chiesto se avessi potuto tornare come al solito al mio posto, proprio come se nulla fosse. Sono una povera donna, cui avrebbero voluto togliere persino il proprio povero cane, cui è stata imposta una pensione di invalidità che non ha mai chiesto di avere, costretta ad assumere farmaci mensili pena il ricovero coatto (!), senza marito e con una figlia, debitamente sottratta dalle istituzioni, perché sarebbe stato pregiudizievole per mia figlia avere una madre “depressa” all’epoca del parto. Senza che abbia mai fatto nulla contro di lei! La mia domanda è: se io non credo di essere depressa, chi sei tu, psichiatra, parte degli Indottrinati, che nutri ostilità verso gli uomini comuni che non credono in te, per definizione, per sancire un ricovero coatto, nel nome della tua Dottrina?
Credo che gli uomini Comuni dovrebbero avere i propri organi istutuzionali! Che la famiglia nel Bosco dovrebbe appellarsi a tali organi formali, ma essi non esistono! Credo che dovrebbero vivere due cori, con forza paritaria, in un luogo dove gli istituzionali Indottrinati spadroneggiano e fanno razzìa e divorano come cannibali in nome dei propri vizi – il potere, la cosiddetta scienza – in realtà strumentalizzata per i loro scopi, ecc. Credo che dovrebbe esserci una secessione dall’Italia ufficiale. Andarsene all’estero non sarebbe abbastanza generoso verso chi rimarrebbe in Italia.
La psichiatria, una pseudoscienza al servizio del potere.
Ma visto che ciò non può realizzarsi, non in modo immediato, non in modo tale da poter salvaguardare le famiglie vittime di abusi oggigiorno, ad esempio, – grave ingiustizia che sarà salatamente pagata, a prezzo della propria dignità, lavoro, reputazione, vita, socialità – come fare da uomo comune a tutelarsi da questi cani con il cravattino?
Prendi me. Ad esempio, a seguito dell’interazione con mia madre, che mi crede una nullità e tale mi fa sentire e mi fa pesare l’autorità e mi spezza le ossa dell’anima nel vigore della mia femminilità, nel desiderio di essere madre, devo abortire – abortire… Il desiderio di concepire un bambino. Così mi trasforma in doppiamente malvagia! Io, che non cedo e non cesso di credere che un figlio sia solo una cosa bella, la più bella, devo accettare di non fare figli perché mia madre ha annichilito e asservito e sottomesso la mia volontà, alla necessità? Convinta che sarebbe poco prudente, poco saggio fare un bambino nelle mie condizioni, con una bambina già in carico di mia madre, una famiglia allo sfascio per via di una madre perfida, costretta a subire un trattamento farmacologico nocivo per effetti collaterali e non richiesto giammai, dovrei per caso dunque accettare nichilisticamente che non conviene avere un figlio; oppure fare un figlio comunque per ribellione e confermarmi quale vengo vista, una folle, se mi venisse portato via, quale atto di contrarietà sociale; oppure potrei farlo ma inquadrarmi prima ed adeguarmi all’assetto prepotente dominante e rinunciare alla mia vera natura di essere pensante, dubbioso, scettico, ostile per natura a quanto di avverso vi è nei confronti della natura umana da parte delle Istituzioni che lucrano sulla generazione di figli? Trovarmi un marito, un lavoro a tempo indeterminato e diventare una di loro. Per avere un bambino. Non è semplice. Fatto sta che l’unico dato certo è che l’ignoranza circa la strategia legale su come farcela, senza alcun sostegno da parte di avvocati e perìti – spesso allineati – oppure su come sfuggire la psichiatria è la mia fragilità. Credo che sia difficile sapere come uscire da questo dualismo ostile.
E’ una società che ci vuole tutti freddi e calcolatori. Io dico che conviene mantenersi fieri di essere uomini comuni, davanti ad altri che fanno schifo!
La mia proposta sarebbe quella di far saggiare lo stesso trattamento a quanti ce lo hanno inflitto? Sarebbe la compassione disumana, folle, socialista e cristiana di chi sarebbe disposto a morire, nel nome del volere altrui (è infatti violenza assassina quella degli Indottrinati)? Sarebbe il suicidio, l’aborto, il nichilismo, l’accettazione pedissequa e rassegnata dei senza-speranza Comuni in termini temporali che si piegano a logiche progressiste senza una chiara visione del futuro?
Molti di noi non scamperanno la furia assassina dei vincenti, dei forti, dei bravi. Dei devoti. Dei beati! Molti di noi moriranno senza aver visto cambiare le cose. E questa lettera verrà oscurata, dimenticata prestissimo. Obliata. Non solo: sarà dapprima disprezzata. Ci sarà chi sputerà su altisonanti parole riottose. E allora, cosa ci resta?
Personalmente, credo che sarebbe inutile combattere, con il terrore che ha abitato in me nel giorno in cui ho creduto di essere incinta, davanti a mia madre vietante. Non posso negare di essere paralizzata dalla paura del mondo. Mia madre che non mi vuole adulta, emancipata, viva. Sarebbe altrettanto inutile convivere per nove lunghi mesi, con tale sentimento indotto dalle circostanze terrificanti alle quali sono fortunatamente sopravvissuta. Farebbe male anche al bambino. Sono sopravvissuta in virtù della speranza di veder cadere prima di me alcuni di quelli che mi hanno fatto così tanto male…
Mi faccio forte ogni giorno, se penso in fondo che è stato con il sogno di cambiare vita ed evadere la possibilità di un destino cui nessuno vorrebbe soggiacere che ho fatto una figlia e in questo sono riuscita: se è vero che avrei potuto essere dimenticata in un ricovero, oggi invece sono libera. Non ho mia figlia, ma sono libera. Ma non ho più la grinta di un tempo. Non ho più il coraggio di fare un figlio per stravolgere il corso degli eventi, come ho già fatto.
Ho concepito per avere un vita come quella di tutti, accanto a una famiglia. In quanto a ciò che viene prima, il mio desiderio di maternità è emerso come ribellione nei confronti degli psichiatri, che avrebbero voluto vedermi asservita. Poi sono stata tradita da quella che avrebbe dovuto essere la mia famiglia. Anziché sostenere me, ha scelto di servire. Strisciare.
Anche se non sono felice, sono fiera di essere sola. Perché chi avevo accanto era figlio di quel Credo e non mi amava. Ma come convivere, ora, se noi Comuni siamo chiamati a portare catene per tutta la vita, pesanti alle caviglie come pietre, in un calvario senza fine?
Sarà la fede la soluzione? La ricerca della bellezza? L’amore per gli animali? I credo alternativi? Lo sport? Le sostanze stupefacenti, l’alcol?
Odio chiama odio. L’odio logora. Consuma. Non è la soluzione esaurirsi e andar per strada maledicendo chicchessia ci guardi in tralice senza motivo, fino a sfinirsi.
Chiudersi in un isolamento testardo, nella propria solitudine, tener lontani tutti, nel segno di una prudenza sistematica?
Scrivere?
Credo che la via della coscienza vada perseguita. Laddove la coscienza illumina, occorre andare. Senza giudicarsi. Non mi colpevolizzerò se oggi non avrò coraggio, se oggi odierò senza sconti, se oggi farò qualcosa di “male,” se non penserò alle conseguenze. Se non sarò più quella capace di proiettare l’immagine migliore di me all’esterno. E nemmeno me la prenderò se qualcuno invece infierirà su di me, perché è proprio quando tristi e arrabbiati e appesantiti “sbagliamo” che gli altri, in barba a un incontenibile dolore, puntano il dito su di noi. Tutto è transitorio.
Occorre aver fiducia che ogni cosa finirà. Ma nel mentre? Dare tempo al tempo può bastare?
Non è in nostro potere controllare alcunché riguardasse il futuro. Non sappiamo nascendo se subiremo la possibilità di finire in carcere per un crimine oppure ci faremo “furbi” e impareremo a rimanere sempre dalla parte “Giusta,” quella del potere precostituito.
In questo scritto ho voluto solo riaffermare la dignità di chi si fa delle domande. La libertà di pensare. Di pensare diversamente. Di credere pazzi quegli zombie che se ne stanno a sorvegliare l’umanità alle soglie di una reggia fittizia, destinata a crollare come tutte le altre cose. Come coloro che hanno strappato i figli alla famiglia nel Bosco.
Perché crolleremo. Tutti. Tutti e tutti insieme. E allora non ci saranno vincitori e vinti. Tutto è destinato a perire, i “pezzenti” come noi con quelli “inquadrati.”
Essere inquadrati e mentire e tradire serve solo ad avere un futuro migliore. Ma non rispecchia davvero la bontà di cuore di alcuno.
