Questa poesia, dal titolo Spoglia città, si apre come un grido sommesso e intimo, un racconto di esilio e ritorno, di identità sradicata e poi forzatamente reinserita in un contesto che ha perso la sua accoglienza originaria. L’immagine iniziale della città – graffiata, ferita, nuda, tradita – è potente e viscerale: non è solo un luogo geografico, ma un’entità quasi umana, con un corpo martoriato e una storia di soprusi.
La voce poetica parte dalla propria patria ma se ne allontana, portando con sé un uomo d’origine rivale, quasi a voler sanare le fratture della storia attraverso la vita quotidiana, la convivenza, l’amore. Eppure il ritorno – anche dopo vent’anni – non cancella il peso del passato. La città “del passato, del presente, del futuro” resta sospesa, immobile, come congelata in una ferita non ancora rimarginata.
Il cuore della poesia pulsa nella tensione tra l’ingenuità del conterraneo e il sorriso compassionevole del rivale. È lo sguardo esterno – non più nemico – che comprende, mentre l’interno, il familiare, resta prigioniero del giudizio, della paura, della vergogna.
Il finale, dolente e tenero, è l’immagine del poeta stesso che si vede come un bambino che cerca di indossare il cappello di un adulto: inadeguato, sconsolato, fuori tempo.
Questa poesia è più di un testo lirico: è una chiave per parlare di radici, pregiudizi, cambiamento. È l’introduzione perfetta per un articolo che vuole riflettere su cosa significhi tornare, essere guardati con occhi vecchi in un presente nuovo, abitare le contraddizioni del luogo che ci ha generati ma che spesso ci respinge. Una poesia che apre il varco al discorso identitario, al coraggio di farsi ponte tra le fratture.
Spoglia città – Quando il ritorno è una resa dei conti
Tornare è più difficile che partire.
Partire implica una decisione, uno slancio, a volte una fuga. Ma tornare – soprattutto quando si torna da straniero nella propria terra – è un atto di coraggio, a volte persino un atto di dolore.
La poesia che apre questo articolo nasce da una ferita che molti conoscono ma pochi raccontano: la ferita di sentirsi fuori posto anche dove si è nati. Racconta di una città amata e insieme subita, vissuta come madre ma anche come giudice, come rifugio e come trappola.
Nel suo cuore si agita la tensione tra il “dentro” e il “fuori”: chi resta spesso giudica chi va via, e chi ritorna porta con sé uno sguardo ibrido, contaminato, che agli occhi degli altri appare sospetto. Ancora di più se, come nella poesia, il ritorno avviene insieme a “un uomo d’origine rivale” – simbolo non solo di una scelta sentimentale, ma di un’apertura verso l’Altro che la comunità spesso fatica ad accogliere.
La poesia parla anche del senso di inadeguatezza. Lo fa con l’immagine dolcissima del bambino che cerca di indossare il cappello di un adulto. Forse perché chi torna, dopo anni, non torna mai come se ne fosse andato. È cambiato, cresciuto, forse guarito. Ma chi lo accoglie spesso pretende di ritrovarlo uguale. È questo il vero trauma del ritorno: il non poter essere riconosciuti per ciò che si è diventati.
E allora ci si ritrova “sconsolati”, in bilico tra chi si era e chi si è, tra ciò che si voleva dimenticare e ciò che si sperava di ritrovare.
Questa poesia è una confessione, sì, ma anche un manifesto. Un invito a raccontare i ritorni senza edulcorarli, a narrare le nostre fragilità senza vergogna. A dire che sì, anche noi siamo quel bambino impacciato con il cappello troppo grande. E va bene così.
Spoglia città
Graffiata
e ferita
e nuda
e tradita
e scacciata
e soggiogata,
partii dalla Patria.
Portai un uomo
d’origine rivale
alla natìa terra
a vivere con me,
dopo vent’anni.
E l’ingenuità del conterraneo mio
negli occhi di questo saggio
che è compassionevole
nel riso si sublima
per rivalità.
Così non da meno sono.
Tantoché se in questa
città del passato
del presente
del futuro,
(forse..,)
la “sconfitta”
allora
era così cocente,
con il timore
del giudizio
claustrofobico
dei conterranei, –
come un bambino
che il cappello
di un adulto
ad indossare
si cimenta
m’appare
quest’oggi:
un buffo fatto davvero.
