Questa poesia, Deserto grigio, è un flusso di coscienza potente e crudo che mette a nudo una condizione esistenziale di alienazione, disillusione e rifiuto delle narrazioni consolatorie che spesso sorreggono la vita sociale e affettiva. La voce poetica si dichiara fallita e “finita”, ma proprio in questa dichiarazione sembra esserci anche una forma di lucidità estrema, come se solo dal fondo del disincanto si potesse finalmente vedere le “puzzolenti Verità” dietro le “costruzioni sulla realtà circostante”.
L’immagine del deserto grigio che chiude la poesia è metafora potente: non solo luogo di sterilità emotiva, ma anche simbolo di una verità nuda, spogliata di illusioni. La poesia denuncia la falsità delle certezze comuni e delle “narrazioni fallaci”, che appartengono a chi non ha mai sperimentato il margine, l’esclusione, la disfatta.
Lo stile frammentato, spezzato, con versi spesso ridotti a parole isolate o a pensieri che si interrompono, contribuisce a comunicare un senso di sconnessione e perdita di coerenza logica — un effetto voluto che rispecchia il caos interiore della voce parlante. Ma allo stesso tempo, si intravede una tensione dialettica: la speranza, pur disprezzata come “vacua”, è riconosciuta come “viva sofferenza” e “curiosità insaziabile”, cioè come un residuo di umanità, forse il più difficile da estinguere.
Il tono è amaro, ma non compiaciuto; è una poesia che non cerca empatia né consolazione, ma testimonianza. È il canto stonato di chi rifiuta di partecipare al “fiume di felicità” altrui, e proprio per questo osserva il mondo da una posizione che può permettersi — dolorosamente — di vedere tutto ciò che agli altri sfugge.
In sintesi: Deserto grigio è un grido filosofico e poetico, denso di nichilismo e di verità scomode, scritto con una voce intensa e profondamente consapevole della propria condizione marginale, ma anche, paradossalmente, libera da ogni autoinganno.
Vedi, sono una fallita.
Una donna finita
E visto che non c’è altro
Da sapere di me
Se non che senza senso
È ormai la vita mia
La vita mia mi godo.
È sperpero,
Sono deliri insipidi
I miei saggi discorsi
Su cosa l’essere sia davvero?
Vedi, se una fallita
Potrebbe permettersi lussi
Come ad ogni vizio rinunciare
Poiché nulla da perdere avrebbe,
Se non il proprio…
Tempo.
Quanto tempo ancora, prima
Prima di morire.
Quanto tempo sperperare
Prima dell’inferno.
Un’attesa infinita.
Una vita priva di senso:
Una vita lontana
Da facili narrazioni
Narrazioni fallaci
Narrazioni che appartengono
Alla casta riservata
Di chi ai margini ad osservare
Non è rimasto mai,
E che da condividere
Un che di comune sempre hanno
Ancora.
Condividere fandonie inverosimili
Del resto, agli occhi miei
Di spettatrice spettrale
Esterna allo scorrere del tempo
Altrui
Che scorre nel letto
Di un fiume di felicità che
Più non è mia
E di nessuno
Fandonie su come
Le cose sarebbero quaggiù
Davvero
Costruzioni sulla circostante realtà
Fragili sicurezze invero
Permettono di vivere lietamente
Mettono al riparo da
Ogni puzzolente Verità.
Verità che svuota
Asciuga e inaridisce infatti l’anima scevra
Dal suo più insalubre nutrimento.
Sicurezze sono appigli
Quelle norme di vita comune
Vere per chi ci proverà
A credervi.
Ma quaggiù
È solo un deserto grigio.
Certezze ingenue,
Patetiche agli occhi miei
Vitrei di larva.
Vacue speranze non possono
Giammai non smascherare
La solitudine al fondo delle cose.
Ma dà una viva sofferenza
Irresistibile a viversi
La speranza
Che altro non è se non
Quel senso di insaziabile curiosità
Che all’ordine
Alla logica sprona il mondo intero
A rimanere con i piedi poggiati
Su una nuvola
Fatta di frecce disegnate
Che vanno in mille direzioni casuali
Dove possibilità sbocciano
Per i funamboli del nulla.
